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APOCRIFA: Sciopero. E perché no?

Lo sciopero nazionale dei traporti indetto, come di consueto, nella giornata di venerdì (scorso) da sigle sindacali minori, ma non per questo meno fastidioso per le conseguenze che i loro atti riverberano su ben più (dei loro adepti) numerosi cittadini che avrebbero il diritto di attendere, per quanto possono, alle loro occupazioni rivela -per fatti concludenti- le sostanziali dimissioni date rispetto alla loro funzione dalle organizzazioni sindacali oltre alla del pari sostanziale esilità, per non dire altro, della legge deputata a disciplinare l’astensione dal lavoro a cominciare dai settori dei servizi pubblici essenziali.

 

Già dalle motivazioni dello sciopero emerge come sia un’iniziativa che nulla ha a che fare né con l’argomento del lavoro né con la logica, ancorché scivolosa e ambigua, del così detto sciopero politico che non si rivolge contro un datore di lavoro, ma è inteso a forzare, in qualche modo, l’intervento dello Stato.

 

La manifestazione è infatti stata indetta contro “il liberismo, le privatizzazioni, le liberalizzazioni; per cambiare il sistema che genera disuguaglianze salariali, sociali, economiche e di genere e verso i migranti”.

 

Non sarebbe difficile eccepirne l’illegittimità (quantomeno in rapporto ai danni che irresponsabilmente provoca a terzi) considerando come, del tutto obiettivamente, il liberismo sia -nel nostro Paese- concetto pressoché ignoto nel settore dei trasporti (e non solo in questo, peraltro) e che le privatizzazioni/liberalizzazioni rappresentano una netta minoranza nello scenario dei trasporti salvo che non si intendano come tali l’acquisizione di contratti da parte, direttamente o indirettamente, delle Ferrovie dello Stato.

 

Quanto poi alle disuguaglianze le organizzazioni sindacali sono non da oggi maestre nella tutela dei già tutelati (il settore dei trasporti spicca fra questi) e nel corrispondente sostanziale disinteresse verso gli altri sorvolando inoltre -per carità di patria oltre che di logica- sulle lamentate disuguaglianze di genere e verso i migranti i quali, poveretti, a seconda dei casi sono indifferentemente tirati da una parte o da quella opposta.

 

La considerazione più spontanea dovrebbe essere che uno sciopero, per essere tale, in tanto ha un senso in quanto la richiesta degli scioperanti (i lavoratori) abbia la possibilità di essere accolta da qualcuno. Diversamente è un mero atto (pseudo) politico di sopraffazione da parte di una minoranza che cela la propria irresponsabilità dietro un paravento trasparente di carta.
Fino a quando si continua a fargliela passare liscia fingendo di non vedere e di non sapere e -per di più- dimenticando il peccato originale (questo sì politico) di non aver mai inteso attuare l’articolo 39 della Costituzione (e pure l’articolo 40, diciamolo).

 

Ma qualcosa si può sempre imparare anche dalle altrui azioni che si ritengono sbagliate.

 

Se la nostra attuale civilizzazione vuole muoversi verso una nozione di sciopero così omnicomprensiva e strategica, ecco che si aprono nuove strade anche per la maggioranza dei cittadini senza voce che sono (e rimangono) inermi a fronte degli urlatori di professione la cui cerchia non è ovviamente solo sindacale, ma si estende quantomeno a politici, amministratori e consociativi in genere: potrebbero iniziare a scioperare anch’essi a tutela della propria aspettativa (diritto?) a un minimo di tranquillità.

 

Interpretando quanto scriveva Elena Greggia nello scorso numero a proposito del granello di polvere: Quando qualcosa ci opprime non significa necessariamente che dobbiamo toglierlo o risolverlo o rimanerne impigliati. O fuggire. Possiamo solo diventare più grandi… allargare… fare spazio.

 

Pensiamo allora a quali e quante possibilità ci si aprono: uno sciopero del web, lasciandovi gli scienziati veri e le persone serie, ma abbandonando al loro destino tutti quei minus habens con la testa ripiena di vuoto che vigliaccamente ne abusano.

 

Oppure uno sciopero dei social e dei talk show che i pavoni eleggono surrettiziamente a proprio uso e consumo a succursali del Parlamento (una caduta verticale delle relative sintonizzazioni potrebbe suggerire ai soliti noti il sospetto che le loro troppe parole e le ricorrenti risse -vere o fasulle- abbiano fatto il loro tempo e che sia ora di migrare -per chi può- verso una maggiore serietà).

 

Poiché è un fatto incontrovertibile che quantomeno ci sia libertà nella scelta o nell’accettazione degli interlocutori: quindi uno sciopero civile che non danneggia alcuno, ma che potrebbe spingere verso qualche pensiero più utile (in ogni senso) e qualche comportamento migliore.

LMPD

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