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APOCRIFA: Quale corruzione

Un recente articolo di Cassese espone, tra l’altro, riflessioni fondate circa la corruzione come percepita e come misurata partendo da un rilievo circa i contenuti delle (differenti) fonti d’informazione: secondo le classifiche, per esempio, di International Country Risk Guide, di Corruption Perception Index e di World Bank Indicators il nostro Paese è ben più corrotto di altri verso i quali, verosimilmente, si tende a guardare dall’alto in basso mentre, sempre per esempio, il nostrano Istituto nazionale di statistica per il tramite di un analitico rapporto ha fotografato solo un 1,2% (in maggioranza nel centro-sud) di persone e di famiglie che hanno dichiarato di essere state, nell’ultimo anno, oggetto di tentativi di corruzione.
Ora, a parte che sfortunatamente -per l’Italia- le fonti internazionali tendono a costituire un appoggio più usato per le valutazioni quantomeno degli stranieri, è ben vero che la corruzione percepita risente direttamente, proprio nella gradazione percettiva, dell’enfasi comunicativa dei media e delle loro campagne e che ciò di certo dilata in eccesso il fenomeno, ma nondimeno nemmeno la ricerca nazionale appare esaustiva e in grado di tranquillizzare le coscienze.
Cosa intendiamo, tanto per iniziare, per corruzione.
La premessa non è oziosa dato che, a livello già solo terminologico abbiamo almeno tre fasce di individuazione del fenomeno e di conseguente e interpretazione: secondo il codice penale (per il tramite di alcune fattispecie che sono considerate reati), secondo la legge 190 del 2012 recentemente rivista dal decreto legislativo 97 del 2016 (che per il tramite di disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione estende la corruzione a comportamenti comunque illegittimi indipendentemente e oltre il codice penale come, ad esempio, la mala-amministrazione) e secondo l’etica o la morale i cui confini, sebbene in una media probabilmente migliorabile, risultano ulteriormente ampliati.
In sintesi estrema: la corruzione cui, nei fatti della vita di ogni giorno, più tradizionalmente ci si riferisce è quella classica (si fa per dire) costituita da uno scambio di servizi/agevolazioni/trattamenti preferenziali con denaro o utilità (favori, regali etc).
Mentre il concetto di denaro è facilmente comprensibile, non così quello di utilità il cui perimetro già elastico sotto il profilo terminologico, lo diventa ancora di più sotto quello fattuale e di quel tanto che la fantasia, nella determinata circostanza specifica, porta a suggerire.
Comprendendo, per esempio, anche la (libera, ma comunque finalizzata e anche in termini di tentativo) prestazione sessuale la quale talvolta, a posteriori, non è nemmeno sempre facile a distinguersi dalle note e di recente formalmente (ri)scoperte molestie.
E’ verosimile che la percezione circa la pervasività del fenomeno corruttivo sia, all’interno del Paese, collegata anche all’ampiezza dell’interpretazione dell’utilità.
Cosa peraltro comprensibile, sebbene non misurabile, e causa di motivata inquietudine sociale da non sottovalutare.
E quindi ci si viene ad affacciare, in maggiori proporzioni ancora, alla triade economia-politica-amministrazione nei vasti territori delle quali i tre rispettivi cavalieri dell’apocalisse hanno ampio raggio di devastazione rispetto al codice penale, alla legge 190 e alla sua vestale (ANAC), all’etica e alla morale.
Rifuggendo, come doveroso, dall’entrare nel merito di vicende ancora in corso di indagine come quelle che hanno caratterizzato (comunque molto male) numerosi aspetti dello scenario del sistema bancario e in attesa (speranza) che dai fatti accaduti possano quantomeno trarsi indicazioni circa correzioni future, si ritiene (o no?) che la commistione economico-politica la quale per anni ha privilegiato taluni rispetto a più numerosi altri e che l’interpretazione interessata di regole in materia, ad esempio, di garanzie di crediti poi liquefattisi in danno a molti possa rientrare a buon diritto nel perimetro della corruzione?
Nel balletto (per carità: la politica e non solo lei ha i suoi riti, anche se sovente sporchi) del passaggio continuo del cerino di mano in mano non si riescono (ancora) a individuare con chiarezza repressiva i veri responsabili della rovina (compito della magistratura, se ci riuscirà), ma di certo la sensazione che il sistema sia inadeguato, come anche i suoi numerosi e a vario titolo coinvolti soggetti, emerge lampante ed è tanto più difficile da accettare -sia a livello sociale sia individuale- in una persistente situazione di crisi.
Indipendentemente, quindi, da condanne che quasi mai intervengono (i delinquenti in guanti gialli non vanno dentro) e che comunque non ristorano certo né leniscono il danno provocato, sembra evidente come più di percepirla o misurarla o tentare di renderle la vita difficile (nella gestione dell’aggiramento doloso delle regole i cattivi riescono comunque meglio dei buoni) la corruzione andrebbe antagonizzata con un repechage di virtù fondamentali, a cominciare dall’onestà.
Un discreto criterio iniziale potrebbe essere votare soggetti politici non in base alle rispettive promesse o capacità d’ingiuria, ma in base oltre che di un po’ di competenza anche di una certa onestà.

LPD

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