{"id":5964,"date":"2016-05-01T09:00:50","date_gmt":"2016-05-01T09:00:50","guid":{"rendered":"https:\/\/fondazionecomel.org\/2016\/05\/01\/lapprofondimento-la-medicina-ayurvedica-leggere-sintomo-corpo\/"},"modified":"2016-05-01T09:00:50","modified_gmt":"2016-05-01T09:00:50","slug":"lapprofondimento-la-medicina-ayurvedica-leggere-sintomo-corpo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fondazionecomel.org\/en\/dialogando-en\/newsletter-en\/approfondimento-en\/lapprofondimento-la-medicina-ayurvedica-leggere-sintomo-corpo\/","title":{"rendered":"L&#8217;APPROFONDIMENTO: La medicina ayurvedica. Leggere il sintomo&#8230; o il corpo?"},"content":{"rendered":"<p>La medicina occidentale ha raggiunto grandi frontiere di specializzazione, sappiamo guardare nell&#8217;<em>infinitamente piccolo<\/em>. Ogni organo o patologia trova il suo massimo esperto, l&#8217;esperto di quel dettaglio. La nostra scienza separa.<\/p>\n<p>Eppure, in qualche modo, l&#8217;universo unisce: siamo uno.<\/p>\n<p>Le culture orientali ne sono maestre. Anche nel campo della medicina, esse non guardano innanzitutto il singolo organo o sintomo ma l&#8217;uomo, il paziente: ne leggono il corpo, la costituzione, l&#8217;energia che lo anima. Terra, acqua, aria&#8230; le sue energie sottili, il suo modo di vibrare col cosmo, la sua sintonia -e con quali- elementi naturali. E con essi curano. Curano con la natura. Curano anche la mente.<\/p>\n<p>E&#8217; un sapere che a noi giunge inconsueto. La medicina ayurvedica affonda le sue radici nell&#8217;Oriente indiano di 5000 anni fa. In un mondo che ha un retroterra culturale e mentale cos\u00ec diverso dal nostro: come proporre in noi un retroterra che ci consenta di accostarci realmente alla medicina orientale? Ed \u00e8 possibile farlo?<\/p>\n<p><strong>Twain Shall Meet \u2013 Eppure, i due si incontreranno<\/strong><\/p>\n<p><em>Never the twain shall meet<\/em> \u00e8 un&#8217;espressione idiomatica usata per significare che due cose o persone sono a tal punto differenti da non potersi incontrare, coesistere. Rudyard Kipling\u00b9 scrisse un giorno: &#8220;<em>East is East and West is West, and never the twain shall meet, L&#8217;Oriente \u00e8 l&#8217;Oriente e l&#8217;Occidente \u00e8 l&#8217;Occidente, e i due mai s&#8217;incontreranno<\/em>&#8220;. Vero \u00e8 che, nel seguito del testo, egli modifica la sua affermazione, ammettendo che &#8220;la differenza scompare quando due uomini forti si trovino a faccia a faccia, dopo essere venuti dalle estremit\u00e0 della terra&#8221;.<\/p>\n<p>Il mio cammino inizi\u00f2 molti anni or sono. Avevo avviato studi medici, nutrita da un profondo interesse nel comprendere i legami tra mente e corpo (esperta, fino ad allora, nell&#8217;ingegneria delle capacit\u00e0 mentali, ma qualcosa ancora sfuggiva). Durante gli studi venni a contatto anche col mondo orientale e con la pratica di meditazione: Vipassana, secondo il ramo pi\u00f9 antico del buddismo theravada. Iniziai con un ritiro di dieci giorni, secondo la pi\u00f9 antica tradizione orientale: nobile silenzio e sveglia alle quattro di mattina. Passavamo la giornata seduti su un cuscino, in silenzio, nella grande sala, ad ascoltare il respiro. Poche istruzioni, nessuna teoria. Il nostro compito appariva banale ma al tempo stesso, di ora in ora e di giorno in giorno, estremamente difficile. Ogni sera, il Maestro teneva un discorso: niente teoria, medicina o massimi sistemi. Ci raccontava delle storie, spesso della sua vita e del suo cammino, e anche delle innumerevoli difficolt\u00e0 ch&#8217;egli aveva avuto agli inizi, con quella straordinaria leggerezza che sapeva porre negli argomenti difficili. Intanto, ci parlava di come affrontare e gestire in modo &#8220;abile&#8221; i diversi inconvenienti (stati d&#8217;estasi o noia pi\u00f9 completa, mente inquieta o continuamente ondeggiante e pervasa da pensieri o forse dolori fisici) che attraversavamo nello svolgere il lavoro.<\/p>\n<p>Scoprivamo dentro di noi uno spazio nuovo, possibilit\u00e0 nuove. E il mattino dopo, si ricominciava.<\/p>\n<p>Solo dopo parecchi giorni di questo lavoro, iniziava il cammino. E di giorno in giorno, qualcosa accadeva.<\/p>\n<p>Per me fu come un colpo di fulmine, un amore a prima vista. Iniziai ad avere la percezione di come ci fosse un potenziale, uno spazio inesplorato nella mente e nel corpo. E mi sentivo attratta senza esitazioni nel proseguire.<\/p>\n<p>Il medico occidentale, con cui svolgevo gli studi di medicina, mi scoraggi\u00f2: &#8220;Gli Orientali iniziano fin da piccoli, noi non potremo mai raggiungere i loro livelli, dobbiamo usare strumenti diagnostici\u201d e mi invitava a collegarmi, per esempio, a uno strumento di bio-feedback per poter realmente comprendere cosa stava accadendo e se o quali risultati stavo ottenendo.<\/p>\n<p>No. C&#8217;era in gioco qualcosa di profondo. Di fronte al quale ero disposta a rinunciare a ogni obiettivo, desiderio, scopo, risultato. Iniziai a praticare, e basta. Tutti i giorni e un ritiro dopo l&#8217;altro: per mesi, anni. Prendevo i precetti e sedevo sul cuscino, essendomi spogliata gradatamente da ogni &#8220;meta&#8221; per la quale forse, inizialmente, avevo intrapreso il cammino. Si dice che nulla si realizza secondo le &#8220;nostre&#8221; intenzioni. Fu un cammino pratico. Di esercizio, del corpo, della mente, dell&#8217;esperienza, del sentire.<\/p>\n<p>Di mese in mese e di anno in anno questo andava trasformando molte cose: la salute, il corpo, la mente; gli accadimenti. Lo sguardo. Difficile spiegare.<\/p>\n<p>Gradatamente inizi\u00f2 a sorgere spontaneo (forse, la mia innegabile inclinazione allo studio) anche l&#8217;interesse per gli studi: iniziai a leggere libri di meditazione; poi i testi dei monaci della foresta thailandese; gli antichi testi in lingua <em>pali<\/em>&#8230; la psicologia, la medicina&#8230; Ci\u00f2 che leggevo fluiva come una conoscenza gi\u00e0 presente in me. Quasi, mi consentiva di ritrovare o dare un nome (unire, approfondire) i vari &#8220;pezzi&#8221; che erano per me conoscenze dirette, ancor prima che teoriche.<\/p>\n<p><strong>La mente percettiva<\/strong><\/p>\n<p>Cos\u00ec, dunque, nasce in Oriente e per gli Orientali questo sapere: affonda le radici in una mente che ha modalit\u00e0 e qualit\u00e0 del tutto differenti dalle nostre: non migliori n\u00e9 peggiori, ma senz&#8217;altro differenti. Cos\u00ec nasce: per anni, seduti su un cuscino.<\/p>\n<p><strong>Il fondamento: aniccia o cambiamento<\/strong><\/p>\n<p>\u201c<em>Keep knowing aniccia<\/em>\u201d ripeteva continuamente il Maestro mentre svolgevamo l&#8217;esercizio, con la sua voce ferma e gentile. Aniccia \u00e8 il termine dell&#8217;antica lingua <em>pali<\/em> che significa: cambiamento, mutamento, vibrazione. Senza comprendere questo termine non possiamo comprendere nulla della medicina, filosofia, psicologia, spiritualit\u00e0&#8230; orientali.<\/p>\n<p>Il cambiamento (o vibrazione) \u00e8 inerente a ogni fenomeno. L&#8217;Oriente arriv\u00f2 a descrivere in modo precisissimo la pi\u00f9 piccola particella, non pi\u00f9 particella ma onda, vibrazione: la <em>kalapa<\/em>, che sta alla base della materia.<\/p>\n<p>E&#8217; straordinario come questa e altre descrizioni precisissime abbiano trovato in anni recenti conferma da parte delle pi\u00f9 avanzate avanguardie della chimica e fisica quantistica.<\/p>\n<p>Densa, compatta, lenta, fluida, accelerata. Tutto \u00e8 vibrazione. Tutto. Questa (conoscenza e capacit\u00e0 percettiva) \u00e8 alla base della medicina ayurvedica: <em>Aniccia<\/em>, la vibrazione, il cambiamento.<\/p>\n<p><em>Ayurveda<\/em> \u00e8 una parola composta da ayur, che significa vita o longevit\u00e0, e veda che significa conoscenza percettiva (o pi\u00f9 impropriamente tradotto: conoscenza &#8216;rivelata&#8217; poich\u00e9 emerge innanzitutto dall&#8217;interno, dal sentire, dopo che la mente \u00e8 divenuta ferma e silenziosa, e non viene inizialmente &#8216;appresa&#8217; da un libro). <em>Ayurveda<\/em> \u00e8 la conoscenza delle leggi chimiche e fisiche che regolano la vita (e la capacit\u00e0 di riequilibrarle) attraverso la percezione dello squilibrio energetico che ne sta alla base e la sua correzione. Dolce, delicata. Eppure incisiva. Come far ripartire una ruota che si \u00e8 fermata: forse non dovremo martellarla o arrabbiarci con essa, ma imprimere una leggera spinta. Con la giusta pressione, il giusto grado. E riparte. Spontaneamente.<\/p>\n<p>Sono stupefacenti i risultati che si possono ottenere, da ogni quadro clinico di partenza.<\/p>\n<p><strong>Cosa, noi, possiamo prendere?<\/strong><\/p>\n<p>Dunque: anni di meditazione o nulla? Prendere o lasciare? No, non \u00e8 questo il punto. Questo, \u00e8 solo per comprendere il retroterra. Senza aver compreso questo, ogni studio, fede cieca o rigetto restano immotivati.<\/p>\n<p>Il succo della medicina ayurvedica non sta nel <em>Triphala<\/em> (miscela di erbe usata a scopo curativo) cos\u00ec come il succo della nostra medicina non sta in un <em>Aulin<\/em> o un <em>Actonel<\/em>. Sta nella competenza profonda del medico a leggere e comprendere (coi suoi strumenti e la sua cultura) quel corpo, quella malattia.<\/p>\n<p>Come la nostra medicina non consiste nel <em>farmaco<\/em>. Cos\u00ec neppure la loro consiste nelle <em>erbe<\/em>. E l&#8217;utilizzo dell&#8217;uno o delle altre pu\u00f2 trovare giustificazione solo nella sapienza del medico che le conosce, ne conosce usi, opportunit\u00e0, valuta, sceglie.<\/p>\n<p>I veri pilastri della medicina ayurvedica non sono l&#8217;uso di preparati naturali, olii essenziali o trattamenti all&#8217;intestino. Sono innanzitutto una lettura e percezione del corpo, con strumenti diversi dai nostri. E&#8217; una lettura che si caratterizza per il (sapiente) sguardo d&#8217;insieme dato all&#8217;individuo (prima che a un solo organo) e per l&#8217;assenza di diagnosi strumentali (esami del sangue, radiografie, RM etc).<\/p>\n<p>Le leve d&#8217;azione principali sono:<\/p>\n<p>\u2022\u00a0\u00a0l&#8217;uso del cibo;<br \/>\n\u2022\u00a0\u00a0piccole abitudini di vita che per quell&#8217;individuo e la sua malattia fanno realmente la differenza;<br \/>\n\u2022\u00a0\u00a0elementi che riguardano la mente e l&#8217;interiorit\u00e0.<\/p>\n<p>Preparati, massaggi, erbe, olii fanno parte a volte di accessori, a volte anche di un folklore, non sempre ben compreso; affascinanti magari, ma non essenziali. Non \u00e8 l\u00ec il punto. Un&#8217;erba potrebbe essere sostituita da un&#8217;altra o un cibo con uno differente (magari anche della nostra terra). Il punto \u00e8: <em>come<\/em> vibra la persona? <em>Di cosa<\/em> ha bisogno? <em>Di quale tipo<\/em> di vibrazione? E come <em>per essa<\/em> la possiamo ricreare? Questa conoscenza giunge a livelli precisissimi. Il risultato appare ineluttabile.<\/p>\n<p><strong>Cosa, dunque, possiamo cogliere?<\/strong><\/p>\n<p>Innanzitutto, possiamo cogliere lo spunto di porre maggior attenzione e rispetto all'&#8221;insieme&#8221;, al tutto. Possiamo semplicemente ricordarci: &#8220;Gi\u00e0, esiste anche un&#8217;altra visione delle cose&#8221;. E se lo troviamo di beneficio, esserne ispirati. Magari semplicemente ponendo pi\u00f9 attenzione alla persona che abbiamo di fronte e al suo insieme, pur secondo le nostre conoscenze e abitudini mentali. Per\u00f2 prestiamo pi\u00f9 attenzione, una consapevole attenzione. Magari guardando e ascoltando la persona con pi\u00f9 curiosit\u00e0 mentre ci parla. Che impressione ne riceviamo? Fisica, intendo?<\/p>\n<p>Poi, possiamo sperimentare nel soggetto la lettura delle tre tipologie (che costituiscono la base della diagnosi ayurvedica: <em>Vata<\/em>, <em>Pitta<\/em> e <em>Kafa<\/em>\u00b2), da integrare alla comprensione che la nostra capacit\u00e0 di medici o uomini occidentali ci d\u00e0 di quella persona o malattia o problema. Possiamo avere una chiave in pi\u00f9 di lettura. Nei suoi grandi tratti, questa lettura \u00e8 accessibile e del tutto efficace.<\/p>\n<p>Poi, se i primi approcci con l&#8217;uso delle tre tipologie ci sembra avere un&#8217;utile rispondenza, possiamo provare ad applicare (o suggerire) abitudini e alimenti che &#8220;dovrebbero&#8221; essere adatti a quella persona. Dovrebbero. Ma poich\u00e9 si tratta di cibi e modalit\u00e0 globalmente sani (OPP cibi e modalit\u00e0 non nocivi), non ci sono grossi rischi: o nessun risultato particolare&#8230; o infiniti e stupefacenti risultati. Se ci\u00f2 appare, possiamo essere incoraggiati verso uno studio pi\u00f9 approfondito. Integrando (mai separando) queste conoscenze alle nostre. Ho conosciuto grandi maestri. E ne sono grata. Di essi non mi rimangono molte parole, ma l&#8217;esempio, la pratica.<\/p>\n<p>Faccio mie le parole del professor Vincenzo Franchini, urologo chirurgo, mentre racconta degli studi di specializzazione all&#8217;Universit\u00e0 di Pavia: &#8220;Il cattedratico, Savino Fantoni, usava dire: &#8216;<em>l\u2019uomo \u00e8 un animale chirurgico<\/em>&#8216; e su ci\u00f2 basava la sua pignola richiesta di conoscenza dell\u2019anatomia chirurgica, normale e patologica. Il chirurgo lento, per lui, \u00e8 semplicemente un uomo che non conosce il territorio che sta esplorando, tituba di fronte a ogni minimo ostacolo che il cammino gli interpone e sottopone il paziente a stress chirurgico inaccettabile, che si riflette nel processo di guarigione, chirurgica e psichica. Abbracciai questa filosofia totalmente&#8221;.<\/p>\n<p>Ebbene, come il medico o chirurgo occidentale si muove a perfetto agio nel proprio territorio, la chirurgia di quell&#8217;organo, cos\u00ec il medico orientale si muove a perfetto agio nel campo della percezione e vibrazione. Del corpo, degli elementi, del cosmo. E con mano certa e perfetto calibro, combina gli elementi. Bilanciando. Trasformando.<\/p>\n<p>Innumerevoli sono le scoperte che oggi la scienza occidentale conferma, gi\u00e0 presenti da millenni nel sapere orientale, e le guarigioni che la medicina occidentale definirebbe impossibili.<\/p>\n<p>E&#8217; possibile un incontro? <em>Twain shall meet<\/em>. Eppure s\u00ec, i due s&#8217;incontreranno&#8230;<\/p>\n<p><strong>Elena Greggia<br \/>\n<\/strong>Orientalista e ricercatrice, Milano<\/p>\n<p>\u00b9\u00a0Rudyard Kipling (Bombay 1865 &#8211; Londra 1936), poeta e scrittore britannico, premio Nobel per la letteratura 1907.<\/p>\n<p>\u00b2 Ne parler\u00f2 in un prossimo articolo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La medicina occidentale ha raggiunto grandi frontiere di specializzazione, sappiamo guardare nell&#8217;<em>infinitamente piccolo<\/em>. Ogni organo o patologia trova il suo massimo esperto, l&#8217;esperto di quel dettaglio. La nostra scienza separa.<\/p>\n<p>Eppure, in qualche modo, l&#8217;universo unisce: siamo uno.\u00a0Le culture orientali ne sono maestre. Anche nel campo della medicina, esse non guardano innanzitutto il singolo organo o sintomo ma l&#8217;uomo, il paziente: ne leggono il corpo, la costituzione, l&#8217;energia che lo anima. 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