APOCRIFA – Spesa sociale, previdenza e il nodo irrisolto dell’assistenza
Il Centro Studi e Ricerche di Itinerari previdenziali, ente indipendente attivo da anni nella analisi, fra l’altro, del sistema di protezione sociale italiano ha recentemente pubblicato e presentato alla Camera il XIII Rapporto dal titolo ‘Il Bilancio del Sistema Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2024’ che espone visione d’insieme e scenario del complesso sistema previdenziale del Paese.
L’articolato documento, liberamente disponibile sul sito (www.itinerariprevidenziali.it), è diretto sia agli addetti ai lavori, in particolare pubblici e decisori governativi, sia ai comuni consociati ove abbiano qualche interesse a conoscere quel tanto che li riguarda da vicino nel loro legittimo status di cittadini.
Già singolarmente, ma ancor di più se in coordinamento con altri rilevanti studi in oggetto di spesa pubblica e di entrate, il documento è in grado di chiarire i motivi (non sono neanche tanti) che impediscono obiettivamente all’Italia di crescere, pur progressivamente, in termini di maggiore civilizzazione ed equità repubblicana come da dettato costituzionale.
E la vincolano sine die a raschiare il fondo del barile e al piccolo cabotaggio senza possibilità reali di investire risorse adeguate in scuola, istruzione, ricerca e innovazione, tutela ambientale (a ogni pioggia un pezzo del Paese slitta altrove) etc etc.
Le risorse pubbliche mancano per difetto cronico di entrata (evasione fiscale) e per difetto del pari cronico di corretto utilizzo in rilevante quota (si spende molto e male) di quanto pur entra a fatica e ben meno del dovuto.
L’anomalia (cronica) riscontrata è che mentre la spesa per la previdenza (pensioni) -noto mal di pancia annuale di ogni manovra finanziaria e laboratorio dove si continua da parte dei governi pro-tempore a spostare pedine alla ricerca di equilibrio con l’assillo di invecchiamento e denatalità- si mantiene sotto controllo, e nessuno lo dice (o se ne accorge) è invece la spesa per la assistenza (decontribuzione, sostegni al reddito, bonus etc), a carico della fiscalità generale, ma trasferita dallo Stato all’INPS (nel 2024 sono stati 180 miliardi) a essere fuori controllo al punto che dal 2012 a oggi è cresciuta tre volte più rapidamente di quella delle pensioni.
In dodici anni, la spesa sociale è aumentata di 195,67 miliardi (+45%) a causa soprattutto dell’aumento a vario titolo degli oneri assistenziali (di competenza della fiscalità generale e non dello INPS) cresciuti del 163,3% (+93 miliardi) a fronte del 35,55% (+75 miliardi) in più della spesa previdenziale. Nello stesso periodo l’inflazione è salita del 24% e il PIL del 35,88%.
Nel 2024 sono stati globalmente destinati alla protezione sociale, pensioni, sanità, assistenza, sostegno ai redditi e welfare enti locali 627,933 miliardi di euro, con un incremento dell’8% (44,22 miliardi) rispetto al 2023, vale a dire oltre la metà (56,65%) della spesa pubblica totale.
Nell’ambito della quale una siffatta spesa per assistenza, cresciuta a dismisura di anno in anno con nuove prestazioni sommate alle precedenti e sedimentate in assenza di riesame o riordino non è senza effetti vs economia e sviluppo e mostra l’esigenza di un (reale) confronto tecnico-politico sul tema, volto a una razionalizzazione del sistema anche considerando che gravano sulle pensioni circa 71 miliardi di imposte IRPEF laddove nei Paesi UE od OCSE sono molto più basse, quando non del tutto assenti.
Esigenza di cui nessuno, né oggi né in precedenza, intende farsi responsabile per ragioni, come sempre, di cucina elettorale: passerebbe bensì costui alla storia, ma non forse le successive elezioni.
E valutando inoltre che la sopra detta anomalia, chiamiamola così, condiziona criticamente i dati da comunicare in sede europea: il rapporto spesa pensionistica/PIL comunicato a Eurostat per il 2022 (ultimo dato disponibile) relativamente a pensioni di vecchiaia, anticipate e superstiti risulta pari al 16,5% vs il 12,4% della media UE, ma non è vero.
In particolare, sovrastime drogate dalla impropria confusione fra previdenza e assistenza possono influenzare negativamente le agenzie di rating o indurre l’Europa a imporre tagli non necessari alla previdenza italiana, come già accaduto.
Troppe misure a sostegno del reddito o indirizzate al contrasto della esclusione sociale -di per sé corrette nello spirito di uno Stato sociale, ma senza adeguata ed efficace verifica del titolo degli aventi diritto e quindi in significativa parte fuori controllo- formano una spesa (peraltro come rilevato del tutto impropriamente imputate negli anni al sistema delle pensioni) che è la conseguenza bacata di una politica in concorrenza con se stessa alla costante ricerca di consenso elettorale nel breve termine: per il tramite di promesse le quali, irrealizzabili nella sostanza, necessitano tuttavia di produrre almeno ‘lustrini’ (panem et circenses).
Un siffatto assistenzialismo burocratico, privo di banca dati dell’assistenza e di anagrafe centralizzata dei lavoratori attivi pur previste da norme del 2004 e del 2015, con scarsi controlli e ancor più scarsi risultati reali in termini di superamento effettivo delle condizioni di povertà (obiettivo degli interventi di assistenza) incentiva efficacemente lavoro nero e sommerso indicati infatti da un tasso occupazionale fra i peggiori in Europa: nel dicembre 2024 (fascia 15-64 anni) pari al 62,5% a quasi 10 punti al di sotto della media europea (72%).
Il Presidente del Centro Studi ha osservato che ‘Negli ultimi 3 anni il monitoraggio INPS indica che sono state oltre 270mila le richieste accolte per l’assegno sociale a soggetti che per la gran parte risultano sconosciuti all’Istituto e al fisco, persone che, con le varie maggiorazioni, quattordicesime etc potrebbero essere arrivate a percepire nel 2025 un assegno di circa 740 euro per 13 mensilità. Una prestazione esente da imposte, vicina a quella di chi ha sempre versato contributi e la cui pensione è invece soggetta a IRPEF’.
E per chi, magari un po’ confuso dalle interessate comunicazioni dei politici (sembrano quelle della volpe e il gatto) volesse dare una rinfrescata anche al lato opposto a quello delle spese, cioè alle entrate dello Stato, può utilmente andare a vedere, sempre sul sito di Itinerari Previdenziali, l’ultimo Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF (30 Settembre 2025) dal quale emerge che il 43,15% degli italiani non ha redditi e vive a carico di qualcuno attendibilmente anche per il tramite degli interventi assistenziali cui si aggiunge l’arcinoto sommerso (nero e grigio) i cui effetti indiretti sono in ogni caso sempre a carico altrui.
In particolare l’Osservatorio mette nero su bianco alcuni dati scomodi e controcorrente (e infatti i politici si guardano bene dal ricordarli nei loro interventi): il 72,59% degli italiani dichiara redditi fino a 29.000,00 euro, corrispondendo solo il 23,13% di tutta l’IRPEF, un’imposta neppure sufficiente a coprire le prime tre funzioni di welfare.
In pratica quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di IRPEF, e di conseguenza poco più di un quarto dei contribuenti produce da solo di quasi l’80% dell’imposta.
Ah, una osservazione di chiusura: ricerche e dati prodotti da questo ente, attivo da oltre venti anni, e regolarmente consegnati a legislatori e decisori non risultano essere mai stati erronei o contestati nel merito.
LMPD
