HomeDialogandoNewsletterApocrifaAPOCRIFA – Tra vassalli e uomini liberi

APOCRIFA – Tra vassalli e uomini liberi

I due politici che, in Occidente, hanno preso, con dignità istituzionale e consapevole motivazione, le distanze dal presidente USA, sono il canadese Carney e lo spagnolo Sànchez, il primo economista ed ex banchiere liberal e il secondo, più a sinistra, docente universitario.

Nell’Europa in maggioranza, allo stato, populista e destrorsa (non di destra in senso liberal-conservatore, ma ad andar bene cesarista e liberticida se non peggio) non stupisce che siano due progressisti a tenere comportamento eretto e non servile né (strumentalmente) orientato alla realpolitik verso un soggetto che gli alleati, meglio i vassalli, anzi i valvassini, li accetta sì per sua graziosa bontà, ma li vuole solo al guinzaglio.

Le parole di Carney a Davos, in risposta a un intervento autocelebrativo e becero,  e quelle, più recenti di Sànchez all’indomani dell’inizio della (moderna) seconda guerra persiana e terza del Golfo raccoglierebbero probabilmente qualche attenzione anche da parte di Tacito, sensibile a individuare gli uomini ovunque essi si trovino e non tanto nel cerchio obbediente di cortigiani e compari sempre pronti a volgere le spalle al cambio del vento.

A proposito di obbedienza non è senza significato la recente comica circense delle scarpe presidenziali da nano Bagonghi correttamente indossate dallo entourage di vertice del presidente USA. Chi sa gli altri.

Così come l’attuale, per disgrazia dei molti e rispettivi popoli (che pure hanno le loro colpe, avendoli votati), ampio ventaglio di politici in servizio pro tempore  denuncerebbe criticità significative oltre a note comiche più che disperanti se fosse passato in rassegna attraverso la nota e fortunata (perché reale e veridica) griglia valutativa che il non dimenticato sicano Sciascia, di professione scrittore oltre che cittadino pensante con la testa, mise in bocca (Il giorno della civetta) a uno che, indipendentemente assai dalla legalità, di mondo se ne intendeva: uomini, mezz’uomini, ominicchi, prendin..lo, quaquaraquà (dove al terzo posto della graduatoria sono scimmie che fanno le mosse dei grandi, al quarto vanno diventando un esercito, al quinto come le anitre nelle pozzanghere).

Esercizio oltre che da obitorio di razionalità e buon senso tuttavia anche istruttivo ed edificante compilare l’esercizio con numerosi protagonisti (ahi, termine temerario) odierni.

C’è, come noto, chi crede nelle conseguenze funeste di congiunzioni astrali negative, delle quali non è provata la realtà a livello scientifico, ma è certo che avvengano non astrali sibbene terrestri congiunzioni periodiche,  comprovate dalla storia, connotate dal contemporaneo sviluppo worldwide di soggetti politici malefici al pari di rettili che variamente miscelandosi e scontrandosi (ché sempre vale, in ogni caso, la regola aurea di Tucidide per la quale ogni organizzazione di potere tende a crescere a spese altrui fino a quando non incappa in forza contraria e allora è scontro) attoscano la civiltà provocandone il regresso e sempre allo stesso modo, attraverso la guerra.

È già successo in passato, remoto e recente, e succede ancora al presente (e già da ieri).

In questo modo sono scomparsi nel tempo imperi e civiltà che si presentavano uniche, possenti e invincibili e, pro tempore, lo erano anche nella realtà.

Ma tutto cambia, scorrendo verso il mare, e anche inaspettatamente e perfino da un giorno all’altro e neanche i più abili e tenaci delinquenti politici, per quanto denaro e armi abbiano, sono in grado di aggiungere, pur volendolo, un minuto in più di vita alla loro misera esistenza para-imperiale.

E la loro memoria, per quello che vale, è affidata alla annotazione burocratica di una cronaca che anche ove diventi storia non ne coprirà mai il disvalore umano.

I mausolei sono pieni di morti che hanno vissuto ritenendosi immortali padroni di altrui così come i cimiteri di guerra sono pieni di morti che, viceversa, volevano solo tornarsene a casa.

Senza parlare dei civili che a casa c’erano già.

I capi ignobili (e molti di più, a miriadi, i senza colpa) con l’ossame disperso sotto il medesimo lenzuolo e l’anima da qualche parte a spiegare cosa ne hanno fatto del talento ricevuto gratuitamente e -non si sa se il vangelo se la dimentichi o la ritenga implicita- della libertà loro donata a somiglianza divina.

E nella tomba anche l’ateo, prima ben sicuro circa cose di cui nulla conosceva, ora tace a sua volta in attesa.

I già potenti e ora inutili ossami riportano, più ancora che alla memoria, all’attualità un folgorante scritto di Luciano di Samosata, siriaco del II sec, d.C., che nei Dialoghi dei morti (n. 18) ambienta l’incontro di Mercurio e Menippo con Elena di Sparta (‘E molte vite sono morte per me sullo Scamandro’, Euripide, Elena, 502) femminea causa della guerra di Troia: ‘[…]  Io vedo solo ossa e cranii scarnati, quasi tutti somiglianti fra loro./ Ed ecco quello di cui tutti i poeti cantano le meraviglie, le ossa, che tu mostri di spregiare./ Almeno additami Elena: poiché da me non la potrei discernere./ Questo cranio è Elena./ E per questo cranio mille navi sciolsero le vele da tutta la Grecia, tanti Greci caddero e tanti barbari, e tante città rovinarono?’

Ma l’esperienza vissuta rimane nel gracidante pantano e non si alza a contenere la tracotanza dei potenti e limitarne la hybris, mentre ben esplica la sua efficacia nella progressione della bestia la quale, viceversa, impara e si evolve.

Il trucco politico-militare di sostituire nell’immediato il vuoto (morto) con il pieno (vivo) in modo che la forza appaia la stessa ha la coda lunga e già nell’esercito imperiale l’unità d’élite della guardia del Gran Re, non per nulla denominata dai Greci degli Immortali (athànatoi), perché era in ogni momento sempre pari a diecimila, fu inventata, neanche a farlo apposta, proprio dai re persiani per atterrire e fiaccare il nemico con lo spettro funebre della loro invincibilità.

Ma a parte già lo scacco alle Termopili risolto con il tradimento, al cospetto di Serse, figlio di Dario in precedenza rimandato all’Ellesponto dopo Maratona, neanche in prosieguo i diecimila athànatoi (la cui memoria è rimasta unicamente a causa degli artistici mattoni smaltati policromi che li ritraggono in fila indiana, al Louvre) valsero in qualche modo a piegare la piccola Grecia (la virtù greca e l’ira) di cui Mardonio, pur abile gran capo (commander-in-chief) della strapotente e superba armata achemenide, si prefiggeva di divenire satrapo.

Ora uno di costoro si crede erede transoceanico o reincarnazione di Nerone, con Hegseth al posto di Seneca e le proprie istanze artistiche modernizzate da musica e teatro all’arredamento di interni, un altro discepolo di Giosuè a caccia di Filistei (dimentico che perfino ai tempi aurei di Salomone le città-stato della costa non furono conquistate da Israele, ma anzi fu il re di Tiro a rifornire Salomone di materiale e artigiani per la costruzione del tempio di Gerusalemme), questi inviato dal Profeta per presto ritorno al futuro medioevo e quell’altro copia carbone dello Zar di tutte le Russie (il Sultano è dietro a studiare la direzione del vento), ciascuno con i propri scherani più o meno grandi, mentre in fondo, oltre a tutte le steppe, deserti e montagne, qualcuno tace più del solito assiso sulla riva del Fiume.

 

LMPD

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