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APOCRIFA – Mela marcia

I media si sono occupati recentemente di brutte vicende come (in ordine casuale) l’omicidio di Rogoredo, la morte in ospedale a Napoli del piccolo cardiopatico, i furti al negozio della Stazione Termini a Roma, i furti (e la corruzione) relativa ai fondi comunitari per l’istruzione, il concorso di stato per notaio.

Naturalmente ce ne sarebbero anche altre, per nostra disgrazia quotidiana, ma gli esempi richiamati bastano e presentano un denominatore comune di forse maggior rilevanza e allarme sociale che è la connotazione pubblica dei soggetti coinvolti.

A Milano (Rogoredo è riconosciuta piazza della droga) un agente di polizia, assistente capo nel locale Commissariato, spara e uccide un pusher nordafricano. Ne esce la consueta bagarre politica fra opposti che rispondono, più che ai fatti, alle rispettive ideologie con risultati che accedono talvolta al comico e al grottesco (ma questo è scontato) e, quel che è peggio, si delinea una più che inquietante prospettiva di scenario la quale, se confermata dalle indagini in corso, aprirebbe una crepa di più generale e ben più profondo malessere, diciamo così, oltre il caso del singolo ‘delinquente’.

La vicenda del fallito trapianto cardiaco pediatrico per errori professionali è a sua volta oggetto di indagine, ma i fatti raccolti e pubblicati, a prescindere dalle responsabilità penali che saranno (si confida) accertate, sono da brivido e aggravati oltre al limite da comportamenti umani prima ancora che tecnici. Al pensiero di finire in un vortice consimile di pubblica sanità sale alto il desiderio di rimanere nel proprio letto e curarsi con l’auto-ipnosi.

A un punto di vendita situato nella Stazione Termini si rifornivano, senza pagare il conto come al presente risulta, un certo numero di poliziotti e carabinieri la cui mission sarebbe diversa: sporcare la divisa, come si usa dire in questi casi, non ha effetto limitato agli eventuali mariuoli specifici, ma conseguenze ben più in profondità nel tessuto sociale di una cittadinanza in cui non pochi di fatto già considerano il furto un accidente tutto sommato marginale.

Come peraltro autorevolmente confermano anche docenti universitari, ricercatori di enti e insegnanti di istituti superiori pizzicati a fare la cresta su fondi UE all’istruzione e neanche dalla nostra magistratura, sibbene dalla Procura europea: tanto per tenere al vento l’italica bandiera.

E poi i notai, vestali algide e un po’ cupe a guardia del burocratico vero, intabarrate nel mantello a ruota e talvolta, nei romanzi d’appendice o nell’immaginario popolare del tempo andato, protagonisti di ambigue vicende testamentarie al letto del ricco morente, ecco che i notai, pubblici ufficiali della Repubblica con funzione di accertare e garantire erga omnes un vero non mai discutibile da parte del popolo, proprio loro si palesano quali utenti di esami di stato taroccabili ad hoc.

E pensare che la Commissione d’esame non è residuale, ma presieduta da un magistrato di Cassazione ed è composta da 9 magistrati, 9 notai e 6 professori universitari.

Anche in questo caso un documento galeotto ‘riservato’ finito online per errore (meno male sia per il ‘riservato’ sia per l’errore) prospetta uno scenario a dir poco tragico e non per nulla il ministero, montante la usuale canea politica, ha precisato come ‘dovrebbe essere noto che, in base alla normativa vigente, al ministero compete solo la gestione amministrativa della procedura in termini logistici ma non ha potere di controllo o vigilanza sui lavori della commissione né sui comportamenti dei singoli’.

Da parte sua il Guardasigilli ha chiesto una relazione al presidente della Commissione e il Consiglio del notariato, avviata un’indagine interna, ha comunicato di attende con fiducia l’operato delle autorità competenti (magistratura e ministero di Giustizia): inizia la partita del rimpallo e si vedrà.

La mela marcia, cui tradizionalmente si addebita di contagiare nel cesto anche le altre fresche pomacee, esiste e opera con certosina regolarità in tutti i casi (questi e altri), ma non con presenza fisica, sibbene all’opposto con assenza totale: è l’assenza di onestà.

Il termine, che invero oggidì in giro si legge e si ode con parsimonia, non indica soltanto attenzione allo scambio delle monete (infatti talvolta qualche illuminato accenna perfino alla onestà intellettuale, che è evitare l’imbroglio in genere vs i terzi), ma la rettitudine morale nel suo complesso presente (o meno) nella creatura umana.

Questo è il valore che già gli antichi latini, più sobri e meno ciarlieri dei contemporanei, attribuivano alla parola honestas fino al punto che Ulpiano (giurista siriaco del II sec. d.C. largamente utilizzato per comporre, nel VI secolo, il Digesto di Giustiniano) incisivamente scrisse: Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere (D. 1, 1 10) ‘Del diritto queste sono le regole: vivere onestamente, altrui non danneggiare, a ciascuno riconoscere il suo’ così fissando al contempo una fondamentale norma giuridica, in pratica riassuntiva di un intero codice, e un parimenti fondamentale parametro etico.

La norma giuridica è infatti, come tale, indirizzata a tutti i consociati mentre il parametro etico, più efficacemente forse, è da considerare attributo di ciascun singolo fra quei tutti, giacché laddove la norma è obbligo generalizzato, il parametro o ideale etico/morale si presenta piuttosto come scelta singola ed essenzialmente indirizzo personale.

L’onestà, fin dal principio, fu considerata base di tutte le virtù tanto che già Dante, nell’epistola a Fior da Fiore a lui attribuita, citando Platone precisò come in assenza di essa fosse inutile trattare di altre virtù.

E in questa prospettiva, a maggior ragione, ben si comprende come alla base di ogni evento umano negativo ci sia, in qualche misura, carenza di onestà (honestas): nei rapporti con il denaro (furto, corruzione, truffa etc), con altrui (incapacità, raccomandazioni, sciatteria, malcostume etc), con se stessi (perdita della dignità).

La definizione del siriaco Ulpiano, piena e autosufficiente sotto il profilo giuridico (è scolpita in alto sulla facciata del Palazzo di giustizia di Milano invero con qualche temerarietà al pari del ‘La giustizia è uguale per tutti’ troneggiante nelle aule), è invero superabile solo sul piano teologico sostituendo ad alterum non laedere la esortazione evangelica alterum amare, ma in questo caso anche e perfino le altre due enunciazioni sarebbero assorbite dalla prima e quindi inutili.

 

LMPD

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