APOCRIFA – Resurrezione
Davanti alla fine della vita la reazione delle persone è molto diversa e può spaziare dal (cercare di) nascondersela al pensarci.
Il nascondimento, che origina da quel medesimo rifiuto davanti alla morte, avvertita come scandalo, che è istintivo in ogni creatura cosciente, presenta sfaccettature che riguardano il come evitare o aggirare ogni riferimento, l’orientarsi a una vita più ricca e gratificante possibile, il curare attento qualsivoglia componente (vero o immaginario) della longevità, il tranquillizzarsi con la convinzione che, comunque, dopo la vita altro non c’è onde è del tutto inutile e controproducente farsi condizionare da principi metafisici, rattristarsi anzi tempo e senza costrutto.
Impostazioni analoghe erano presenti anche, e.g., nella civiltà greco-latina che, per lo più immaginando un luogo o regno dei morti (Ade, Inferi etc) senza vita e senza speranza quale destino finale per tutti, rimetteva alla filosofia il compito di indicare come vivere e (accettare di) morire.
Per sua natura la filosofia è molteplicità di pensiero (tante idee per quante sono le teste e infatti il modo più diretto per contestare un filosofo, mandandone idealmente al macero l’opera, è la formula ‘Questo lo dice lui’) e così si avevano, e peraltro si hanno tuttora, molte ipotesi, indicazioni, dubbi e certezze che spaziano in ogni direzione.
Nella visione dell’Ade, a risultati non dissimili, ma con differenti conseguenze speculative, portava anche la sapienza dello Antico Testamento raffigurante lo sheol quale indicato, e.g., dal Qohelet (9,10) e cioè il luogo al quale vai […] ove non c’è lavoro né disegno né conoscenza né sapienza.
Nondimeno esistevano anche importanti eccezioni e così per taluni passi veterotestamentari (Salmi, Isaia, Daniele, Proverbi) l’anima del giusto è nelle mani di Dio pur al di là della morte come anche per taluni Greci l’uomo non termina ombra fra le ombre, ma la sua anima è immortale.
Cicerone racconta che il primo a considerare l’immortalità dell’anima sia stato Ferecide di Siro (Cicladi a sud dell’Attica e dell’Eubea), uno dei mitici sette saggi contemporaneo di Talete e maestro di Pitagora alla cui dottrina attinse Platone il quale poi (nel Fedone) formulò l’idea.
Il pensare consapevolmente alla morte si presenta con analisi bensì maggiormente articolata, ma anche sfociante in orientamenti praticamente opposti: la vita umana termina con la morte e dopo non c’è più nulla (componente simile a quella del nascondimento) ovvero dopo la morte inizia altra e diversa realtà.
Epicuro è ancora forse il più razionale e trasparente interprete della prima ipotesi e, giusta il suo nome che significa ‘soccorritore’, viene realmente in aiuto alla atavica paura dell’uomo di morire spiegando (lettera a Meneceo) che il male più spaventoso, la morte appunto, non è nulla perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.
Ragionamento che invero, sul piano empirico, non fa una grinza e che, nella sua limpida logica, è tuttora (anche inconsciamente o di fatto) adottato dai tanti che l’anima col corpo morta fanno.
Per i cristiani non è così, ma la morte è passaggio ancorché tenebroso (la valle oscura del Salmo 23) da una realtà a un’altra e, in particolare, al vivere nel regno di Dio che è non tanto qualcosa di estraneo quanto piuttosto la continuazione della vita terrena in diversa e definitiva dimensione.
Secondo la parola evangelica, Gesù non libera dalla paura della morte, al pari di Epicuro, ma dalla morte in quanto tale indicando la via, la verità e la vita.
Non è invero possibile conciliare i due modi di pensare, nonostante da che mondo è mondo ci si sforzi di fornire prove atte a dimostrare la validità del rispettivo assunto, perché ambedue (morte-termine e morte-continuazione) sono esattamente due tipi di fede, di segno opposto, e in quanto fedi indimostrabili per definizione.
L’ateo che dichiara la propria tranquillità d’animo nella certezza di scomparire per sempre tramite l’evento finale che tutti attende parla, in realtà, di cose che non conosce e che unicamente crede e spera non diversamente dal suo contrario il quale, viceversa, crede Dio e spera nella continuazione e salvezza della vita dopo la morte.
Se le posizioni sono nei fatti inconciliabili e distanti, esula però ogni giudizio per gli uni o per gli altri, facilmente temerario oltre che inutile, giacché non esistono certezze in merito e, in particolare, nessuno è in grado di conoscere l’animo altrui.
Enzo Bianchi, fondatore di Bose, ebbe a dire che ‘il monaco è un esperto di ateismo. Il monaco sa che ogni uomo ha l’inferno dentro di sé, ha delle regioni non evangelizzate, degli abissi che deve esplorare. Gli atei sentono una vicinanza e una simpatia per i monaci per la ricerca solitaria profonda in cui a volte nell’oscurità si incontra la nientità, che è niente di niente’.
E tornando a Epicuro, che ha rinnegato gli dèi dell’Olimpo in quanto antropomorfi e ricchi di vizi umani (due secoli prima, nello stesso senso, Senofane primo teologo occidentale), non c’è in lui negazione né irrisione della divinità, bensì constatazione della sua lontananza, disinteresse e inutilità per la sorte del mondo (esattamente quanto si pensa ancora oggi da parte di una moltitudine), ma questo non gli ha impedito, anzi, di venire in soccorso e aiuto degli uomini.
Per questo è assai più probabile che, non certo perduto, sia egli viceversa fra i pubblicani e le prostitute che vi precedono nel regno dei cieli con buona pace del padre Dante e di chi, non avendo capito il suo pensiero impropriamente denomina epicurei i viziosi.
Nessuno, emulo di Ulisse o Enea, è mai entrato nel regno dei morti e ne è uscito per dire se esista o non esista e come sia o non sia l’aldilà, né uomo né profeta né santo se non, per i cristiani, Gesù il quale ha peraltro tenuto riservati i suoi incontri dopo la resurrezione (Deus abscondidus non solo in Isaia, ma anche nel Vangelo) ed è raggiungibile solo e unicamente per fede.
E circa la fede (qualsivoglia fede), come detto, non si danno prove, nonostante tentativi filosofici e teologici pur elevati, perché Dio lascia intera alla creatura la libertà di credere e di non credere, avendo molto probabilmente ragione Pascal circa la distinzione fra esprit de géométrie ed esprit de finesse: il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
La religione -intesa come culto, sacrificio, offerte, preghiere e atteggiamenti da rivolgere a Dio- è opera, pur anche ispirata, dell’uomo laddove la fede non lo è in quanto, tracimando dallo spirito, fa a meno anche e perfino del tempio (dialogo al pozzo di Sicar con la donna samaritana): poiché Dio non va tanto cercato e richiesto per meriti (più o meno reali e in ogni caso del tutto sproporzionati e inutili allo sforzo) quanto piuttosto accolto in silenzio e gratitudine: gratuitamente infatti si offre a chiunque sia in cerca.
La fede essendo orientata, pur con tutte le sue terrene deficienze, a realizzare -per quanto possibile- l’impossibile.E cioè quella sorprendente e temeraria somiglianza divina, qualunque cosa sia, di cui fa memoria Genesi raccontando il mito della creazione.
La fede è, e permane, mistero di qualcosa che disvela e al contempo ri-copre: incontro di due che (quasi) diventano uno.Ed è mistero che, secondo lo spirito con cui la creatura lo accosti, se mal tentato porta a perdere orientamento nel buio laddove, se accolto vale a rendere quel buio trasparente come acqua sotto la luna che la irraggia.Quel medesimo buio trasparente e luminoso che con pietà amorevole avvolse e diede protezione alla notte della nascita e a quella della resurrezione, prima che i merli iniziassero a cantare nel giardino.
LMPD
