HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoL’APPROFONDIMENTO – Arya, terra degli Ariani (5)

L’APPROFONDIMENTO – Arya, terra degli Ariani (5)

Nel 401 a.C. iniziò la caduta degli achemenidi quando il satrapo di Sardi, Ciro il giovane, secondogenito di Dario II, ingaggiò diecimila mercenari greci pretendendo al trono imperiale occupato dal fratello maggiore Artaserse II e mosse su Babilonia morendo

 

Nel 401 a.C. iniziò la caduta degli achemenidi quando il satrapo di Sardi, Ciro il giovane, secondogenito di Dario II, ingaggiò diecimila mercenari greci pretendendo al trono imperiale occupato dal fratello maggiore Artaserse II e mosse su Babilonia morendo tuttavia in battaglia (Senofonte, Anabasi).

La instabilità politica e la debolezza militare così emerse nell’impero persiano mossero allora le voglie dei Macedoni e Alessandro, con una fulminante campagna, si impossessò dell’impero sbaragliandone gli eserciti al Granico, a Isso e Gaugamela.

L’ultima battaglia fu alla Porta persiana (oggi Tang-e Meyran), uno stretto passo sui monti Zagros che dalla costa del Golfo persico dava (e dà) accesso all’altopiano del Fars. Qui, agli inizi del 330 a.C., fu dove Alessandro superò con molte perdite e altrettanto rischio, in una sorta di Termopili al contrario, la resistenza finale dell’impero persiano oppostagli per mano di Ariobarzane, satrapo del Fars, il quale in estrema minoranza numerica riuscì a fermare i Greci per un mese confidando che, alle sue spalle, Dario riuscisse a raccogliere un altro esercito presso Ecbatana.

 

L’impero di Alessandro (Mégas Aléxandros o in persiano Eskandar Kabīr) si disgregò alla sua morte con la medesima rapidità della sua precaria formazione e gli subentrarono i Seleucidi (dinastia del generale macedone Seleuco) solo per un breve periodo e, intorno alla metà del III secolo a.C., sfociò nel dominio di Roma e dei Parti che si combatterono nel tempo con alterna fortuna facendo della Mesopotamia un permanente campo di battaglia.

Un vassallo persiano (Ardashir I) ribelle mise fine al potere politico dei Parti e nel 226 a.C. entrò nella capitale Ctesifonte dando inizio al secondo impero persiano, in mano ai re sasanidi che sarebbe durato fino alla metà del VII d.C. per finire al Califfato e dando corso all’età islamica.

Intorno al 1000 fu la volta dei Turchi e nel XIII dei Mongoli fino al XVI d.C. cui successero fino alla prima metà del XVIII i Safavidi, originari dell’Azerbaigian di lingua e cultura turca con i quali inizia per la Persia l’età moderna.

Questi furono poi abbattuti da tribù afghane in rivolta per motivi religiosi e dopo un lungo periodo di instabilità e guerre civili, alla fine del secolo XVIII, la Persia ritrovò unità sotto la dinastia Qajar turca (1795-1925) con capitale a Tehran.

 

Ma l’Impero russo si espandeva in Asia centrale e l’Impero britannico in India onde, nei fatti, queste due potenze condizionarono sempre di più la Persia sotto il profilo economico arrivando a dividersela per aree di influenza fino alla convenzione anglo-russa del 1907 che sancì formalmente il nord del Paese alla Russia e il sud ai britannici. Senza invasioni, ma con presenza di rispettivi contingenti militari.

È del 1901 la concessione dello shah Mohammad Ali Qajar al futuro direttore della Anglo-Persian Oil Company di esplorare e sfruttare i giacimenti di petrolio nel meridione persiano.

Tuttora i giacimenti iraniani di gas sono i secondi al mondo e quelli di petrolio i terzi.

A motivo della sua posizione tra l’Impero ottomano e i possedimenti coloniali russi e britannici, la Persia fu coinvolta in operazioni durante la prima guerra mondiale, in particolare per il controllo dei giacimenti, e alla fine della guerra la Gran Bretagna era in loco presente proprio a tutela dei giacimenti stessi.

Dopo alterne vicende sulle quali influì anche la Rivoluzione russa, originando movimenti e orientamenti di carattere marxista, nel 1925 il generale Reza Khan, comandante dell’esercito dal 1921, prese il potere autonominandosi shah dopo avere deposto l’ultimo sovrano Qajar e diede inizio alla dinastia Pahlavi con una politica culturale filo-occidentale e anticlericale non dissimile da quella, nel medesimo periodo, di Mustafa Kemal Atatürk nella vicina Turchia, pur rimanendo il Paese soggetto all’influenza di britannici e di sovietici succeduti ai russi zaristi.

Nel 1933 Reza rinegoziò la concessione petrolifera dell’Anglo-Persian Oil Company e nel 1935 mise in archivio il nome della Persia chiedendo alla comunità internazionale di utilizzare il nome di Iran. Si volse poi alla modernizzazione del Paese fra l’altro obbligando a diventare sedentarie numerose tribù nomadi.

Il Paese rimaneva comunque in delicato equilibrio politico estero che non mutò fino al 1941 quando fu invaso da inglesi e sovietici e lo shah fu costretto dai britannici ad abdicare a favore del figlio Mohammad Reza Pahlavi.

Questi, secondo shah della dinastia, indirizzò politica ed economia in alleanza piuttosto con gli Stati Uniti d’America e nel 1943 ospitò la conferenza di Teheran tra Stalin, Churchill e Roosevelt, primo vertice interalleato.

 

Nel 1951 fu nominato primo ministro Mohammad Mossadeq, che nazionalizzò l’industria petrolifera (allora controllata dalla britannica Anglo-Iranian Oil Company, oggi British Petroleum) cui reagirono gli inglesi con il blocco delle esportazioni di petrolio e ne venne una grave crisi internazionale (crisi di Abadan) che finì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e provocò nel Paese una profonda crisi economica e forti tensioni politiche non più governate da Mossadeq.

Nel 1953 il Fronte Popolare che sosteneva Mossadeq si ruppe ed egli fu deposto dai militari i quali riportarono trionfalmente a Teheran lo shah che, nel frattempo, si era rifugiato in Italia.

Questi sullo scenario internazionale e della politica estera intendeva, fra l’altro, richiamare e rinverdire i fasti della sovranità achemenide e indisse nel 1971 celebrazioni ricche e imponenti in occasione dei 2500 anni della monarchia persiana svoltesi alle rovine di Persepoli e alla tomba di Ciro il Grande a Pasargade, ma in politica interna, scottato dall’esperienza populista di Mossadeq, si orientò verso una stretta repressiva e antidemocratica che spinse gli strati più attivi della popolazione (borghesi, sinistre, clero sciita, ciascuno con un proprio orizzonte politico, ma pro tempore alleati) a unirsi contro il potere costituito e promuovere un flusso via via inarrestabile di pubbliche manifestazioni d’opposizione che furono sempre più represse nella violenza con tragica spirale di ulteriori azioni repressive e di ulteriori vittime.

Alla fine, nel gennaio del 1979, lo shah cedette il potere e partì per l’esilio e, contemporaneamente, dal suo esilio a Parigi -ove in chiave anti USA era stato costantemente riverito dalla intellighènzia progressista del tempo, nonostante avesse proclamato a chiare lettere cosa avrebbe fatto e come si sarebbe attivato al suo ritorno- sbarcava nel febbraio del 1979 all’aeroporto di Teheran l’ayatollah Ruhollah Khomeini (nel 1963 congiurato contro lo shah), vero protagonista e padrone della rivoluzione islamica (e presto fondatore della Repubblica islamica e prima Guida suprema). Questi subito prendeva il potere fra l’entusiasmo del popolo, ma ben presto eliminando in primis gli ex alleati progressisti ed esponenti di sinistra e quanti non accettavano il (suo) potere teocratico.

Si innesca quindi, per il tramite dei consueti tribunali rivoluzionari, la tradizionale caccia alla classe dirigente che provoca centinaia di migliaia di vittime e il 30 marzo un referendum in stile bulgaro (98%) formalizza la Repubblica Islamica che a un formale mantenimento di elementi istituzionali come parlamento (divisione dei poteri, elezioni a suffragio universale) sovrappone il sostanziale potere della tradizione islamica interpretata e condotta dalla gerarchia sciita.

In particolare la nuova costituzione prevede l’esistenza parallela sia del potere politico tradizionale rappresentato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, peraltro con compiti unicamente gestionali, sia del potere religioso sciita affidato a una Guida Suprema coadiuvata da un Consiglio dei Saggi cui è demandato il potere effettivo (teocrazia) con diretto ed esplicito riconoscimento del vertice dello Stato non già nelle istituzioni ‘repubblicane’, ma nell’Islam.

È del pari istituito il ‘Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica’ (Pasdaran) così formando il binomio clerico-militare del potere teocratico.

Nel 1980 è eletto primo Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Abolhassan Banisadr il quale, subito in contrasto con i vertici religiosi, nel luglio 1981 fugge dall’Iran ed è sostituito da Ali Khamenei che, già presidente per due mandati dal 1981, alla morte di Khomeyni nel 1989 diventa a sua volta Guida suprema con modifica della Costituzione ed è accreditato del titolo di ayatollah sebbene sia hojatolleslam (mujtahid di minore importanza) il primo titolo essendo (in teoria) riservato a soggetti di particolare e più alta dottrina.

Siamo giunti a oggi.

Khamenei è stato in carica per 37 anni ed è rimasto ucciso nell’attacco aereo di Israele-USA del 28 febbraio scorso e l’asse clerico-militare detentrice del potere l’ha sostituito con un figlio continuatore della precedente politica: la testa del serpente di cui Trump aveva annunciato il taglio ricresciuta all’istante e sperando non sia quella dell’Idra che al posto di una ne crescevano due.

Per acuta presentazione di due potenti, l’ultimo shah e il primo ajatollah, diametralmente opposti in tutto, ideologia, cultura e convinzioni di governo, ma politicamente analoghi nella feroce repressione dei medesimi sudditi che ancora vanno cercando libertà a prezzo di innumerevoli vite, sono sempre di attualità gli articoli di Oriana Fallaci del novembre 1973 per il primo e del settembre 1979 per il secondo.

Farah Diba, terza moglie (1959) dello shah esule e morto di cancro in Egitto, ora shahbanu di 87 anni residente a Parigi, che in questi giorni ha pubblicato un video in cui parla della “luce che trionferà sull’oscurità e l’Iran risorgerà dalle sue ceneri” e delle donne iraniane per le quali sogna un regime laico, intervistata dal Corsera ha parlato di molte cose, ma non ha voluto commentare il regime liberticida del marito che condusse alla rivoluzione.

 

Giulio M. Cicognani

(Fine. Le precedenti parti di questo articolo sono state pubblicate sui numeri 248, 249, 250 e 251)

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