L’EDITORIALE – Il disordine dei ruoli
Uomini sbagliati al posto giusto sono coloro che, a parte le rispettive singole capacità psico-attitudinali (tante o poche) che nessuno contesta, sono collocati (dalla sorte, dalla scelta, dal voto etc) in funzioni o uffici per le quali non hanno caratteristiche operative positive. E combinano guai.
La medesima osservazione può essere ripetuta al contrario: uomini giusti al posto sbagliato sono coloro che, idem come sopra, presentano magari caratteristiche positive per altre funzioni o uffici, ma non per quelle in cui sono stati messi. E combinano guai.
Ci sono inoltre anche quelli comunque sbagliati ovunque vadano o si trovino, ma non entriamo nel vasto mare della psico-patologia sociale e politica (da pòlis/città e non necessariamente la politica come usualmente intesa) e accontentiamoci della prima (duplice) ipotesi.
Il presidente USA è, in questo scenario, candidato naturale alla medaglia d’oro cui peraltro sembra tenere molto vuoi sotto il profilo semantico del riconoscimento in sé vuoi sostanziale del metallo.
In pochi mesi, re Mida sui generis, è riuscito a mandare al macero una serie di obiettivi raggiunti da altrui negli anni con molta fatica, allievo virtuale del prussiano Theobald von Bethmann-Hollweg, cancelliere del Reich (1909-1917) caratterizzato da una certa quale scarsa fermezza nelle sue decisioni che teorizzò la nota analogia dei trattati con la carta straccia.
Fra i tanti risultati, lo smantellamento delle (già laboriose, ma meglio di niente) relazioni internazionali, il riarmo della Germania e del Giappone, lo sdoganamento gratuito del presidente russo.
Gli si deve però essere grati per avere infranto pubblicamente il mito della repubblica democratica USA dimostrandone per fatti concludenti l’inconcludenza e fragilità costituzionale se, come è avvenuto e avviene, è possibile che un presidente (va be’ che è una repubblica presidenziale) vada rattamente e senza effettivi ostacoli se non qualche mugugno della opposizione ad auto trasformarsi in satrapo con buona pace del conclamato bilanciamento dei poteri.
Ma anche in Italia ci sono validi protagonisti che senza sosta trasformano le proprie rappresentanze in fazioni e colgono ogni occasione non per entrare nel merito dei problemi, ma per entrare nella rissa reciproca avendo evidentemente perduto il senso (democratico) dei ruoli e della dinamica fra maggioranza e opposizione.
La querelle sulla legge di riforma della giustizia è polemica ideologica spinta beceramente all’estremo su un oggetto di vitale importanza per la convivenza civile quale è (o dovrebbe essere) la giustizia cui si aggiunge la incapacità di far comprendere o intuire o sperare ai cittadini se e come e quando la situazione potrà migliorare e non a parole, ma nei fatti.
Si svolge infatti, il dibattito, non nel merito, ma in asserzioni sostanzialmente partigiane oltre che polemiche: deriva autoritaria, controllo dell’esecutivo su parte della magistratura (requirente, cioè PM), caste o non caste, protagonismo, sovraesposizione mediatica di magistrati, particolarmente PM, che trattano pubblicamente delle inchieste di cui sono titolari con possibili rischi di influenze improprie anche indirette sia sulla funzione in sé sia sulla pubblica opinione (giudicanti compresi che devono essere terzi non solo teoricamente e che uomini e donne lo sono anche loro), modalità di carriera, consorteria autoreferenziale, mercato delle vacche etc etc.
E tutto ciò a fronte di una moderata fiducia nel terzo potere della Repubblica da parte dei cittadini in genere che a esempio alla fine dello scorso anno, secondo un sondaggio pubblicato da La7, registrava nel 41,3% degli intervistati una fiducia bassa e nel 49,8% media, mentre solo per l’8,9% era espresso un livello alto.
Di tal che, quando coloro che sono raggiunti da notizia di indagine a loro carico protestano, come quasi sempre fanno, salda fiducia nella magistratura sembrano realizzare piuttosto un segno apotropaico al pari di altri maggiormente noti oppure un tentativo di anticipata captatio benevolentiae, bolsa strategia retorica antica quanto il mondo.
La Giustizia è amministrata in nome del popolo e non in nome dei giudici (Calamandrei), ma la distinzione non è sempre chiara e ci sono quelli che invece di riconoscersi utili e indispensabili servitori della legge (Falcone) ritengono, in particolare fra i PM, di essere loro la Giustizia e contemporaneamente depositari dell’etica pubblica e dotati di potere assoluto analogo a quello del Grande inquisitore di Dostoevskij.
In questo indecorosamente sorretti e sospinti dalla peggiore politica di ogni parte la quale, a seconda delle convenienze si capisce, spera spesso e volentieri che sia un giudice a liberarla da un molesto avversario.
Ma se la Giustizia è un sistema di gestione normativo (principi, leggi, procedure, garanzie e organi) i magistrati, tutti, sono i soggetti chiamati a fare funzionare al massimo della correttezza ed efficienza/efficacia quel sistema e devono essere sempre consapevoli e coscienti di non essere attori particolari, ma esseri umani che possono sbagliare pur animati da buone intenzioni e, a maggior ragione, se caratterizzati da protagonismo o dal pregiudizio di costituire l’ultima Thule della civilizzazione.
E, come esseri umani e come servitori dello Stato, sono e devono essere al pari di ogni altro discutibili, criticabili e valutabili nei risultati senza che il rispetto dovuto alla funzione e al ruolo diventi motivo di intangibilità o alibi o licenza.
Il potere giudiziario può e deve essere esercitato (scrupolosamente) nel perimetro costituzionale e quindi nel rispetto dell’equilibrio con gli altri due, legislativo ed esecutivo, poiché è da questo rispetto privo di straripamento che dipendono la democrazia e la libertà sia collettiva sia personale.
Per convincersene, basta guardarsi intorno e osservare quello che succede nel mondo.
