HomeDialogandoL’EDITORIALE – Quando la politica divora il merito: la rissa sulla separazione delle carriere

L’EDITORIALE – Quando la politica divora il merito: la rissa sulla separazione delle carriere

Volendo opporsi per motivi solo politici e non tecno-giuridici alla soluzione di un problema che, in un clima meno miasmatico, sarebbe stato bipartizan, l’ex ministro della Cultura ha con abile strategia motivato la sua voliera (cui si sono associati i magistrati contrari) e al contempo tirato il roccolo alla voliera avversaria che ci è cascata in pieno: è stato sufficiente modificare l’oggetto del contendere e portarlo sul piano della polemica in sé: votare equivale a dare ragione alla Meloni che poi si vanterà di avere il popolo dalla sua parte.

Con buona pace per la sostanza che aspetta di essere risolta e, come tante altre cose, potrà aspettare ancora un pezzo.

Cercando di ragionare, se al referendum prevarrà la schiera dei no ritornerebbe, per i promotori della legge costituzionale, di attualità l’antico (XVI secolo) detto germanico che avvertiva di non buttare il bambino con l’acqua sporca del bagno (das Kind mit dem Bade ausschütten).

Sarebbe infatti epilogo di una vicenda che è riuscita, all’inizio in modalità vagamente surreale e quindi in violenti scontri del tutto fuori luogo e, in particolare, clamorosamente fuori tèma, a trasformare un intervento tecnico-giuridico -atto a sanare la inadempienza costituzionale di cui all’articolo 111 (obbligo di terzietà del giudice, già presente in numerose altre civiltà processuali europee che pur non hanno la Costituzione più bella del mondo e neanche beninteso l’unica norma rimasta appesa, ma ci si accontenta anche di un passo alla volta- in una rissa politica dove in molti ( e no), morsicata la mela dello stratega progressista, sono riusciti a fare per eccesso o malafede o insipienza una gran brutta figura.

Separazione dei due corsi/carriere (requirente e giudicante), competenza su ciascuna delle due del rispettivo Consiglio superiore, competenza disciplinare su tutti officiata un nuovo organo super partes e introduzione del sistema di designazione a sorteggio sono state lamentate, dai fautori del no, cui all’evidenza interessa il mantenimento dello status quo, come un attentato alla integrità della Costituzione (?), alla libertà e autonomia della Giustizia (?), all’assoggettamento dei pubblici ministeri all’esecutivo cioè al governo (?) con perdita della loro istituzionale funzione di pubblica accusa indipendente e dai fautori del come la panacea in grado di risollevare le sorti più criticamente compromesse del terzo potere.

La contestazione alla legge (non proprio di riforma, ma tutto serve ), in capo e organizzata in particolare da magistrati non ha mai spiegato, e questo non è secondario per inquadrare la logica del no, in quale modo le paventate conseguenze (che obiettivamente sarebbero critiche e certamente da contrastare) si verificherebbero alla luce di quanto scritto nella legge e di come verrebbero modificate e integrate le norme costituzionali vigenti.

Che una siffatta lacuna sia a carico non tanto di politici e parlamentari, i quali non sono di norma tutti ugualmente esperti di diritto, ma di magistrati in carica è (quasi) incredibile.

Oggi si usa l’aggettivo inaccettabile, ma è un’idiozia perché, si accetti o meno, una cosa che c’è esiste e non la si può rispedire al mittente e va considerata per quello che è pur se sbagliata, iniqua o fasulla (Factum infectum fieri nequit, ‘quello che è fatto non può considerarsi non fatto’ disse già il vecchio Tito Maccio Plauto, III-II sec. a.C., romagnolo ante litteram di Sarsina, Sèrsna).

Dall’altra riva si è insistito fino all’asfissia su, a loro volta, non provate (perché inesistenti) qualità taumaturgiche della legge che rimedierebbero efficienza ed efficacia operativa (del tutto apprezzabili e necessarie, peraltro, vista la sgradevole situazione generale) a questa basilare e sempre delicata funzione della civiltà umana.

Non c’è niente di meglio, per evitare la soluzione di un problema concreto, che aggirarla azzuffandosi nel vuoto, ponendo e indirizzando l’attenzione altrui verso componenti bensì rilevanti, ma che con il problema in sé non c’entrano.

Così la signora Meloni, chiamando a raccolta per il e (immemore di veneta saggezza: Xe pèso el tacòn del buso) cercando di mettere una toppa alla leggendaria uscita della capo Gabinetto del Guardasigilli (peraltro, come d’uso, prima fraintesa e poi dispiaciuta) ha subito rassicurato, meno male, che  “Noi non vogliamo liberarci della magistratura” e quindi ha evocato “Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà”, “Antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria” “Figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco” come se si trattasse unicamente di scelte politicizzate avverse e non anche frutto di legislazione zoppa che i magistrati sono tenuti ad applicare e non saranno tutti e proprio tutti visceralmente contro il governo e giudicanti in mala fede perché agli ordini della sinistra.

E ha così dato destro all’opposizione per (senza sforzo) impallinarla e sviarla dal merito di quanto invece ha detto di realistico (a proposito della logica spartitoria e delle correnti, incarichi politici ai magistrati etc).

Così il procuratore di Napoli, strenuo difensore dello status quo, precisa che “Questa riforma non serve a rispondere ai bisogni di giustizia della gente, non velocizza di un secondo le decisioni sulle sentenze né l’efficienza. Non risponde quindi a quello che la gente vuole”, ma questo in effetti non è neanche l’obiettivo della legge (magari lo fosse, la legge sarebbe diversa) che è molto più modesto e si prefigge, con la separazione, di realizzare compiutamente la terzietà del giudice e di intervenire su procedimenti di scelta delle persone privilegiando il sorteggio piuttosto che l’elezione.

Come si realizzi il rischio al bilanciamento dei poteri costituzionali lo si dice e ripete, da parte dei no, ma non si spiega come.

Una osservazione di qualche maggior valore viene però da parte degli avvocati e, in particolare, da quelli dichiaratamente di sinistra che comunicano la propria decisione a votare per il : utenti pratici delle norme e soggetti partecipanti al processo non si lasciano attrarre nella bagarre politica, ma rimangono ai fatti che contano.

A parte che l’Alta corte di giustizia (per addebiti disciplinari e nomine contestate) e la separazione delle carriere erano già prodotto della Bicamerale D’Alema e programma del PD prima che l’argomento chiave (della separazione) venisse sfilata da Berlusconi in polemica contro le procure.

Chi perde potrà sempre in ogni modo presentarsi il giorno dopo davanti allo specchio spazzolandosi le gengive e direttamente dirsi, fuori dai denti, tutto quello che c’è da dire: e avrà quindi sempre la possibilità di sostenere di non averlo detto, di essere stato frainteso e che, alla fin fine, gli dispiace pure.

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