HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoAPPROFONDIMENTO: Lo scienziato e Dio

APPROFONDIMENTO: Lo scienziato e Dio

Stephen Hawking, professore di matematica e fisica teorica a Cambridge, il più grande (e noto) degli astrofisici viventi cui si devono visioni e teorie cosmologiche vertiginose (l’universo originato da una singolarità, buchi neri ed entropia, possibile unificazione di Relatività generale e meccanica quantistica che porterebbe alla c. d. Teoria del Tutto, buchi neri in miniatura o bianco-caldi, destino delle informazioni contenute nelle particelle che finiscono nei buchi neri etc.) ha proposto alcuni anni fa, in occasione del suo libro The Grand Design, l’idea che l’universo può essersi creato da sé, può essersi creato dal niente e, di conseguenza, non è stato Dio a crearlo.

 

Ha scritto lo scienziato: “La creazione spontanea è la ragione per cui c’è qualcosa invece del nulla, il motivo per cui esiste l’universo, per cui esistiamo noi.”
E l’ateismo scientifico ha accolto la declaratoria di Hawking, in virtù dell’autorevolezza dell’autore, come una (ulteriore) vittoria della ragione e della scienza.
Su cosa? Sulla religione.
Intorno alla cui inconciliabilità con la scienza lo stesso professore ha chiarito che la fondamentale differenza sia in quanto la religione è basata sull’autorità e la scienza, viceversa, su osservazione e ragionamento.

 

A parte una certa confusione fra Dio e la religione (o le religioni) la quale è una mediazione umana di un grande mistero invero non molto dissimile, mutatis mutandis, dalle mediazioni umane sul non meno grande mistero del mondo (o della natura) che sono comunque da accettarsi per credere alla rappresentazione scientifica proposta (le teorie poggiano sulla sperimentazione e sono, a loro volta, basate sull’autorità di chi le enuncia) e a parte una non marginale considerazione che se ci fossero prove dell’esistenza della verità nelle teorie scientifiche, comprese le più accreditate (o accettate), queste sarebbero quantomeno in vantaggio logico sulle prove dell’esistenza di Dio, ma così non è onde l’annosa diatriba è destinata a permane sebbene senza portare a niente, è curioso come non si consideri che mettendo in analisi reciproca (e diretta) la scienza e Dio si commetta anzitutto un errore di partenza.

 

Errore atto a condurre verso due piani ontologicamente inconciliabili per definizione, in quanto reciprocamente altro e quindi non incrociabili.

 

La scienza, come ricorda lo stesso Hawking, indaga la natura (che è un mistero fisico ancorché in potenziale disvelamento, oramai tramontate le certezze illuministiche e positivistiche che avevano creduto di essere giunte alla sua conoscenza) con gli strumenti dell’osservazione e del ragionamento, laddove gli stessi non sembrano, già a priori, utili all’indagine verso il mistero fisico e metafisico di Dio.

 

Per la scienza (verso la natura) si usano i sensi, la razionalità e le strumentazioni tecniche sempre più avanzate, ma in ogni caso governabili dai sensi e dall’intelligenza (compresa, se si vuole, quella artificiale), mentre per Dio si può unicamente tentare l’utilizzo del medium umano fisico e metafisico cui si dà, dall’antichità, il nome di cuore.

 

Per questo la fede in Dio è libera, come anche la mancanza di fede, e per nulla sottoposta o condizionata da autorità e per questo, nella storia del pensiero, tutte le così dette prove circa Dio e la sua esistenza non hanno mai provato nulla verso chi non intende (liberamente) coinvolgere se stesso nella ricerca di Dio.

 

Così come queste stesse prove mai hanno neanche aggiunto nulla né alla fede di chi già crede in Dio (indipendentemente dalle autorevolissime contrarie o non contrarie declaratorie dei geni scientifici) o di chi ha scelto di mettersi alla ricerca dell’incontro lungo la via verso il cielo.

 

L’unica metafora efficace, su questo argomento dove tante grandi menti appaiono in affanno, sembra il matteano mito dei Magi, vale a dire dei sapienti che consapevolmente accettano di mettere da parte la loro scienza e di assumersi il rischio di trovare, al posto delle prevedibili conseguenze delle proprie certezze, qualcosa d’altro là dove non avrebbe neanche potuto o dovuto esserci.
D’altra parte la mite sapienza evangelica suggerisce che condizione per intraprendere la strada verso Dio sia la semplicità di cuore e chi nonostante ciò vi si avventuri con la temerarietà delle proprie certezze rischia di mettersi a balbettare.

(A cura della Redazione)

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