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EDITORIALE – Le cose si complicano

Il presidente USA, secondo cattolico dopo Kennedy alla Casa Bianca, si è incontrato in Vaticano con Francesco papa in udienza più lunga del normale.

I due personaggi si conoscono, essendosi già incontrati alcune volte quando Biden era vice di Obama, ed è probabile che abbiano anche parlato di guerra e pace.

Si sono spenti, rapidi come si erano accesi, i riflettori della cronaca sulle vicende afgane che già, prima dell’ultima e definitiva crisi, giacevano dimenticate per l’opinione pubblica internazionale, ma non certo per la sfortunata popolazione che ne era, suo malgrado, protagonista (almeno per quanto concerne l’ultimo atto della troppo lunga vicenda) dal 2001: passato l’interesse contingente e pettegolo dei media sono rimasti, forse ulteriormente peggiorati, i problemi.

Dal discorso di Bush agli Stati Uniti del settembre 2001 rimangono parole temerarie in breve ricoperte dalle ragnatele del tempo che, da un lato, fa bene il suo mestiere, spazzando via dalla storia la iattanza degli uomini, ma dall’altro impedisce anche ai posteri d’imparare a vivere con maggiore prudente saggezza avendo presenti i disastri della lingua collegata alla superbia del potere: “Siamo sostenuti dalla volontà collettiva del mondo. […] Il popolo oppresso dell’Afghanistan conoscerà la generosità dell’America e dei suoi alleati.

E sul piedestallo con Bush va messo il suo sodale del momento, primo ministro britannico pro tempore, Blair, che poi, esaurito il mandato, andò in giro per conferenze in lungo e in largo a insegnare agli altri.

A Biden è toccato il ruolo del becchino dell’impresa afgana, gestita dai suoi predecessori secondo le rispettive convenienze politiche, mentre a Francesco è toccato tenere vivo il ricordo di Giovanni Paolo II il quale non solo si oppose ideologicamente con tutte le sue forze all’ipotesi di guerre (Afghanistan e Irak), ma altresì lungamente tentò con la pratica diplomatica di scongiurarne la realizzazione.

In particolare l’ambasciatore pontificio, cardinale Laghi, conferendo con il presidente statunitense ebbe a metterlo in guardia su tre argomenti: il primo di una banalità sconcertante, ma ancora più sconcertatamente di regola pretermesso da chi si appresta a mandare in guerra: il conflitto avrebbe causato morti, feriti e danni materiali e immateriali di ogni genere da ambo le parti; il secondo che sarebbero conseguite guerre civili; il terzo che sarebbe stato facile per gli USA iniziare le ostilità, ma molto più difficile uscirne.

Pronostico non preso in considerazione da Bush il quale era viceversa convinto di realizzare la volontà di Dio e tutti sanno che quando il politico di turno si sente chiamato dall’Altissimo (da Gott mit uns fino al Grande Satana dimenticando che Dio è uno e parla ben diversamente) le cose si complicano.

Gli USA hanno inteso la guerra per affermare un (loro) potere di supremazia mondiale e si sono impantanati, con i loro alleati, in un altro Vietnam dal quale sono usciti male e (a parte morti e danni diretti e indiretti e che Bin Laden, il conclamato obiettivo, era in Pakistan) in condizioni peggiori di prima.

Ovviamente nessuno perde il vizietto di parlare a vanvera [C. Whitlock, del Washington Post, scrive nel libro The Afghanistan Papers: A Secret History of the War: ‘Quando Trump iniziò il ritiro disse: Vinceremo. E i suoi predecessori (Bush e Obama, NdR) hanno detto cose simili’] e chi avesse il gusto del surreale, oltre che del vano, può rileggere le dichiarazioni di alcuni nostri ministri quando l’Italia ammainò la bandiera a Herat.

Inoltre non c’è una volta che costoro, i grandi, siano messi davanti alle loro responsabilità (escludendo soluzioni alla Ceaușescu, Hussein, Gheddafi e compagnia): ingannano, disperdono vite e risorse e poi sono sempre lì a pontificare, insegnare agli altri e pure ritornano.
Ora Biden conferma non essere più il tempo d’intervenire in casa altrui per (teorici) buoni propositi e lasciare macerie: è finita l’era in cui gli Stati Uniti usano il potere militare “per rifare altri paesi”: meno male (a parte la difficoltà di individuare dove questo proposito sia stato realizzato).

E si riferisce, fra l’altro, alle operazioni Libertà Duratura (OEF: Operation Enduring Freedom) -per antonomasia quella afgana- ma senza dimenticare le Filippine e il Corno d’Africa a proposito del quale (Somalia) il NYT si interrogava alcuni giorni or sono circa i risultati dell’azione americana che dura, in sordina, da anni.

In Somalia tutt’altro copione: azioni segrete, spionaggio, operazioni speciali, droni a volontà, ma risultati non dissimili.

Il gruppo militante collegato a Qaeda, Al Shabab, è infatti al suo massimo storico: presidia il territorio e in particolare le campagne (come i talebani in Afghanistan), bombarda le città e gestisce uno stato parallelo completo di tribunali, racket di estorsioni e tasse che, secondo le stime del governo americano, produce risultati rilevanti (almeno $ 120 milioni l’anno scorso) anche in rapporto all’economia ufficiale del Paese.

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