DE LITTERIS ET ARTIBUS – Ucronie e distopie
Vorrei segnalare l’ultimo romanzo di Ian McEwan “Quello che possiamo sapere” (titolo originale What We Can Know), pubblicato nel 2025, che fonde la fantascienza climatica (la cosiddetta Cli-Fi), la riflessione filosofica e il giallo letterario.
Nella cronaca degli ultimi mesi è comparso un dibattito pubblico vivace e un po’ scomposto su chi debbano essere considerati i candidati più meritevoli di un premio Nobel e – in questo contesto – c’è stato anche qualche dubbio sul perché McEwan non sia stato ancora premiato con il Nobel per la letteratura, considerando che le sue opere riescono immancabilmente a fornire suggestive cornici narrative e profondi spunti di riflessione.
“Quello che possiamo sapere” si sviluppa su due piani temporali principali: uno collocato nel nostro presente, uno nel secolo prossimo, quando il mondo sarà stato sconvolto dal cambiamento climatico. In questo futuro, McEwan immagina che le discipline umanistiche avranno ancora i propri cultori e che continueranno a studiare le opere letterarie del passato, avvalendosi anche delle numerosissime informazioni che gli archivi digitali metteranno a disposizione dei ricercatori del futuro per indagare in dettaglio la vita privata degli artisti vissuti ai tempi dei social.
Il protagonista del romanzo è uno studioso della letteratura inglese compresa tra gli anni 1990 e 2030, che indaga su un poeta che sarebbe stato autore di una poesia leggendaria, letta un’unica volta ad alta voce durante una festa nel 2014 e poi apparentemente scomparsa nel nulla. La trama offre l’opportunità di ipotizzare quale sarà il futuro delle arti nel ventiduesimo secolo e quale sarà il loro ruolo nelle vite dei nostri posteri, vittime di una catastrofe ambientale.
Il romanzo è estremamente raffinato e si legge con piacere, ma lascia addosso un’inquietudine legata al fatto di osservare il nostro presente da una prospettiva post-apocalittica, tanto più credibile in quanto descritta senza enfasi e con stile fattuale. In particolare, lo sviluppo del romanzo su due piani temporali lo colloca a metà tra un’ucronia e una distopia.
Noi preferiremmo pensare che si tratti di un’ucronia, ovvero una “storia che non esiste”, dove gli eventi del futuro dipendono da un passato alternativo nel quale si è verificata una divergenza rispetto alla realtà storica documentata. Un esempio di ucronia è “L’uomo nell’alto castello” di Philip K. Dick, nel quale l’autore immagina cosa sarebbe successo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale.
Ma temiamo che McEwan abbia invece voluto scrivere una distopia, ovvero l’esatto contrario dell’utopia, dove si estremizzano le tendenze negative del presente per provare a delineare il peggiore dei mondi futuri possibili. Uno dei più inquietanti esempi di distopia è “1984” di George Orwell, che – a decenni di distanza da quando fu scritto e dal tempo in cui fu ambientato – continua a rivelarsi profetico sotto molti punti di vista.
Insomma, il futuro descritto in “Quello che possiamo sapere” è il prodotto di una divergenza verificatasi rispetto al flusso della storia effettiva o è il prodotto inevitabile delle nostre poco lungimiranti scelte attuali?
Massimo Pentalogo
