HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoL’APPROFONDIMENTO – Eponimi

L’APPROFONDIMENTO – Eponimi

Dall’Isola di Pasqua (Rapa Nui) viene un farmaco molto interessante: la Rapamicina. Si tratta di un immunosoppressore prodotto da un batterio scoperto in un campione di terra dell’Isola di Rapa Nui che è utilizzato nelle terapie antirigetto in pazienti che hanno avuto un trapianto d’organo.

Il nome del farmaco non suscita alcuna controversia perché l’Isola di Pasqua viene associata a un medicinale che può salvare vite umane. Lo stesso è vero per la “dieta mediterranea”, termine coniato dal fisiologo statunitense Ancel Keys che negli anni Cinquanta collegò una dieta povera di carni rosse e latticini e al contrario ricca di cereali, verdura e olio d’oliva a una minore incidenza di malattie cardiovascolari. Questa dieta, inclusa nel 2013 nel patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, inorgoglisce gli abitanti delle nazioni che si affacciano sul Mediterraneo.

Ma cosa dire quando termini geografici vengono utilizzati per denominare malattie (generalmente contagiose)?
L’esempio più recente è quello del COVID-19, che all’ex Presidente statunitense piaceva chiamare “Chinese virus” con l’intento di politicizzare la pandemia e di utilizzarla come arma nell’aspro confronto che aveva ingaggiato con la Repubblica Popolare Cinese.
Tra l’altro, l’impiego del termine “Chinese virus” ha avuto l’effetto forse inaspettato di rinfocolare un sentimento di odio razziale nei confronti dei cittadini statunitensi di origine asiatica.

Un precedente davvero esemplare per quanto riguarda l’uso ostile del nome di una malattia è dato dalla sifilide, che in passato gli Italiani chiamavano “mal francese” e i Francesi “mal napolitain”, che i Russi chiamavano “mal polacco” e i Polacchi “mal tedesco” e che i Turchi chiamavano più in generale “mal cristiano”.

Attualmente esistono molte malattie la cui denominazione ufficiale è legata a un luogo.
Basta citare tre esempi: l’influenza spagnola (il primo caso documentato fu nel Kansas, ma fu in Spagna – paese neutrale durante il primo conflitto mondiale – che se ne diede notizia al mondo perché le nazioni belligeranti avevano tenuto nascosta la pandemia per non indebolire il morale delle loro popolazioni già duramente provate dalla guerra), Marburg Virus Disease (il primo focolaio di questa febbre emorragica si ebbe a Marburgo nel 1967, dove il virus fu portato da scimmie infette, importate in Germania per lo sviluppo di vaccini) ed Ebola Virus Disease (il primo caso fu nel villaggio di Yambuku, situato a circa 100 km dal fiume Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo).

È interessante notare che il nome Ebola fu significativamente scelto dallo scopritore del virus per non dare una localizzazione geografica troppo precisa ed evitare che Yambuku avesse lo stigma di essere il luogo di nascita di questo terribile agente patogeno.

Una sensibilità simile a quella del virologo scopritore dell’Ebola e volta a proteggere ancora più radicalmente gli abitanti delle località utilizzate per dare il nome a una malattia, ha portato di recente a immaginare l’espunzione dei termini geografici dai testi di medicina. Quindi Marburg Virus Disease potrebbe diventare “filovirus-associated haemorrhagic fever 1”, mentre Ebola Virus Disease potrebbe diventare “filovirus-associated haemorrhagic fever 2”.

Secondo alcuni però questo sforzo di non urtare la suscettibilità delle popolazioni che hanno avuto la sfortuna di essere storicamente legate a una particolare malattia condurrebbe all’introduzione di termini medici difficili da memorizzare e tali da poter dar luogo a confusione.

Non è semplice farsi un’opinione definitiva su una questione delicata come questa: forse vale la pena attenersi alla regola generale che usare terminologia e linguaggio il più possibile rispettosi va sempre bene, ma che ancora meglio sarebbe comportarsi in modo rispettoso in tutti i momenti e in tutte le situazioni della vita pubblica e privata.

Davide Caramella

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