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APOCRIFA – Albori del pensiero (4)

Talete, dunque, il primo dei filosofi della nostra civilizzazione era di Mileto, colonia ionica caratterizzata anche da un particolare curioso: i primi coloni greci salpati dal Peloponneso e approdati sulle coste dell’Anatolia sud-occidentale, a nord della Licia, non avevano donne con sé e quindi ne sposarono di locali, del popolo cario, noti guerrieri che anche gli Egiziani vollero come mercenari a motivo della loro abilità con l’arco, già ricordato nella Iliade per la sua alleanza con Troia.

E la fusione delle due stirpi diverse concepì un potenziale significativo di civiltà orientale e occidentale, stimolato in particolare dallo spirito di libertà greco, che si sarebbe realizzato nel tempo e avrebbe compreso una incessante ricerca intorno alle cose e un’attitudine a un dialogo vasto fra soggetti di razze diverse.

Mileto era coinvolta da protagonista in un fiorente commercio per mare nelle direzioni del Ponto Eusino (Mar Nero) a nord, della Madrepatria a occidente e del Nilo a sud onde fruiva di un’esistenza mediamente agiata ben diversa dalle condizioni di mera e ansiosa sopravvivenza che connotavano sovente gli insediamenti umani del tempo e quindi condizioni di vita favorevoli anche al pensiero e al suo sviluppo.

Inoltre considerando che la vita del navigare è più aperta al nuovo e alla curiosità della scoperta rispetto alla vita maggiormente statica del coltivare.

Non per nulla Aristotele rileva che la ricerca filosofica postula una situazione materiale sufficientemente tranquilla e non inquinata dal bisogno quotidiano.

Talete, secondo Aristotele, è il fondatore di tale forma di filosofia intendendosi per ‘tale’, nell’ambito della pagina della sua Metafisica dedicata a Talete, la filosofia che cerca la causa materiale e di quanto sta nelle cose e anche oltre le cose e che fornisce alle cose il motivo o la causa del loro essere, del loro conservarsi, del loro progredire e del loro modificarsi.

Una prospettiva già metafisica ante litteram e tale da aprire contemporaneamente la via verso la scienza e verso una visione nei fatti e sostanzialmente religiosa (cioè rivolta a investigare cosa ci sia ‘oltre’ e quindi ben poco atea, come è stata talvolta considerata la scuola ionica) diversa e più umanamente consapevole rispetto ai miti di Omero ed Esiodo.

Talete potrebbe essere nato intorno al 640 a. C. e morto negli anni ‘540 in un periodo storico che vede la scomparsa del regno di Lidia, con cui i rapporti degli Ioni erano stati ottimi, per mano dell’impero persiano retto da Ciro il Grande, il primo dei sovrani achemenidi, e quindi periodo molto incerto e scivoloso a fronte del quale, in veste di autorevole partecipante alla vita della sua pòlis secondo il costume del tempo, sostenne saggiamente una politica di equidistanza e neutralità di Mileto verso i due potenti, Creso di Lidia e Ciro di Persia.

Orientamento politico che ebbe in seguito molto valore per i Milesi dopo che Ciro, sconfitta la Media, nel 547 a.C. conquistò la Lidia riducendola a satrapia dell’Impero Persiano.

Così in Erodoto. E accanto alla lungimirante abilità politica il filosofo e matematico bizantino Proclo, di famiglia originaria della Licia, aggiungerà in seguito l’abilità scientifica accreditandogli il teorema riguardante l’uguaglianza degli angoli alla base del triangolo isoscele (e altri quattro teoremi sempre di geometria) mentre secondo la testimonianza di Diogene Laerzio si deve a Talete la individuazione dell’Orsa minore, onde ben si comprende come intorno a questa figura sia andata progressivamente a formarsi un’aura anche di leggenda che metteva insieme saggezza, sapienza e abilità.

Da un racconto di Socrate, riportate da Platone nel Teeteto, si tramanda che Talete, intendo a studiare il cielo finì a scivolare in un pozzo e per questo fu preso in giro da una spigliata servetta trace che gli consigliò di guardare dove metteva i piedi piuttosto che andare in giro a naso in su, mentre Aristotele, nella Politica, racconta che a motivo delle sue conoscenze scientifiche il filosofo ebbe modo di prevedere di lì a breve uno straordinario raccolto di olive per cui, fuori stagione, fece incetta dei frantoi che nessuno chiedeva di avere e, venuto il tempo giusto, raccolse molte ricchezze affittandoli a coloro che ne avevano bisogno.

Allo scopo di dimostrare ai concittadini che il filosofo non è solo uno con la testa fra le nuvole, ma se vuole, benché non brami le ricchezze, è ben capace di cimentarsi felicemente anche nelle cose pratiche.

Nella varietà dei racconti emerge quindi un soggetto certamente poco storico (nel senso in cui qualifichiamo oggi la storia), ma degno di attenzione, interessante, vivace e poliedrico che, sempre a sentire Diogene Laerzio, ammetteva di essere grato per essere nato uomo e non animale, maschio e non femmina (medesima gratitudine verso l’Altissimo, a questo riguardo, era anche in una preghiera ebraica) e greco e non barbaro.

E al quale è stata comunemente attribuita forse la prima fra le più grandi delle sentenze: quel conosci te stesso che è sorprendente e imbarazzante esortazione religiosa già iscritta nell’antico tempio greco di Apollo a Delfi, passata tale e quale nella cultura latina e quindi alla modernità come ineludibile pietra di inciampo nella meditazione personale e nel comportamento interpersonale.

LMPD
(Continua. Le precedenti parti dell’articolo sono state pubblicate sui nn. 215, 216 e 219)

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