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APOCRIFA – Bambine e bambini (2)

Ora è di tutta evidenza, a fronte delle costanti dolose inadempienze come delle parimenti dolose pretermissioni o dimenticanze di tanti solenni impegni inutilmente, anzi grottescamente, proclamati dai politici di tutto il mondo che anche solo una parziale realizzazione dei primi obiettivi della signora Jebb (fondatrice di Save the Children) i quali sullo scenario odierno continuano nella realtà a stridere come insopportabilmente utopici costituirebbero una (quasi) incalcolabile vittoria sulla sofferenza globale e dimenticata dell’infanzia:

[…] oltre e prima di ogni considerazione di razza, nazionalità o credo:

I. Al bambino si devono dare i mezzi necessari per il suo normale sviluppo, sia materiale che spirituale;

II. Il bambino che ha fame deve essere nutrito; il bambino malato deve essere curato; il bambino arretrato deve essere stimolato; il bambino delinquente deve essere recuperato; l’orfano e il trovatello devono essere ospitati e soccorsi;

III. Il bambino deve essere il primo a ricevere soccorso in tempo di difficoltà;

IV. Il bambino deve essere messo in condizione di guadagnarsi da vivere e deve essere protetto contro ogni forma di sfruttamento;

V. Il bambino deve essere allevato nella consapevolezza che le sue migliori qualità devono essere messe al servizio dei suoi fratelli.

Sorge forse istintiva la tentazione di argomentare che codesti propositi oppure, chiamiamole così, prediche laiche sono anche atee nel significato più letterale del termine dato che non fanno mai riferimento qualsivoglia ad alcun Dio né si ancorano in un’etica superiore alla soggettiva scelta umana, e in questo è la ragione della propria debolezza, onde non c’è poi neanche da stupirsi più di tanto se -firmate e proclamate da leader internazionali con, se va bene, le mani sporche- rimangono nella sostanza ampiamente disattese.

Una sorta di (teorica) carità pelosa.

Ma lo scenario non era idilliaco neanche quando i regnanti riconoscevano esplicitamente il loro potere derivare anzitutto da Dio poiché in ogni tempo le guerre si sono succedute alle guerre e dell’infanzia (e a maggior ragione di suoi diritti) neanche se ne parlava.

Se poi vogliamo andare più indietro ancora ecco che in una teocrazia (sulla carta) praticamente perfetta, in quanto sorta per il tramite nientemeno della alleanza diretta fra Dio e il popolo scelto, si alzano viceversa per secoli le voci irritanti dei profeti che, tra le varie e non poche accuse al potere, inutilmente invocano protezione e riguardo per l’orfano e per la vedova (e per il misero).

L’attenzione verso l’infanzia si è nel tempo, e a parte la famiglia ove naturaliter risiede, per lo più realizzata a cura di singoli (religiosi e laici credenti o meno) e di organizzazioni da essi medesimi istituite.

Mentre al di fuori delle singolarità (ONG, fondazioni, privati) operative, ancor oggi non si esce facilmente dai meri propositi e ovunque e sempre prevale la pretenziosa logorrea pubblica che, nel tempo fedele a se stessa, non ha mai considerato i contenuti della comunicazione pur sintetica del Decalogo (per quanto concerne la vita civile, dalla quarta riga in poi).

Senza parlare del successivo perfezionamento del Decalogo che è ancora più scandalosamente breve e -pur estendendosi a coprire chiunque oltre ai bambini- va a finire in corte parole: amerai il prossimo di te come te stesso. Come volete che facciano a voi gli uomini, fate a loro similmente.

Il richiamo evangelico potrebbe forse suggerire come una sorta di esclusività religiosa la quale invero non esiste a riprova del fatto che gli animi migliori dell’umanità attingono sovente alla medesima ispirazione: la ‘regola aurea’, così come è correntemente chiamata questa proposizione, è infatti presente in molteplici autori e personaggi del passato: nella filosofia della antica Grecia, nel confucianesimo, nell’ebraismo, nel buddismo, nell’induismo, nel jainismo, nell’islam.

La formula cristiana presenta però rispetto alle altre una triplice differenza che la rende maggiormente completa: essa è espressa in forma positiva (fai), mentre le altre sono per lo più in forma negativa (non fare), la misura oggetto della sua esortazione non è più rappresentata solamente dall’uomo, ma si estende fino a Dio: […] che vi amiate a vicenda come ho amato voi (Gv 15,12) e inoltre ne sottolinea in chiaro l’universalità (… ogni popolo che lo teme e opera la giustizia è a lui accetto (Atti, 10,35).

Ed è ancora interessante osservare come la regola aurea sia stata, a motivo della sua pervasività orizzontale in tante culture e civilizzazioni, presa a base comune di quel progetto di etica mondiale che realizzò a Chicago nel 1993 una propria ‘Dichiarazione per un’etica mondiale’, quasi una sorta di pendant di matrice etico-religiosa alla laica ‘Dichiarazione universale dei diritti umani’ adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 sulla falsariga della tradizione civico-politica europea (Dichiarazione dei diritti, Bill of Rights, 1689; Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, The unanimous Declaration of the thirteen united States of America, 1776; Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, Déclaration des droits de l’homme et du citoyen, 1789), seppure con significative astensioni e riserve da parte di diversi Paesi.

I principi individuati per l’etica mondiale sono in realtà semplici e facilmente leggibili (in sostanza: ogni uomo deve essere trattato umanamente), ma -come lucidamente enunciato da Hans Küng che fu ideatore del progetto- […] quest’unica società mondiale non ha certamente bisogno di un’unica religione e di un’unica ideologia, ha però bisogno di alcuni valori, norme, ideali e fini vincolanti e unificanti.

Ma non mai volendo i leader mondiali alcunché di unificante, salvo il proprio potere, e tampoco qualcosa di reciprocamente vincolante anche questa Dichiarazione è, a maggior ragione, rimasta e continua a rimanere avviluppata nella carta sulla quale è scritta.

LMPD

(La prima parte dell’articolo è stata pubblicata sul precedente n. 211)

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