APOCRIFA – Credere cosa
Il credere e/o avere fede sono stato irrazionale o prerazionale o post-razionale e insito e connaturato in ogni creatura (tutti credono sempre e comunque in qualcosa, non necessariamente in prospettiva metafisica o divina, fino al credere nel nulla o il nulla) ed è pur sempre prodotto -questo credere anche contingente e ognora soggetto a modifica o ritrattazione- di un percorso solitamente non mai piano, ma accidentato e poco chiaro se non misterioso già e perfino a chi lo percorre.
In particolare, riconoscere Dio sfugge al tentativo di analisi da parte della ragione dato che tale tipo di fede origina e al contempo sfocia nel mistero: può essere mossa da inconscia nostalgia, nascosta confidenza, ricerca, occasione di (ignoto o meno) incontro, ravvicinato eppur lontano, o da altro ancora.
La fede è, e permane, mistero di qualcosa che disvela (nel senso etimologico di aletheia: a-lèthos: eliminazione dell’oscuro e quindi, di conseguenza, anche verità) e mette in contatto o corrispondenza posizioni reciprocamente sul piano puramente razionale non avvicinabili come, per usare una terminologia tradizionale nella sua semplicità, cielo e terra.
Sorgente di un rapporto comunque misterioso e ognora singolo, inequivocabilmente personale così come la nascita e la morte sono, e rimangono, esperienze singole.
E tali rimangono pur se incontrano altrui o avvengono e si realizzano in comune con altri.
Perché se è vero che alla fede può essere avvicinamento facilitato la tradizione e la cultura ambientale e familiare del singolo, è tanto più vero che la permanenza o il cammino in essa è atto di consapevole pensiero o scelta.
Rimanendo alla fede di ordine divino, che essa sia dono, come talvolta si dice, è poi idea da valutare con qualche prudenza e nel senso che essa dono in effetti è in quanto gratuita e a disposizione di chi liberamente vi si diriga con scelta e cammino propri.
Diversamente celerebbe o sarebbe predestinazione.
Motivi di perdita o affievolimento della fede, come talvolta emergono da riflessioni e interlocuzioni autobiografiche, sono spesso collegati, quanto al motivo, a ricorrente bisogno di giudizio da parte della creatura la quale, istintivamente e culturalmente, tende alla razionalizzazione di tutto quanto la circonda, laddove il mistero a tale tentativo non può, per definizione, che sottrarsi.
E talune motivazioni fattuali spesso fornite a titolo di spiegazione circa la vulnerabilità della fede appaiono invero ultronee o non coerenti come, e.g., il comportamento dei preti o l’autorità gerarchia dell’ecclesia (che non sono da confondere con Dio);
come le tragedie e gli accadimenti del mondo (che non sono gestiti da Dio, ma conseguenza della libertà consegnata all’uomo unitamente alle istruzioni per l’uso le quali, per la parte non teologica e quindi adattabili a chiunque, sono poi sette e da sole, a pensarci, eviterebbero la gran maggioranza dei guai);
così come, sebbene di minor peso, le recriminazioni circa pretesi effetti negativi del Concilio Vaticano II (poiché neanche potere clericale, riti solenni, uso del latino o ricchezze liturgiche sono da confondere con Dio).
Così come lo stesso cristianesimo, prima di essere o divenire religione, è annuncio e, come tale, già è (o sarebbe) sufficiente per chiunque a qualsivoglia altra religione positiva appartenga perché Dio è in ogni caso sempre uno e il medesimo.
Francesca Penazzi
