L’APOCRIFA – Scuse ecclesiastiche
Papa Leone XIV ha presentato (con il cofondatore di Anthropic, Christopher Olah) la prima enciclica che contiene ampie riflessioni sulla Dottrina sociale della Chiesa, ideale seguito della Rerum novarum di Leone XIII nel suo 135° anniversario.
Il presente è caratterizzato dall’intelligenza artificiale e le riflessioni papali confluiscono nell’appello a custodire una magnifica umanità abitata da Dio per il tramite della promozione di verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace.
In sintesi, cura della dignità umana nell’era dell’intelligenza artificiale
Cosa e come il pontefice pensi e si muova nei campi mal coltivati seppur estesi della prepotenza e della guerra, da un lato, e sulla necessità di ri-allocare dialogo e multilateralismo, dall’altro, è ampiamente già noto per cui, senza pretermissioni, sono interessanti alcune considerazioni su aspetti del testo meno presi in considerazione dai primi commenti.
Premesso che la IA è in grado di produrre (direttamente e indirettamente) nuove forme colonialismo e di schiavitù, come già peraltro li ha causati nella competizione internazionale senza esclusione di colpi per il possesso dei giacimenti delle terre rare necessarie alla tecnologia (come quella dei corpi segnati, mutilati, consumati di quanti lavorano all’estrazione dei preziosi minerali) emerge che la lotta contro le nuove schiavitù è un altro banco di prova decisivo per il discernimento etico della trasformazione digitale.
La Chiesa rinnova la sua ferma condanna contro ogni forma di schiavitù, tratta e mercificazione delle persone onde non reagire o tollerare queste gravi violazioni della dignità umana corrisponde a rendersi complici.
E allo stesso tempo il papa, sulle orme di altri pontefici che lo hanno preceduto, domanda perdono per il ritardo con cui la Chiesa ha formalmente ripudiato la schiavitù (c. d. Dottrina della scoperta).
Solo nel 2023 infatti, 11° anno di Francesco papa, ci fu la Nota congiunta dal Dicastero per la cultura e l’educazione e dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale che definì esplicitamente come la scoperta di terre da parte dei coloni la quale concedeva il diritto esclusivo di estinguere, mediante acquisto o conquista, il titolo o il possesso di quelle terre da parte delle popolazioni indigene (esplorazioni europee a partire dal 1500) non faccia parte dell’insegnamento della Chiesa cattolica.
Leone, primo papa statunitense, ha una storia familiare, secondo fonti giornalistiche USA, in cui sono compresi sia schiavi sia proprietari di schiavi e quindi le sue scuse rivestono un significato particolare sottolineando come secoli di ritardo sull’argomento da parte della Chiesa costituissero una ferita nella memoria cristiana.
Ovviamente, e questo è un aspetto fondamentale sempre presente quando si legga la storia passata nella prospettiva etico-culturale del presente, sia comportamenti e fatti sia documenti e scritti vanno ognora contestualizzati allo specifico periodo storico di riferimento (religiosi, politici, economici e militari), ma in ogni modo sul tema constano bolle papali che permettevano agli Stati cattolici la riduzione in schiavitù dei nemici.
E se per l’Europa il quadro di riferimento del tempo era l’aggressività e l’assedio degli ottomani islamici, onde si può comprendere il riferimento papale ai saraceni, non altrettanto per le scoperte in Africa e nelle Americhe dove gli islamici erano assenti e nemici da schiavizzare diventavano i non cristiani locali.
Nel 1452 papa Niccolò V con la bolla Dum Diversas concedeva al re portoghese e ai suoi successori il diritto di invadere, conquistare, combattere e soggiogare e portare via ovunque tutti i possedimenti inclusi i territori di saraceni, pagani e altri infedeli, e nemici del nome di Cristo. Inoltre dava ai portoghesi il permesso di ridurre le loro persone alla schiavitù perpetua.
Le successive bolle Romanus Pontifex (1455, saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo in Africa) e Inter Caetera (1493, contesa tra la Corona di Castiglia e il Regno del Portogallo in merito alle nuove terre scoperte durante il primo viaggio di Cristoforo Colombo) seguirono nel medesimo senso e, nei fatti, offrirono una solida legittimazione statuale per la confisca di terre in Africa e nelle Americhe durante l’epoca coloniale.
I re spagnoli ricevettero a loro volta per le Americhe diritti analoghi a quelli dei portoghesi.
È peraltro vero che la Sublimis Deus del 1537 (altresì nota come Veritas Ipsa) affermò come i popoli indigeni non dovessero essere privati della loro libertà o del possesso dei loro beni e nemmeno schiavizzati e condannò ufficialmente in modo inequivoco la schiavitù degli indios e di tutti gli altri popoli scoperti nel Nuovo Mondo, dichiarandoli gli indigeni veri uomini.
Il documento definiva i contorni della piena umanità (i popoli indigeni americani non dovevano essere ridotti in schiavitù né privati delle loro proprietà); del diritto alla libertà (diritto di godere liberamente, anche se non di fede cristiana, della loro libertà e dei loro beni); della condanna per la sottomissione (qualsiasi atto di riduzione in schiavitù o confisca di beni precedente era da considerarsi nullo e privo di valore); della evangelizzazione (i popoli dovevano essere invitati ad abbracciare la fede cristiana attraverso la predicazione e l’esempio e non tramite la forza).
Sta di fatto, però, che la bolla, uno dei documenti più importanti nella storia dei diritti umani (e sorprendentemente moderna nei suoi espliciti e chiari contenuti) poiché condannò ufficialmente la schiavitù, non fu mai applicata dagli Stati cattolici europei e analogo destino di disattenzione fu riservato a successivi divieti a opera di papa Gregorio XIV (Cum Sicuti, 1591), papa Urbano VIII (Commissum Nobis, 1639), papa Benedetto XIV (Immensa Pastorum, 1741), Papa Pio VII (che intervenne presso il Congresso di Vienna del 1815, in cui i paesi europei decisero come spartirsi il continente africano, per proibire il commercio degli schiavi), da papa Gregorio XVI (In Supremo, 1839) e Leone XIII (Epistola ai Vescovi del Brasile sulla schiavitù, 1888).
Erano quindi continuati nei secoli soggiogamento di essere umani e commercio degli schiavi in particolare sulle rotte atlantiche.
Ma nessun papa, in precedenza, aveva ancora pubblicamente riconosciuto e chiesto scusa per l’indubbio ruolo che papi passati avevano avuto nel conferire ai sovrani europei autorità esplicita per soggiogare e schiavizzare gli infedeli.
Oggettivamente le richieste di perdono da parte papale -iniziate da Paolo VI con il patriarca ortodosso Atenagora I e revoca delle reciproche scomuniche del 1054 (Grande Scisma), incrementate sistematicamente da Giovanni Paolo II (Ebrei, Galileo, Shoah, divisioni religiose, Giornata del Perdono del 12 marzo 2000 etc) e proseguite da Benedetto e, più ancora, da Francesco- sotto il profilo pratico lasciano il tempo che trovano perché quod factum infectum fieri nequit, quello che è fatto rimane onde gli effetti materiali e storici rimangono, ma hanno comunque grande valore etico e (prendendo a prestito parole dello stesso Leone a proposito del dinamismo della Dottrina sociale della chiesa) realizzano una sorta di teologia della comunione nella storia volta a orientare la lettura degli avvenimenti alla luce del Vangelo.
Le richieste di perdono papali non erano punto gradite a non pochi ambienti conservatori cattolici in quanto giudicate in grado di indebolire l’autorità della Chiesa, rendendo l’idea che fosse stata storicamente sbagliata la sua posizione, e di fornire una lettura autocritica, e troppo moderna, di periodi e contesti storici caratterizzati da criteri morali molto diversi (la contestualità come già vista sopra), ma nella valutazione etica della maggioranza dei credenti già esse si presentavano, e ancora si presentano, più che debolezza piuttosto come atto di forza morale e credibilità evangelica oltre a essere in grado forse di correggere a posteriori conseguenze ancora esistenti.
Buono e giusto, in ogni caso, riconoscere errori del passato prossimo e remoto, ma altresì tenere accesa la luce sulle schiavitù presenti non meno devastanti (oltre che pericolose in quanto teoricamente vietate) che non hanno neanche collegamento alla IA, ma alla semplice e costante ignominia umana e, in particolare, mantenerla in mezzo alla generale indifferenza che di fatto, e al di là di parole di comodo, accetta l’oppressione del lavoro forzato e servile a scapito dei più deboli.
Indifferenza che è pubblica e di lunga data, già inefficace a contenere le ingiustizie e i rischi del lavoro irregolare o illecito nostrano, cui si aggiungono indifferenze private e collettive le quali, a parte l’atteggiamento utilitaristico verso chi forzatamente serve perché non c’è altri, fra i concittadini, disposto a certi lavori (colf, infermieri, badanti, operai dell’agricoltura, dell’industria, del turismo, autisti etc), vedono negli immigrati solo gli aspetti critici.
Aspetti che alimentano la fortuna elettorale di politicanti beceri e modalità di pensiero da bassa cucina.
Va da sé che gli Stati in genere, a differenza dell’ecclesia, difficilmente riconoscono gli errori del proprio passato.
Anzi, tendono piuttosto a reiterarli giacché se veramente la storia fosse vitae magistra la civilizzazione umana si sarebbe nei secoli maggiormente evoluta.
Ortensio da Spinetoli (cappuccino teologo e biblista morto nel 2015) scrisse una lettera a Francesco papa nel 2013, poco dopo la sua elezione, e gli prospettò una richiesta di perdono anche per i comportamenti ecclesiastici (trattamenti oppressivi e ad escludendum, sospensioni, censure, sofferenze personali e spirituali riservati dalla gerarchia a sacerdoti, teologi e religiosi scomodi o non allineati che pur avevano avuto il desiderio di rinnovamento della Chiesa.
La considerazione base del cappuccino era, invero, bruciante: chiedere perdono per errori storici e ingiustizie del passato è senz’altro opportuno, ma allora e a maggior ragione si dovrebbe farlo anche per errori o ingiustizie (interne) più recenti.
Ovviamente riconoscere o ‘riparare’ moralmente errori lontani nel tempo è un conto, laddove ammettere e assumere responsabilità per ingiustizie intra moenia verso persone recenti è tutt’altro e questo certo non sfuggiva al nostro il quale, peraltro direttamente coinvolto anch’egli a causa del suo lavoro di critica delle scritture, attese infatti una risposta non mai pervenuta.
Argomento sensibile al massimo per una organizzazione di potere non solo spirituale che, da un lato, è usa prendersi tempi lunghissimi e, dall’altro, pur comprensibilmente sollecita al governo di forze potenzialmente centrifughe (rispetto alla stabilità teorica della tradizione, non allo spazio ecclesiale) tende naturalmente alla conservazione non proponendosi tanto di verificare i contenuti di una ricerca (v. e.g. Galileo, Darwin, Einstein …) o di una proposta quanto piuttosto di schierarsi contro chi pensa diversamente o, in particolare, sia perplesso o critico su posizioni e insegnamenti avvertiti come obsoleti o da rivedere.
È invero arduo custodire un sistema dottrinale esteso, e se ne capisce la fatica, ma Gesù non ha mai detto di costruire un altro tempio, bensì di adorare in spirito e verità.
Nemmeno un pontefice profetico come Francesco, già peraltro duramente contestato da diverse parti, poteva (forse) gestire la spinosa materia senza provocare (forse) danno ancora più di beneficio.
Il perdono intra-ecclesia non c’è stato, ma Francesco si è mosso sovente (e con decisione) per atti concludenti in senso sostanzialmente conforme ad alcuni spunti rivoltigli intervenendo apertis verbis contro clericalismo e rigidità sia dottrinali sia comportamentali.
Quanto denunciato e domandato dal sacerdote cappuccino non ha, all’evidenza, perso nulla in importanza e attualità, anzi, anche e in particolare alla luce del Concilio Vaticano II che con il passare del tempo tende a indebolirsi e sbiadire qualche colore, ma ora il testimone passa a Leone.
Francesca Penazzi