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L’EDITORIALE – Estate

Nel nostro emisfero l’estate inizia (più o meno) il 21 giugno e termina con l’equinozio d’autunno: è l’estate astronomica.

C’è anche l’estate metereologica che delimita il periodo più caldo dell’anno e il termine a motivo della sua etimologia sia latina, aestas, sia greca, aìthos (addirittura fuoco ardente) non lascia dubbi circa una situazione di generalizzata forte calura: in questo caso, il trimestre decorre da giugno ad agosto.

C’è poi l’estate più reale, quella percepita nell’esperienza corrente e facente quindi parte dalla tradizione che, almeno dalle nostre parti, inizia con i primi di luglio e termina a Ferragosto, con i primi temporali utili ad abbattere la canicola.

Sarebbe meglio parlare al passato, terminava con i primi temporali, perché ora i temporali sono continui e scoppiano anche in primavera se non fin nell’inverno, ma per quanto rimasto nella memoria di molti e passato oramai nell’immaginario l’estate risaliva afosa e implacabile, sempre più oppressa dal calore, fino al crinale della festa dell’Assunta, il 15, per iniziare una bensì lenta, ma progressivamente più fresca discesa verso il settembre già autunnale, mese precocemente indicato foriero di malinconiche prospettive dalle foglie marezzate dei platani, sempre insonni vedette metereologiche.

E l’incombente inizio della scuola era antagonizzato dal costante rifiuto dei bambini a indossare il golfino nonostante il fresco incipiente delle sere che scendevano sempre più in fretta.

Nella vita reale, come quasi sempre accade per le cose degli uomini, è pacifico che l’estate corrisponda a quest’ultima e in effetti dall’inizio di luglio, parliamo della città, qualcosa cambia.

Anzitutto c’è, sensibilmente, meno traffico e come per magia si intravedono perfino, lungo i marciapiedi, alcuni primi spazi quasi dimenticati di parcheggio, mentre sui marciapiedi i passanti rarefatti di prima mattina camminano più adagio dell’usato forse inconsciamente per assorbire un poco di fresco ancora disponibile, retaggio della notte trascorsa.

Per usare un termine tecnico, la nota e angosciante sindrome del crowding & cramping, che connota l’affollamento umano e il conseguente suo reciproco ringhio (continuo al pari di quello del basso in una partitura), si abbassa e si placa quasi ovunque a livelli accettabili o comunque meno isterici del solito.

Per le strade, in particolare quelle non principali, si sentono nitidamente le rondini intente nella mattutina raccolta di insetti a media altezza e quasi si avverte un vago stupore che ce ne siano ancora, di questi gentili e festanti volatili, disponibili a tornare in località sempre più manomesse dall’antropizzazione priva di qualsivoglia riguardo ambientale.

Per fortuna le rondini, come in genere altri esseri viventi nella natura, sono impermeabili e placidamente indifferenti alla modernità dei comportamenti e mantenendo salda, a differenza di numerosi umani, la memoria delle proprie radici tornano regolarmente a curare e abitare i luoghi del loro passato.

E c’è tuttavia un altro silenzio che, a differenza di quello infrastrutturale del traffico diminuito, non è però piacevole, ma porta estiva tristezza: non ci sono i bambini delle materne e delle primarie che sciamano policromi e cinguettanti verso le loro aule.

Le scuole sono vuote e dalle porte aperte per far correre l’aria si intravedono corridoi, scorci di aule e parti (ordinate) di piccoli banchi.

La scuola senza bambini è come un cielo vuoto di uccelli e fornisce la prospettiva più chiara di come può cambiare (ciascuno qualifichi come crede questa direzione) la vita ove si imbocchi la strada che, per molte e contrastanti ragioni, porta alla meta della vecchiaia solitaria.

La prospettiva del ritorno dei piccoli rende maggiormente sopportabile lo smarrimento provocato dal silenzio scolastico, situazione contro natura sopra ogni altra.

Tempo or è un magistrale servizio fotografico presentava una zona, nei dintorni della frontiera greca orientale, verso la Turchia, di paesi dai quali gli abitanti erano in buona parte fuori usciti per motivi economici e, in particolare, descriveva un intero paese abitato solo da vecchi.

Fra immagini allucinate di persiane cadenti, porte sbarrate, ufficio postale aperto un giorno alla settimana, mercato in piazza con tre o quattro bancarelle cadenti al pari degli abitanti, le peggiori erano quelle della scuola elementare con il cancelletto, fra le erbacce, chiuso da un lucchetto arrugginito e, sul vetro di una finestra, ancora un grande disegno di mano infantile con i colori oramai decomposti dal sole.

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