HomeDialogandoL’EDITORIALE – La scacchiera dell’ipocrisia

L’EDITORIALE – La scacchiera dell’ipocrisia

Sembra una partita a scacchi sui generis fra due soggetti che, oltre a detestarsi, cosa che avviene anche nella realtà del gioco, hanno pensieri e modalità diverse nel movimento dei singoli pezzi sulla scacchiera.

Nulla a che vedere, si capisce, con la icastica scena in bianco e nero del film di Bergman (Il settimo sigillo, 1957) che rappresenta, di profilo, la Morte giocare con il cavaliere Antonius Blok, sebbene la morte (in particolare degli altri) sia soffocante presenza per l’uno e per l’altro oltre che obiettivo e premio del serrato confronto.

L’impressione, e a parte commenti comportamentali o previsioni sul risultato dello scontro per cui la scena brulica di esperti cui spetta sentenziare, è che il persiano muova meglio dell’americano.

D’altra parte proprio in Persia, intorno al VI secolo, si radicò e diffuse la pratica degli scacchi (Shāh significa ‘re’ e Shāh Māt ‘il re non ha scampo’, scacco matto) proveniente dall’India dove ne fu la genesi e si chiamava chutaranga (in sanscrito ‘quattro divisioni dell’esercito’ a dimostrazione, per non andare lontano, della sua connessione con la strategia militare).

L’Iran conduce mosse commentandole con scarne parole, mentre gli USA non fanno che parlare baccagliando, e più frequentemente a sproposito, nell’abitudine inveterata di dire tutto e contemporaneamente il contrario di tutto; che potrebbe pure essere una strategia anche questa e solo il futuro svelerà se messa a punto da teste d’uovo ovvero da altre teste diversamente definibili e meno titolate ovvero ancora, più semplicemente, di spontanea applicazione.

Per stare alle metafore sportive tanto in uso dei media, il persiano è alla scacchiera del confronto dimessamente vestito e pericolosamente concentrato laddove l’americano, come grande e grosso protagonista di football addobbato delle più varie protezioni fisiche atte a proteggerlo dai contatti, con il medesimo violento proposito di raggiungere il punto di meta dall’altra parte muove in prepotenza le pedine facendole traballare insieme alla scacchiera.

Certo di potere dare ordini e che la guerra termini quando lo decide lui, dopo i consueti ultimatum e proroghe di ultimatum, il presidente USA detta le condizioni (già meno prolisse rispetto alle più numerose del per Gaza peraltro subito impantanate) tramite i filo-cinesi pakistani che gli sono prontamente restituite al mittente ridotte a 5 (con sbeffeggiature televisive: Stanno negoziando con se stessi) e di segno diametralmente opposto onde la situazione rimane quella che è.

Stanno negoziando, tra l’altro, e vogliono così tanto fare un accordo, ma hanno paura di dirlo perché pensano che verranno uccisi dalla loro stessa gente, riporta AP avere detto Trump aggiungendo: Hanno anche paura di essere uccisi da noi.

Il tempo scorre e il taikùn è ancora più furioso e ordina all’Iran di accettare la sconfitta minacciando di scatenare l’inferno, non deve ancora ancora sull’argomento idee del tutto chiare, e l’Iran insiste a non volere discutere né il programma missilistico balistico né il sostegno alle milizie regionali (Houti, a guardia del Mar Rosso, Hezbollah e Hamas) che dice fondamentali per la sicurezza, oltre a voler controllare il passaggio di Hormuz, acque internazionali fatte proprie con il salto del cavallo, che rappresenta ora il suo maggiore vantaggio strategico non considerato, come sembra oramai chiaro anche agli esperti, all’indomani dell’attacco del 28 febbraio scorso.

Dopo novella ancora e più tetra prospettiva di riportare la civiltà nemica all’età della pietra, minaccia invero credibile dato che chi la profferisce già c’è arrivato in solitaria autonomia, ecco che, orologio alla mano, decide tregua e negoziato in Pakistan stappando popolare entusiasmo da chi (secondo le previsioni) avrebbe dovuto rovesciare il regime e ghigni ai clerico-militari che cantano vittoria, mentre il suo mordace alleato continua imperterrito e mette a rischio la (quasi) tregua non considerandola affare proprio.

A parte feriti e sfollati e danni di ogni tipo, psichici e materiali, che non sono mai presi in considerazione, la contabilità funebre (in aggiornamento) è tipica degli Occidentali, mentre in Oriente c’è tradizionalmente minore sensibilità o preoccupazione e in effetti questo particolare non sembra impensierire il parimenti tetro regime clerico-militare di Teheran che di morti fra i sudditi ne ha già realizzati di sua mano a decine di migliaia nelle recenti repressioni interne.

In ogni caso, ognuno dice la sua in questa oscena e laida rappresentazione di morti viventi in gruppo: Trump dichiara a ogni piè sospinto di avere già vinto (e Al Jazeera gli dà anche ragione), gli iraniani lo smentiscono regolarmente e gli danno pubblica baia, le agenzie di stampa di Teheran rimangono stringate e sibilline, i media occidentali (v. Reuters e AP) riportano flussi inarrestabili derivanti da gole profonde di impensabili personaggi di vertice a conoscenza di dossier e riunioni riservatissime che cinguettano o gracchiano a condizione di anonimato svelando veri o supposti o inventati passaggi decisionali interni atti a fornire immagini di non poche crepe e agli avversari, più ancora delle rispettive intelligence, utili elementi di valutazione diretta, gli alleati arabi del Golfo camminano sulle uova con levantina tendenza al doppio (non di tennis) e possibilmente al triplo, si fanno avanti  mediatori (oltre al Pakistan, Turchia ed Egitto) e in realtà nessuno vince, se non menzogna e guerra, e tutti perdono.

Ma domani, sulle rispettive rovine, comprese quelle morali che hanno ben poca udienza, tutti grideranno con tracotanza di essere vincitori comunque sia andata e ogni cosa ricomincerà da capo se non cambieranno, almeno una tantum in meglio, i padroni della vita dei popoli.

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