L’EDITORIALE – Quando gli eventi mettono ordine alle parole
A mettere ordine e confine fra il ‘dire’ spumeggiante degli innumeri voti augurali spesi per il nuovo anno e il ‘fare’, inteso quantomeno come parziale/marginale realizzazione del ‘dire’, hanno provveduto in modo autonomo e diretto gli eventi con la puntualità tipica delle sciagure.
A parte la consueta conta dei concittadini infortunati dal maneggio di petardi e compagnia, nell’anno di grazia 2025 solo 283 feriti, fra i quali 68 minori, contati dalla Pubblica Sicurezza rispetto al precedente veglione che ne aveva prodotti 303 di cui 90 minori (ma in più ora c’è stato un morto) e oltre 700 interventi dei Vigili del Fuoco e lasciando perdere danni alle cose mobili e immobili, il barbarico rito di passaggio ha acceso di tetra e peggior luce ancora la disciplinata e precisa vicina Svizzera dove si è consumata una tragedia inimmaginabile e tale da fare annoverare la sovente additata (e pure invidiata) per il suo civile e ordinato vivere Confederazione fra Paesi più sgangherati e con ben minori virtù.
Una ecatombe di giovanissimi con numeri da incursione aerea e con un elenco di cause e concause addebitabili non al caso, ma a consapevoli scelte irresponsabili indotte da avidità e negligenza che, anche facendo prudenti tare su possibili esagerazioni mediatiche, aggrava ancora più insopportabilmente il contesto poiché è da dubitare che ove le famiglie avessero anche solo sospettato siffatte condizioni, pur se in parte, avrebbero lasciato andare ragazze e ragazzi.
C’è infatti gran differenza fra causalità e casualità, anch’essa sempre in procinto di intervento e impossibile da prevedere oltre che da prevenire.
Su questo Comune di poco più di 11.000 abitanti, adibito per la sua rinomata frequentazione invernale a intensa fonte di reddito, ha fatto indecoroso corto circuito la pubblica amministrazione (anche il livello giudiziario non è rimasta indietro) e il disinvolto sdoppiamento comportamentale cui si è adusi non ha rallentato la normale e proficua prosecuzione di vacanze e indotti vari né certo ci si sarebbe potuti spingere ad aspettarsi una qualche forma di partecipazione o raccoglimento da chi, pur sul posto e a gomito a gomito di morti e infortunati, è rimasto fedele alla logica del business is business.
L’unica risposta degna sarebbe, prossimamente, andare a sciare da qualche altra parte.
Ma su costoro è stato detto molto, e certo già di troppo e di inutile a fronte dell’abisso in cui sono state precipitate, e solo le indagini potranno forse aggiungere qualcosa, così numerose famiglie a rispetto delle quali soccorre piuttosto una necessità di silenzio che non è distacco, ma partecipazione e vicinanza secondo le accorate parole di un profeta del nostro tempo.
Francesco papa ebbe a esprimere, anni or sono, un commento adatto anche oggi a proposito di alcune parole di Geremia che, ai tempi dell’esilio, considerava i deportati figli scomparsi per sempre, parole che si leggono in occasione della memoria dei bambini uccisi da Erode: Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più.
Disse Francesco: “Rachele che non vuole essere consolata ci insegna quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole”.
E il pensiero tracima, né può avvenire diversamente, anche alle realtà che esistono oltre a quelle vicine e di casa (le quali già privilegiano di gran lunga chi nasce qui rispetto a chi nasce dove guerra e fame e malattia sono la norma), ma in ogni parte del mondo contrassegnate dalla sindrome di Erode che sempre e ovunque vede madri piangere i figli (e non solo) a causa di criminali comportamenti umani condizionati dal denaro e dal potere.
Solo considerando ove ci siano eventi bellici in corso, sono attualmente in costante pericolo una moltitudine senza fine di bambini: 3,2 milioni in Ucraina; 7,5 in Siria; 1,3 in Libano; 1,7 in Palestina; 10, 8 nello Yemen; 6,5 nel Myanmar; 12,4 in Afghanistan …
E poi in Mali, Ciad, Niger, Burkina Faso, Nigeria, Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Sud Sudan, Zimbabwe, Mozambico, Madagascar, Etiopia, Somalia, Sudan, Pakistan, Messico, Haiti, Colombia, Venezuela … (dati Unicef).
Senza parlare dei bambini oscenamente usati come soldati nelle guerre “dimenticate” e di quanti ancora, incontabili, esposti a fame, freddo, malattia oltre a povertà cronica e ignoranza indipendentemente da conflitti armati diretti.
E’ noto come intorno alla storicità della strage degli innocenti di Betlemme (considerando le dimensioni del paese e la natalità del tempo per i bambini perseguitati ci fu stima di una ventina circa: sempre troppi pur rispetto alle cifre odierne) non ci sia accordo fra gli esperti, ma in ogni caso anche se Matteo si fosse inventato il truce episodio a opera di Erode -di cui Augusto garantì preferibile essere il suo maiale (dato che, idumeo giudaizzato, non se ne cibava) piuttosto che figlio (ne aveva tre e tutti li uccise sospettandoli di congiure)- avrebbe l’evangelista in effetti composto un simbolo tanto reale della crudele ansia e volontà di sopraffazione del potente di turno, il quale non si ferma davanti a nulla pur di conservarsi, sé e il suo, da essere in effetti accolto nei secoli per la sua obiettiva veridicità riscontrabile senza prova contraria.
