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L’APPROFONDIMENTO – La valutazione dei minori sottoposti a procedimenti penali

La valutazione dei minori sottoposti a procedimenti penali.

 

Con il decreto del Presidente della Repubblica del 22 settembre 1988, n. 448 si è assistito a un’importante evoluzione dell’approccio all’intervento penale rivolto ai minori: l’attenzione è stata rivolta alle particolari condizioni psicologiche del minore, al suo grado di maturità e alle sue esigenze educative privilegiando percorsi riabilitativi rispetto a un’ottica meramente punitiva.

È diventato quindi centrale il contributo psicologico all’interno del sistema penale minorile, sia in ambito investigativo e conoscitivo sia in ambito rieducativo, con l’obiettivo di conoscere la personalità del minore, responsabilizzarlo rispetto al suo agito e al suo percorso detentivo al fine di restituirlo alla normalità della vita sociale.

Non si tratta di funzione assistenziale, terapeutica o pedagogica, ma è un intervento volto a fare in modo che il percorso penale non rafforzi i tratti di personalità devianti, ma anzi produca cambiamenti in linea con i bisogni educativi e sociali dei soggetti.

 

Un iniziale e fondamentale momento del lavoro psicologico è la prima valutazione dei minori sottoposti a procedimento penale: scopo di questi colloqui è esaminare il senso soggettivo che ha per il giovane il gesto deviante da lui commesso in relazione alle sue caratteristiche di personalità e la sua reazione all’intervento di giustizia cui è sottoposto.

La relazione di queste consultazioni servirà al giudice per valutare degli interventi il più possibile rispondenti alla soggettività del minore.

Sono diversi gli aspetti che rendono particolarmente difficile la prima consultazione psicologica.

Innanzi tutto, caratteristica peculiare di questo intervento è che, nella maggior parte dei casi, si svolge in un contesto prescrittivo e non di richiesta: viene a mancare la domanda di aiuto, presupposto fondamentale di qualsiasi lavoro psicologico. Addirittura, manca spesso la sofferenza, che in questi soggetti è generalmente evitata ed anzi inflitta alla vittima.

Ancora, la personalità dei soggetti è normalmente caratterizzata da tendenza a mentire, difese narcisistiche, forte appartenenza al gruppo dei pari in contrapposizione all’adulto e quindi i colloqui sono permeati da un clima di diffidenza e persecutorietà.

L’ impulsività, la difficoltà a mentalizzare, la spinta a vivere il presente sottovalutando le conseguenze delle proprie azioni ostacolano il lavoro di mentalizzazione e simbolizzazione.

Tutto questo richiede allo psicologo un adattamento della sua abituale posizione di ascolto, adottando un atteggiamento più attivo e diretto, di fronte a un soggetto che non porta una richiesta di aiuto: è di conseguenza lavoro particolarmente difficile creare una buona alleanza terapeutica, altro presupposto di ogni lavoro psicologico, motivo per cui rimandare al soggetto più volte il motivo degli incontri e il senso delle domande che gli vengono poste può essere di aiuto.

In fondo, è lo psicologo che vuole qualcosa dall’adolescente, e non viceversa.

 

Il primo aspetto da chiarire è la valutazione soggettiva degli eventi, ossia quanto, per l’adolescente, un certo comportamento abbia un valore trasgressivo e quanto gliene sia chiara l’illegalità.

Per quanto nella maggior parte dei casi siano rei confessi, spesso non riconoscono il senso illegale dei fatti o la loro gravità e non come atteggiamento difensivo, ma proprio perché quella è la loro effettiva percezione degli avvenimenti.

Compito dello psicologo è quindi accogliere il punto di vista del minore, senza metterlo in dubbio, ma cercando di fargli capire che gli stessi comportamenti possono essere rappresentati o vissuti in modo diverso sia dalla vittima sia dalla magistratura.

Si indagano quindi le motivazioni ed eventuali giustificazioni; in caso ci sia una vittima, lo si interroga sul livello di empatia rispetto alla sofferenza inferta, sulla premeditazione o impulsività del gesto, sulla capacità di prevedere le conseguenze delle azioni.

Tutto questo sempre nell’ottica di far emergere le rappresentazioni soggettive, non di accertare il livello di responsabilità nell’atto criminale.

Queste informazioni vanno poi integrate nelle caratteristiche di personalità dell’adolescente che si inseriscono a loro volta in tutto il suo ambiente di vita.

Sono diverse le aree da indagare: la deviazione può essere legata a problematiche evolutive che hanno impedito il passaggio alla costruzione dell’identità adulta o a un contesto di crescita incapace di svolgere un’adeguata funzione di supporto.

Nei colloqui con il minore è utile valutare il rapporto con i genitori, specie nelle aree di attaccamento, del controllo nel senso della presenza di regole, e della valorizzazione che il giovane percepisce da parte loro.

Questo aiuta anche a capire quanto il giovane sappia cogliere le caratteristiche delle altre persone o distinguere il loro punto di vista rispetto al suo.

Attraverso domande sulla scuola, il lavoro o gli interessi, si cerca di capire il senso di auto-efficacia, la capacità di mantenere gli impegni o di porsi e perseguire degli obiettivi.

In genere, i ragazzi entrati nel circuito penale hanno abbandonato la scuola dell’obbligo o hanno comunque parecchie difficoltà a livello sia di rendimento sia di comportamento.

Poiché i reati sono spesso commessi in concorso, è fondamentale capire la capacità di legame con i pari, se c’è isolamento o attaccamento a un gruppo deviante, se c’è una relazione di dominanza o di sottomissione; ugualmente nelle relazioni sentimentali si indaga la capacità di stabilire rapporti non manipolatori o dominanti.

 

Il reato stesso va a modificare l’immagine sociale del minore sia nella sua stessa percezione sia nel suo ambiente sociale specie se diventa caso di cronaca: si apre così un altro grande campo di indagine e valutazione, dato dai colloqui con i genitori.

La famiglia può reagire in modi molto diversi alla segnalazione dell’imputazione del figlio: alcuni si attivano in sua difesa o contro la giustizia o assumendosi una colpa volta a scagionarlo; altre volte appaiono ambivalenti, tra la preoccupazione per il figlio e il sollievo per l’intervento di un’autorità esterna fino ad incontrare genitori che sperano in una decisione punitiva e risolutoria.

Anche queste reazioni rappresentano già informazioni utili che vanno certamente ad integrare il quadro ambientale che si va costruendo.

La traccia dei colloqui con i genitori segue fondamentalmente quella dei colloqui con il minore approfondendo maggiormente dati anamnestici sulla scuola, sul comportamento quotidiano, se giudicato normale, iperattivo, distruttivo, impulsivo, sugli stili educativi e sulla qualità delle relazioni familiari.

È importante vedere se i genitori colgono le difficoltà del figlio e ne capiscono le motivazioni, se riconoscono una loro responsabilità e se dimostrano di poter affrontare la situazione e sostenerla e di conseguenza sostenere il ragazzo stesso.

 

Al termine di tutte queste valutazioni, viene scritta una relazione, presentata in primo luogo al minore e alla famiglia: è significativo questo momento, sia come dimostrazione di un legame di fiducia, sia perché le conclusioni condivise avranno un impatto sul processo.

La relazione finale non equivale a una perizia psichiatrica volta a valutare direttamente la capacità di intendere e di volere del ragazzo: essa è piuttosto orientata a valutare i bisogni evolutivi del minore e di formulare un progetto psico-socio-educativo a sua misura.

Si cerca di valutare il suo spazio di comprensione e di assunzione di responsabilità e di promuoverne le potenzialità: si scioglie così anche il divario tra carcere e luoghi alternativi (territoriali) di cura, poiché tutte le misure appartengono a un’unica logica di trattamento integrato.

 

La restituzione del minore alla sua famiglia ha un alto valore anche preventivo, poiché rende loro una diversa rappresentazione dell’atto criminale compiuto e dà un senso nell’ambito familiare, sociale e nella dimensione evolutiva del ragazzo, predisponendoli a un diverso atteggiamento e alla scelta di un’altra disponibilità ad affrontare la prosecuzione del procedimento penale.

La motivazione e il sistema di valori che portano all’atto trasgressivo o criminale a volte appaiono ragionevoli all’interno di una relazione familiare o tra pari o di gruppo: scardinare questo sistema, o quanto meno proporre una prospettiva diversa, apre a nuove possibilità, mette in discussione i soggetti coinvolti realizzando l’iniziale intenzione dell’intervento penale minorile di conoscere il giovane e trovare la sua strada di riabilitazione.

 

Benedetta Laudi