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APOCRIFA – Caporalato di lungo corso

C’è voluta un’altra recentissima strage (Amendolara) per riaccendere l’attenzione sul fenomeno dello sfruttamento servile di mano d’opera (c.d. caporalato) che, fra le molteplici attività economiche (edilizia, logistica etc) note per avere il medesimo baco, ammorba da (troppo) tempo il settore agricolo nazionale.

Per intendersi, in rete operano diversi siti specifici che seguono l’argomento e forniscono aggiornate notizie oltre a rapporti, analisi e denunce (sia istituzionali come Integrazione Migranti del MinLavoro o Helpdesk Anti Caporalato sia associativi come Associazione Terra! e No Cap o sindacali e giornalistici come l’Osservatorio Placido Rizzuto della FLAI CGIL o Fanpage.it), ma generale opinione e media oltre, sfortunatamente, a politica e pubblica amministrazione si svegliano solo davanti ai disastri da prima pagina.

Ignoto  quanto durerà la luce, chiamiamola così, ora accesasi sul peraltro noto fenomeno o, meglio, scenario criminale il Corsera ha, e.g., dato avvio lo scorso 6 giugno a una inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori nell’agricoltura che disegna a uso dei distratti la mappa del crimine (nessuna Regione ne è indenne, ma alcune in particolare si contendono la palma) e riassume dati da vergogna:  “24,5 miliardi l’annuale giro d’affari, 230 mila vittime secondo l’Istat (55 mila donne, le più esposte ai ricatti), 400 mila braccianti a rischio da Mantova e Brescia a Foggia, da Latina a Caserta fino ai ghetti calabresi, agli aranceti siciliani, 405 territori con criticità”.

Questo inizio già basta a ridimensionare, si spera, l’entusiasmo generalista comunicativo e l’autoreferenzialità che tirano il roccolo al consumatore con magniloquenti annunci seriali stampati su qualsivoglia confezione di frutta o verdura (prodotto italiano, 100% italiano, coltivato in Italia, km 0, filiera corta etc etc) esposta da bancarelle mercatali a supermercati di grido: qualcosa ci sarà certo, di pulito, ma al netto di molto sporco.

Non è che l’inizio.

Proseguendo nella lettura del servizio, si impara infatti che le baraccopoli nelle quali hanno ricetto i nuovi schiavi non sono, contro l’apparenza, situate in Italia, ma in zone extraterritoriali e sono autorevolmente gestite da mafie extracomunitarie per conto delle nazionali o anche in proprio: in piena sintonia con la globalizzazione che detta le uniche disposizioni invero rispettate da tutti.

E poi che la Commissione parlamentare antimafia considera, a esempio, l’Agro pontino (Latina fa la parte del leone nell’agrimafia del Lazio) uno degli epicentri nazionali del caporalato vale a dire di reti di sistemico sfruttamento dei braccianti, in gran parte migranti e irregolari vulnerabili, nelle quali ricorre costantemente l’alleanza fra economia agricola, lavoro irregolare e criminalità organizzata onde nelle analisi antimafia il fenomeno non rappresenta aspetti  solo di socialità o economia, ma anche di legalità, sicurezza e mafia.

Oltre che, si capisce, di vergogna imprenditoriale.

La Commissione Parlamentare di Inchiesta, senatori e deputati, ha comunicato (17 aprile 2023) alle Presidenze del Senato e della Camera un Relazione Conclusiva di oltre 2300 pagine che è una descrizione  forse non letta dai legislatori, ma sconcertante e tragica del radicato panorama mafioso in atto.

La cui più diretta e consequenziale oltre che banale osservazione è che parlare di caporalato conduce fuori strada sotto il profilo restitutivo della legalità poiché il caporalato non è un fenomeno criminale in sé, ma uno strumento criminale attivo a uso e consumo di coloro che se ne servono, appaltandone i benefici, per prosperare economicamente, vale a dire per numerosi e troppi soggetti imprenditoriali (singoli e collettivi) che operano nella filiera agro-alimentare.

Il caporale non è un free lance o una sorta di influencer autodidatta che si mette in autonomia sul mercato a vendere i propri servigi, ma un mezzo richiesto da parti imprenditoriali che convergono, trasferendole i prodotti, sulla distribuzione e in particolare grande cui spetta la prima e ultima parola: produrre di più, e quindi tanta manodopera, a costi bassi sebbene i prezzi al dettaglio, per i consumatori, lievitino regolarmente.

La prima conseguenza è lo sfruttamento a carico del più debole e il primo e più rilevante risparmio, chiamiamolo sempre così, si fa sulla sua pelle (retribuzione, trattamento normativo, previdenza, assicurazioni).

Ci sono procuratori della Repubblica (cui spetta per legge promuovere azione penale) che parlano di omertà diffusa nel tessuto sociale del territorio e ci sono relazioni di enti specializzati che indicano, quali azioni correttive da esercitare per prime, interventi di sensibilizzazione all’etica per i consociati: in sostanza corsi di ripetizione che rinfreschino la memoria del settimo comandamento (non rubare) con qualche più o meno stretta connessione pure con il decimo (non desiderare la roba altrui) e, volendo essere pignoli, anche con il quinto (non uccidere) pur se l’assassinio non sia diretto, ma per mano altrui.

Certo, è tutto un già sentito e un già visto che risale, almeno per la cultura occidentale, già ai primi libri della Bibbia: Levitico 19,13 (Il salario dell’operaio al tuo servizio non ti resti in mano la notte fino al mattino) e Deuteronomio 24,15 (Dagli il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e a quello aspira).

Quindi ai Profeti: Malachia (3,5) (Io mi accosterò a voi per giudicare e sarò un testimone pronto […] contro quelli che froda il salario all’operaio, che opprime la vedova e l’orfano); Geremia (22,13) (Guai a chi costruisce la casa senza giustizia […] che fa lavorare il prossimo per nulla, senza dargli il salario); Siracide (34,22) (Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio).

E a Giacomo (5,4) (Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti).

Fino alle leggi odierne accanto alle quali il fenomeno appare all’analisi di vastità e infiltrazioni (per le indispensabili collaborazioni da parte professionale -i ladri in guanti gialli di cui parlava Francesco Antolisei, maestro del diritto penale- e le carenze pubblico-amministrative) imbarazzanti per un Paese anche di media civilizzazione e invero, sebbene i media tendano a parametrare temporalmente l’esordio del fenomeno malavitoso  all’assassinio di Villa Literno, 37 anni fa, la coda è molto più lunga e risale (senza morti) quantomeno alla prima legge di contrasto al caporalato che fu la 1369 del 1960, dieci anni prima dello Statuto dei lavoratori, la quale vietava l’interposizione e l’intermediazione nelle prestazioni di lavoro e disciplinava l’impiego di manodopera negli appalti di opere e servizi interdicendo all’imprenditore di affidare lavori a intermediari o appaltatori che assumevano e retribuivano la manodopera.

Per appalto di mere prestazioni di lavoro, vietate, si intendeva qualsiasi appalto o subappalto in cui l’appaltatore utilizzasse capitali, macchine o attrezzature fornite dall’appaltante pur se a fronte di compenso per l’uso delle attrezzature.

E i lavoratori impiegati in violazione dei divieti erano considerati, a tutti gli effetti, dipendenti dell’imprenditore che ne aveva effettivamente utilizzato le prestazioni.

La legge 1369/1960 ebbe ruolo importante nel contrastare lo sfruttamento della manodopera e nell’offrire ai lavoratori più deboli le condizioni di un normale contratto subordinato, anche in contesti di appalto o subappalto, ma già ai suoi tempi era vulnerata da ricorrenti criticità.

La più diffusa costituita dal criterio di scelta operata dai committenti per l’assegnazione e quindi anche delle gare indette sia da pubbliche amministrazioni sia da imprese private gestite a un massimo ribasso troppo spesso incompatibile con il rispetto del contratto collettivo e dell’adempimento degli oneri sociali e assicurativi.

Gli uffici studi delle associazioni imprenditoriali pubblicavano aggiornate tabelle dei costi del lavoro regolare lo sconto verso i quali (anche del 40-50%) marcava la misura della evidente irregolarità del rapporto.

Ma i committenti, pubblici o privati che fossero, facevano (quasi) regolarmente orecchie da mercante senza rispondere alle formali comunicazioni che erano loro inoltrate dalle rappresentanze sia imprenditoriali sia sindacali.

E gli organi pubblici di controllo, sollecitati a intervenire, vagavano sovente dalle carenze di organico ai picchi di lavoro etc.

La 1369 fu sostituita dal d. lgs. n. 276/2003 (Riforma Biagi) che introdusse nel mercato del lavoro forme regolamentate di gestione del personale (somministrazione) tramite agenzie autorizzate e iscritte in appositi albi e confermò la natura dell’appalto lecito nella misura in cui l’appaltatore organizzi con propri mezzi la produzione dell’opera o del servizio assumendosene il relativo rischio d’impresa.

Le insufficienti attività di vigilanza pubblica sul rispetto delle norme, da un lato, e la tendenza di (troppa) parte imprenditoriale all’infrazione, da un altro, con progressivo peggioramento dello scenario portò alla legge 199/2016 (Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura etc)  con modifica dell’articolo 603-bis (introdotto nel 2011) del Codice penale punendo non solo l’intermediario (il caporale), ma anche il datore di lavoro giacché ambedue sfruttano i lavoratori e con inserimento del novellato articolo anche fra i reati previsti dal d. lgs. 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti.

Siamo a oggi e lo scorso anno un circostanziato servizio dell’Espresso (29 aprile 2025) chiama anche il Nord Italia alle responsabilità di analogo sfruttamento operato, come sembra, in modalità ancora più avanzate e difficili da individuare.

Scartando l’idea di triplicare (magicamente) i pubblici vigilanti, che in un Paese dai molti ladri in ogni caso non bastano mai, forse sarebbe il caso di provare a modificare prospettiva e orientamento dei controlli, che pur avvengono, in coerenza con considerazioni espresse da chi opera nella fascia di mezzo:  se a decidere tutto è la grande distribuzione la quale impone prezzi squilibrati (e il recupero sfocia da sempre nel risparmio sociale), allora il controllo di processo inizi da lì e risalga la corrente fino all’origine piuttosto che cercare pesci piccoli i quali, non appena pescati, sono immediatamente sostituiti.

E se non ci fossero rimedi agibili, sarebbe forse oramai l’ora di riesaminare un modello di vivere che eroga benefici (comodità, ampiezza di scelta, confezioni, orari, acquisti nelle festività etc) ai clienti e lucro all’impresa, ma a senso unico, dal basso verso l’alto e sulla pelle altrui.

LMPD