APOCRIFA – Requiem naturae
A Major Oak, grande quercia di 11 metri di circonferenza nata e cresciuta nella foresta di Sherwood (Nottinghamshire), in quest’ultima primavera le dure gemme invernali non si dischiusero in tenere foglie come ogni anno e questo avere smesso di respirare, proprio al pari degli uomini, ha certificato il termine della sua lunga vita.
Gli esperti stimano che la sua età possa trovarsi in una forbice fra 1200 e 800 anni e anche questa ampia elasticità quanto all’origine ben si addice a una cattedrale arborea (chioma di poco meno di 30 metri) che, un giorno, germogliò da una delle solite piccole ghiande cadute e nascoste nel terreno.
Numeri di anni che fanno già una certa impressione, ma ancora di più considerando, a esempio, che in Italia si va, sotto il profilo storico, dall’epoca carolingia -in cui la penisola era divisa fra Regno d’Italia (Sacro Romano Impero), bizantini e islamici- a quella dei Comuni, San Francesco d’Assisi, Federico II di Svevia e dei primi passi di lingua volgare.
Major Oak era una Quercus robur, specie europea molto diffusa anche in Italia e nota con il nome di farnia, le cui ghiande portate dal vento, dagli uccelli o dagli scoiattoli tendono facilmente ad aprirsi per mettere radici anche nei posti più impensati: e in questo modo, bastando spazio e acqua di pioggia, nel passato sono cresciute le grandi foreste che ricoprivano vaste aree dell’Europa e dell’Italia.
I rapporti degli umani con gli alberi sono sempre stati difficili e a sfavore, diciamo così, del regno vegetale per evidenti e obiettive ragioni: il contadino detesta l’albero, in particolare se grande e ombroso sebbene poi tutti, contadino compreso, abbiano sempre bisogno della legna per il fuoco e per le costruzioni (di legno di quercia, per stare a Major Oak, erano le navi dell’ammiraglio Nelson come di quercia furono le travi del tetto della cattedrale di Saint Paul a Londra etc etc e per tornare in Italia Faenza, culla splendida della ceramica, fu prima dell’energia elettrica nei forni di cottura responsabile di disboscamenti che cambiarono lo stato dei luoghi).
La foresta di Sherwood ha fatto da ulteriore cassa di risonanza alla venerabile Quercus britanna per essere anche stata teatro di storiche e leggendarie vicende al tempo delle prove di usurpazione della corona di re Riccardo quando questi fu in Terra Santa (1190-1192) da parte del fratello Giovanni, impedite dai sudditi fedeli (fra i quali Robin Hood e compagni) al rege temporaneamente fuori sede.
E da queste tradizioni trasse origine in tempi recenti la divertente figura di Ruba Hood nel Regno di Id (Wizard of Id) a firma di Parker e Hart che in insuperabile satira e reale critica socio-politica per anni presero magistralmente in giro politica, potere, burocrazia e militari con protagonisti tanto assurdi nelle strisce quanto verosimili nella realtà quotidiana non solo negli USA.
Major Oak, tra l’altro, era un grande albero anche ben cavo, che è sogno non solo dei bambini, ma anche più in generale della fantasia e dell’immaginario oltre che della invenzione letteraria come, nella narrativa yiddish, qualcuno (forse Isaac Singer) intrecciando natura, pericolo, protezione e, a onta di tutto, tracimare sempre e in ogni caso della vita raccontò un rifugiarsi a due per improvvisa e violenta tempesta in un albero squassato dal vento dalla cavità tanto stretta da suggerire e accompagnare il concepimento di un bimbo.
A parte che anche gli alberi, nonostante la gloria, hanno diritto di morire, in questo caso gli esperti dicono che oltre ai recenti e ripetuti picchi di calore e di siccità sulla piovosa e verdeggiante Albione (Das perfide Albion), causa o concausa comunque accelerante l’aridità radicale siano stati gli innumerevoli calpestii di innumerevoli bipedi che, in visita, per anni hanno compattato a cemento il terreno impedendo e vanificando l’equilibrato svolgersi delle relazioni fisiologiche naturali e in tale modo compromettendo la prosecuzione della vita vegetale.
Ancor prima che si cercasse di correre ai ripari e cintare un po’ di terra intorno per tenere lontani i curiosi.
Un esempio, fra infiniti altri, di rottura dell’equilibrio fra natura e uomo.
Equilibrio delicato perché vigente in sostanza sullo scambio e destinato a spezzarsi -invero dopo stupefacente capacità di resistenza naturale, ma a tutto c’è un limite- con la sopraffazione.
L’uomo è l’unico animale, pur dotato di intelligenza e di capacità di scegliere o forse proprio per questo, che compie atti a danno altrui e di se stesso, della natura e dei propri simili.
In particolare tende inesorabilmente ad affollarsi e ad affollare lo spazio per propria scelta indipendentemente dalle conseguenze e pur di esse consapevole che sono sintetizzate nella c.d. sindrome del crowding & cramping.
La sindrome è diffusa e nota a livello comportamentale e psicologico, medico-fisiologico, agricolo (allevamenti), botanico (piantagioni) etc e, in particolare, sul piano comportamentale è facile osservare il nocumento che i grandi numeri apportano all’ambiente inteso in senso lato e cioè sia antropico sia naturale.
Dove arriva il turismo di massa, là facilmente e in modo irreversibile, dopo iniziali benefici economici, inizia il degrado così nelle città come nei paesaggi naturali a meno, si capisce, di lungimiranti (quanto nella pratica scarsi) interventi preventivi in grado di regolare, contenendoli nei rispettivi equilibri uomo-ambiente (sia cittadino sia naturale), i flussi in movimento.
La regolazione è difficile, e infatti pochi amministratori ci pensano o ci si cimentano, perché collide sia con il diritto alla mobilità sia con interessi economici, ma la mobilità diviene dannosa (a terzi e se stessa) ove superi (in particolare se è turismo organizzato piuttosto che viaggio) limiti fisiologici non oltre estensibili dello spazio-destinazione il quale, oltre a tutto e non paradossalmente, si rivolta naturalmente contro la invasione rendendo critici visita o soggiorno.
Per rimanere al tema urbano, il degrado senza fine causato dal turismo di massa a un gioiello unico come Venezia -che in pochi decenni ha cambiato fisionomia espellendo tra l’altro una quantità di cittadini- è un (triste) caso di studio: certo rimangono edifici (non trasformabili in alberghi), opere d’arte e calli e canali, ma il resto è ignobile baraccone organizzato per il turismo di massa oltre a tutto infestato, come osserva Arrigo Cipriani, da stuoli di borseggiatrici.
E quanto al tema paesaggistico ci sono monti, laghi e mari divenuti nel tempo irriconoscibili sia per consumo di suolo in senso stretto sia per più generica e continuativa usura analoga a quella che ha condotto a miglior vita la vecchia (è il caso di dirlo) Major Oak.
Onde il concetto di iperturismo è entrato anche nella cultura giuridica e nell’orientamento del Consiglio di Stato alla base di cui recenti decisioni è emersa la necessità di tenere conto dell’afflusso spesso incontrollato di turisti che sempre più frequentemente supera la capacità -fisica o ecologica- di accoglienza in un determinato territorio e di fruizione della stessa risorsa turistica.
Per cui di fronte a tale fenomeno, oramai endemico e fisiologico, emerge la necessità per l’amministrazione di un bilanciamento degli interessi di tipo nuovo sotto almeno tre profili: conservazione del bene-risorsa turistica, tutela di cittadini e imprese residenti nelle aree oggetto di attrazione, macro-impatto sul territorio medesimo.
E non è probabilmente un caso che quantità sempre maggiori di concittadini scelgano di anno in anno di fare turismo verso l’estero alla volta di nuove conoscenze, ma fors’anche alla ricerca di spazi e prospettive che qui (a eccezione dell’arte e delle sue opere) non ci sono quasi più.
In particolare il costante consumo di suolo causato da sempre nuovi insediamenti, osservabile ovunque e non solo nelle città maggiori, è difficilmente comprensibile in rapporto al processo di denatalità in corso da tempo che tanto preoccupa sotto il profilo dell’invecchiamento e della consistenza numerica della popolazione (al netto della immigrazione).
Se ciò è dovuto alla sedimentazione sterile e infruttifera di altrettante abitazioni progressivamente abbandonate per fine vita dei rispettivi proprietari e non più in uso sarebbe forse il caso di pensare a una diversa politica immobiliare volta a incoraggiare il riutilizzo di spazi già costruiti a preferenza dell’espansione edilizia.
LMPD