HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoL’APPROFONDIMENTO – De felicitate et de tristitia (Settembre e i rientri dalle vacanze)

L’APPROFONDIMENTO – De felicitate et de tristitia (Settembre e i rientri dalle vacanze)

Settembre rappresenta tradizionalmente il mese del rientro dalle vacanze estive.

Riprendono le attività lavorative e scolastiche e ricomincia la routine, mentre l’autunno si affaccia, talvolta già con le prime piogge o i primi freddi.

Anche per chi non va in vacanza, il caldo mese agostano propone e propende a un vivere differente: tutto rallenta, le persone sono più inclini a vivere all’esterno, talvolta per cercare svago, talaltra per ristoro dalla calura dei posti chiusi. E in questa estroversione vi è spesso anche una maggior apertura alla socialità.

Settembre, quindi, dovrebbe essere un mese nel quale -ristorati e ritemprati gli animi- si respira una maggior leggerezza, contentezza e rinnovata energia: ci si apre al nuovo anno.

Non è così. Piuttosto, rappresenta il tradizionale mese della depressione post-rientro.

Le persone paiono più nervose e arrabbiate di prima.

Scambiato (e neanche sempre) qualche rapido convenevole sulla bellezza del periodo trascorso, ma ormai finito -e anzi, spesso, già in questa fase, lamentandosi del troppo caldo avuto o della troppa ressa incontrata- esse sono pronte ad aggredire il prossimo e mostrare un’attitudine scontenta.

Il Buddha, oltre 2.500 anni fa, diede insegnamenti preziosi che possono fare al caso nostro per portare un cambiamento positivo in questo mare di sofferenza da rientro.

Il Buddha disse: “Chiamo azione, la scelta” (A. 6:63).

Egli distinse le azioni in: fisiche (ciò che compiamo con il corpo), verbali (ciò che diciamo, quando lo diciamo e come lo diciamo) e mentali (ogni pensiero che coltiviamo).

Ogni azione quindi, sia essa fisica, verbale o mentale, implica una nostra scelta.

Va precisato, in merito alle azioni mentali (dette anche pensieri), che esse sorgono spontanei in noi in risposta ai vari stimoli che riceviamo: e non possiamo scegliere cosa pensare. Tuttavia, comparso in modo subitaneo un pensiero/emozione, possiamo scegliere cosa farne: è utile o dannoso? Porta beneficio? Possiamo scegliere se: fermarlo,  cavalcarlo o  applicarci nel riorientare la mente in modo benefico, per noi stessi e per il mondo.

La meditazione, infatti, non è altro (almeno inizialmente e nella sua pratica formale) che l’essere consapevoli dei movimenti della nostra mente e applicarci (in un modo che diventa via via spontaneo) a rallinearla ed educarla in modo utile e sano (nella meditazione formale, la indirizziamo verso un oggetto di concentrazione neutro, come il respiro, affinché essa diventi sempre più stabile, chiara, penetrante e benefica)

Il Buddha quindi disse: “Chiamo azione, la scelta”.

Ci possiamo chiedere: quante e quali nostre azioni fisiche, verbali e mentali sono frutto di una scelta? O piuttosto, siamo soliti muovere il corpo, la parola e la mente puramente in base a reazioni, abitudini e condizionamenti?

Scegliamo davvero cosa fare (e come farlo), cosa dire (se dirlo e come e quando) e come indirizzare il nostro pensiero? O ci limitiamo a essere trastulli delle nostre abitudini fisiche, verbali e mentali?

Le parole di scontentezza o aggressività che talvolta regnano nel mese di settembre sono frutto di una scelta consapevole o di una abitudine? E in tal caso, troviamo che tale abitudine porti beneficio a noi e agli altri?

Proseguendo, il Buddha disse anche: “Questo corpo e questa mente non appartengono né a voi né ad altri, ma sono azione passata, già determinata e scelta, che deve essere sperimentata per essere vista” (S. 12:37).

Quindi ogni nostro pensiero, ogni nostro agio o disagio, malessere o contentezza non è altro che il frutto di ciò che -un attimo prima o nella nostra vita- abbiamo coltivato. E lo ritroviamo ora come frutto il quale va sperimentato al nostro interno per essere visto e compreso da noi stessi.

È così che comprendiamo e vediamo operare la legge di causa-effetto.

Se ogni mese di settembre iniziamo l’anno tristi e scontenti, è molto probabile che lo saremo anche nel mese di ottobre e che ciò accadrà anche nel settembre dell’anno seguente. E se, incontrando un collega, iniziamo a lamentarci, è del tutto probabile che l’attimo dopo sperimenteremo al nostro interno tristezza o rabbia maggiori. E ancor più amplificate le ritroveremo in noi la sera.

Ma la ruota non si ferma qui e molto possiamo fare per il nostro e l’altrui bene.

Il Buddha, infatti, disse anche: “Gli esseri sono possessori delle proprie azioni, eredi delle proprie azioni, progenitori delle proprie azioni; hanno le azioni come loro responsabilità e rifugio. Sono le azioni che distinguono gli esseri in inferiori e superiori” (M 135).

Torniamo, ora, al nostro settembre.

Innanzitutto possiamo notare che è del tutto umano e spontaneo provare quella sfumata nostalgia che un po’ sempre accompagna l’uomo nel contemplare e ricevere la così vasta e inarrestabile impermanenza di ogni esperienza umana. È la nostalgia del percorre quel costante, inevitabile e spesso doloroso gesto del lasciar andare (fisico e interiore) tutto ciò che -inevitabilmente- non fa che scorrere: piacevole o spiacevole che sia.

I giorni si succedono alle notti, il rientro alla vacanza, la pausa all’attività, il caldo alla pioggia, la gioia a una differente sfumatura dell’animo umano.

Così, a ben guardare, anche in quel caldo torrido che non ci ha dato tregua, o in quella coda nel traffico o in quella estate trascorsa forse a casa per un dolore alla schiena, vi è una unicità e mutevolezza che rendono quell’esperienza preziosa a pari della più spensierata e divertente serata sulla spiaggia o del più magico contemplare un paesaggio di verdi colline in un silenzio ove solo i grilli si odono.

E tutto passa.

Quella nostra tristezza di settembre non è altro che il sottile lutto di ogni lasciar andare. E possiamo coglierlo così: nella sua inevitabilità e bellezza. Senza caricarlo di una lagnanza che non ha ragione d’esserci né di una illusione (“Se solo…”) che non avrebbe fondamento nella realtà; senza fare di quel mite, innocuo e dolce pensiero di nostalgia, una valanga che -come accade alla pallina di neve rigirata più volte in essa-  vi travolge per mesi. E quella umana nostalgia si trasforma in una perdurante sindrome di scontentezza.

Nulla può durare.

Nessun caldo. Nessuna euforica gioia. Nessun benessere fisico. Nessun agosto. Neppure nessun mal di schiena. Neppure il momento di adesso.

Il caldo cede naturalmente al freddo. La gioia a una diversa emozione. Il benessere fisico, per semplice legge di natura, forse a un acciacco che compare.

E se anche, convinti e illusi che a noi giovi il clima caldo, trascorressimo l’intera vita viaggiando qua e là alla ricerca di luoghi perfetti ove regni quel clima assolato che amiamo, esso non ci verrebbe forse a noia? O quel luogo non ci proporrebbe comunque qualche cambiamento indesiderato? Poiché è insito nella natura mutevole dell’esistenza che esso accada.

“Chiamo azione la scelta” significa quindi essere consapevoli della nostalgia; e anche forse di quell’attrito nella differenza: rammarico di lasciare l’una per tornare all’altra, all’usato.

Ma dopo di ciò, scegliere come orientare i nostri pensieri, parole e azioni, per il bene nostro e altrui.

Torniamo -come suggerisce il Buddha- a essere padroni delle nostre azioni fisiche, verbali e mentali (mentali soprattutto poiché è dalla mente che procede il resto). Torniamo a scegliere le nostre azioni. Orientiamole in modo sano.

Le nostre azioni (fisiche, verbali e mentali) possono diventare davvero il nostro rifugio, la nostra forza, la nostra bellezza. Poiché a retta inclinazione seguirà buon frutto.

E sia per tutti un buon Settembre!

 

Elena Greggia

 

Nota

  1. = Anguttara-nikaya
  2. = Majjima-nikaya
  3. = Samyutta-nikaya

Costituiscono le 3 poderose raccolte di Discorsi del Buddha. Insieme alla quarta, Diga-nikaya, compongono il Sutta-Pitaka, ovvero l’intera Raccolta di discorsi del Buddha.

Il Sutta-Pitaka, insieme al Vinaya-Pitaka e all’Abidhamma, costituisce poi il Tipitaka, ovvero la monumentale raccolta degli insegnamenti -pratici, dottrinali, morali e metafisici- del Buddha.

I numeri posti accanto, si riferiscono al capitolo e al numero del discorso.