DE LITTERIS ET ARTIBUS – Cucina economica – LA GROLLA
Cucina economica
Tornate all’antico e sarà un progresso

D.Lange Corner of Kitchen, home of tobacco sharecropper. Person Country, North Carolina 1939. Fonte: Heritage Images.com
LA GROLLA
Abbiamo visto, in una serie di puntate precedenti, le tradizioni della cucina alpina che, sia pure con modifiche, è tuttora presente in molti casi sebbene con adeguamenti “moderni” e/o limitata a trattorie tipiche.
Vediamo ora due elementi della tradizione alpina che in passato erano di comune uso e che oggi, per ragioni di sicurezza e salvaguardia da possibili contagi fra commensali, possono vedersi solo più in bacheca, soprattutto in Savoia e in valle d’Aosta, come souvenir di tempi passati.
Si tratta delle grolle e delle coppe dell’amicizia, due prodotti dell’artigianato locale, ma con immagini e funzioni radicalmente diverse.
La grolla (in francese, grolle; in patois valdostano, grolla ) è una particolare coppa (o calice) in legno, con gambo corto e chiusa da coperchio, tradizionale delle Alpi Occidentali, in particolare della Savoia e della Valle d’Aosta.
Anticamente utilizzata solo per bere in compagnia a turno (in francese, à la ronde) essa è oggi prevalentemente prodotta come souvenir, come trofeo e come oggetto da collezionismo. Il nome e la forma ne hanno fatto accostare le origini al graal.
Il graal, indicato spesso come recipiente per bevande magiche, ha età più antica e rinomata nelle tradizioni della cultura celtica che risale alla preistoria: lo sanno tutti, da quando Goscinny e Uderzo hanno conquistato il mondo, nel 1959, con il loro fumetto Asterix in cui il druido, sacerdote dei Celti, Panoramix, prepara una pozione magica che rende i Galli del suo villaggio invincibili contro le legioni di Cesare.
La diffusione del vocabolo nelle regioni situate intorno ai valichi alpini del Piccolo e del Gran San Bernardo ha fatto ipotizzare che questo particolare calice e l’abitudine di bere à la ronde (a turno) siano stati importati dalla Borgogna, per cui ‘grolla’ costituirebbe un prestito linguistico.
Il termine, tuttavia, è propriamente una variante di un sostantivo latino –gradalis (vassoio per vivande) o cratalis (calice)- da cui, secondo alcuni, deriverebbe anche la parola – tipica della lingua d’oïl – grauus che si declina in graal.
Il Graal, che non ha nulla a vedere con il cristianesimo, è citato per la prima volta come recipiente magico nei racconti in francese antico di alcune vicende del ciclo arturiano relative alle vicende mitiche del ‘Re pescatore’ o ‘Re Ferito’ ultimo discendente della stirpe dei re custodi della preziosa coppa.
Il Re viene caratterizzato in modi anche molto diversi da diversi autori, ma in ogni caso ha una menomazione alle gambe e difficoltà a muoversi.
La menomazione si ripercuote sul suo regno che si è trasformato in un luogo deserto e devastato, la terra desolata, le terre guaste (Waste Land). Il Re passa il suo tempo pescando in un fiume nei pressi del suo castello di Corbenic e molti cavalieri erranti si recano dal Re Pescatore per guarirlo, ma questo sarà possibile solo al prescelto destinato a trovare il Graal (Parsifal, in seguito anche Galahad e Bors).
Le versioni medievali di questa leggenda variano l’una dall’altra, ma pressoché tutte raccontano di Parsival come di un ragazzo nato e cresciuto nella foresta che si reca alla corte di Re Artù e diventa uno dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Parsifal è ammesso alla vista del Graal perché il suo cuore è puro.
La notorietà di Parsifal è dovuta a una versione secondo cui egli sarebbe il cavaliere alla ricerca del Graal che più è arrivato prossimo alla conquista.
Nel romanzo medievale tedesco Parzival di Wolfram von Eschenbach, Parsifal è il padre di Lohengrin, uno dei custodi del Santo Graal, il cavaliere del cigno caro alle leggende medievali dei Paesi Bassi (il Brabante) che scende sulla terra per difendere i deboli.
Parsifal compare inoltre in numerose opere sia in versi sia in prosa, databili tra il XII e il XIII secolo, tra cui il perduto Perceval di Robert de Boron, le continuazioni dell’incompiuto Racconto del Graal di Chrétien a opera di Waucher de Denain (attribuzione dubbia), Gerbert de Montreuil, Manessier e il Perlesvaus.
Tra le opere successive si ricorda soprattutto La morte di Artù di Malory, pubblicata nel 1485, in cui, nel libro VI, il cavaliere parte alla ricerca del Graal assieme a Lancillotto, Bors e Galahad.
In queste vicende, il Graal ha funzione quale coppa magica, propria di chi lo possiede senza legami con significati religiosi che in seguito gli saranno attribuiti. Nelle famiglie facoltose e fra i nobili della Val d’Aosta la coppa, il Graal, assume simbolo di unione esclusiva i cui membri sono identificati da chi ha l’accesso alla bevuta comune.
Vediamo la trasformazione in campo religioso.
Tra le reliquie delle crociate, l’associazione del Graal con l’Ultima Cena diventa sintomatico e da allora tutte le leggende sul Graal diventano racconti e leggende di una reliquia sacra.
Verso la fine del XII secolo, l’autore Robert de Boron associò la storia preesistente del Graal, oggetto magico della letteratura arturiana, al Sacro Calice. Questa associazione continuò in molte successive opere arturiane, tra cui il ciclo Lancillotto-Graal (Vulgata), il ciclo Post-Vulgata e Le Morte d’Arthur di Sir Thomas Malory .
In primo luogo, abbiamo il Sacro Catino (Graal) di Genova.
Il Sacro Catino è un manufatto conservato a Genova nel Museo del Tesoro della cattedrale di San Lorenzo e la tradizione lo vuole autentico Santo Graal ovvero il piatto usato da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena che sarebbe stato portato a Genova dopo la Prima crociata da Guglielmo Embriaco.
Il catino è un vaso esagonale di materiale trasparente verde brillante. Nel tempo in cui venne portato a Genova si credette fosse di smeraldo.
Il Sacro Catino finì in pezzi durante una sua permanenza in Francia e fu oggetto di vari restauri: nel 1908, nel 1951 e infine nel 2017.
Lo studio dell’oggetto realizzato durante il periodo in Francia da parte dell’Académie des sciences dell’Institut de France stabilì che si trattava di cristallo bizantino e non di smeraldo. Studi seguenti avrebbero postdatato l’opera ritenendola un manufatto islamico del IX-X secolo.
Tuttavia il restauro del 2017, eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Roma, ha rivelato che il vetro soffiato di cui è composto è databile al I sec. a.C. e tale datazione è stata altresì confermata dalla fattura e qualità dei materiali.
E veniamo al secondo esemplare, Santo Calice di Valencia, che il Medioevo ci porta come Graal, in Spagna e che, in questo caso, è proprio denominato Santo Calice con richiamo diretto al suo impiego nell’ultima cena, secondo i Vangeli.
I Sinottici riferiscono che Gesù condivise un calice di vino con gli Apostoli, dicendo che era l’alleanza nel suo sangue dicendo:
“Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.”
E la coppa conservata nella cattedrale spagnola di Valencia è stata identificata fin dal Medioevo come il Calice Santo utilizzato durante l’Ultima Cena.
San Giovanni Crisostomo (347–407 d.C.) nella sua omelia su Matteo affermava: La tavola non era d’argento, il calice non era d’oro in cui Cristo diede da bere il Suo sangue ai Suoi discepoli, e tuttavia tutto ciò che conteneva era prezioso e veramente degno di incutere timore reverenziale.»
Il pellegrino Antonino di Piacenza (570 d.C.) nelle sue descrizioni dei luoghi santi di Gerusalemme disse di aver visto “il calice di onice, che nostro Signore benedisse nell’ultima cena” tra le tante reliquie esposte nella Basilica eretta da Costantino vicino al Golgota e alla Tomba di Cristo.
Herbert Thurston nella Catholic Encyclopedia (1908) concluse che:
«Non ci è pervenuta alcuna tradizione attendibile riguardo al calice utilizzato da Cristo durante l’Ultima Cena. Nel VI e VII secolo, i pellegrini diretti a Gerusalemme erano indotti a credere che il calice vero e proprio fosse ancora venerato nella chiesa del Santo Sepolcro contenente la spugna che fu offerta al Salvatore sul Calvario.»
Secondo altra tradizione, San Pietro portò il calice a Roma e la trasmise ai suoi successori (i Papi). Nel 258, quando i cristiani erano perseguitati dall’imperatore Valeriano e i Romani chiesero che le reliquie fossero consegnate al governo, Papa Sisto II consegnò invece la coppa a uno dei suoi diaconi, San Lorenzo, che la consegnò a un soldato spagnolo, Proselio, con l’ordine di portarla in salvo nella patria di Lorenzo, la Spagna.
Il Santo Cáliz è la coppa di agata conservata nella Cattedrale di Valencia, presumibilmente risalente al I secolo d.C. circa, e celebrata da Papa Benedetto XVI nel 2006 come “questo calice famosissimo” (hunc praeclarum Calicem).
Il Sacro Calice di Valencia è l’oggetto più comunemente identificato come candidato al titolo di Santo Graal.
La coppa è realizzata in agata rosso scuro, montata tramite uno stelo nodoso e due manici curvi su una base ricavata da una coppa rovesciata di calcedonio. La coppa in agata ha un diametro di circa 9 centimetri e l’altezza totale, base inclusa, è di circa 17 centimetri. La base, gli steli e i manici sono aggiunte successive, presumibilmente medievali, con la parte inferiore arricchita da un’iscrizione “in stile arabo”. La coppa in agata rossa (il calice) fu molto probabilmente prodotta in una bottega levantina o egizia tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C.
È conservata insieme a un inventario su pergamena, che si dice abbia accompagnato una lettera perduta la quale descriveva dettagliatamente la persecuzione dei cristiani da parte dei Romani, sponsorizzata dallo stato, che costrinse la chiesa a dividere il suo tesoro e a nasconderlo a certi suoi componenti e, in particolare, al diacono San Lorenzo.
Il primo esplicito riferimento documentale all’attuale Calice di Valencia si trova in un inventario del tesoro del monastero di San Juan de la Peña redatto da Don Carreras Ramírez, canonico di Saragozza, il 14 dicembre 1134.
Il Calice è descritto come il vaso in cui “Cristo Nostro Signore consacrò il suo sangue” (En un arca de marfil está el Cáliz en que Cristo N. Señor consagró su sangre, el cual envió S. Lorenzo a su patria, Huesca).
Si fa nuovamente riferimento al calice nel 1399, quando fu donato dal monastero di San Juan de la Peña al re Martino d’Aragona in cambio di una coppa d’oro.
Papa Giovanni Paolo II celebrò la Messa con il Santo Calice a Valencia nel novembre 1982, e in quell’occasione lo definì testimone del passaggio di Cristo sulla Terra e nel luglio 2006, durante la Messa di chiusura del V Incontro Mondiale delle Famiglie a Valencia, fu usato anche Papa Benedetto XVI.
Mario Oggero
(Continua)