L’APPROFONDIMENTO (Pars una) – Alle origini della aggressività (1)
Abbiamo visto come lo sviluppo della corteccia prefrontale abbia fondamentalmente distinto la capacità umana di controllare le emozioni da quella degli animali.
Da un punto di vista strettamente biologico ed etologico, l’aggressività nel mondo animale non è puro istinto, ma un comportamento dettato dalla necessità di sopravvivenza e dalla situazione ambientale.
Essa ha una funzione nella scelta sessuale, nel controllo del territorio, nell’organizzazione gerarchica sociale e nella difesa della prole.
Sono stati individuati anche due meccanismi di contenimento dell’aggressività, la ritualizzazione della lotta e la ri-direzione dell’aggressività stessa: nel primo caso, quando nella lotta tra due lupi uno soccombe, questi offre al vincitore la concavità del collo, la sua parte più vulnerabile in segno di resa totale e questo comportamento inibisce l’aggressività del vincitore che, pur ringhiando, non morde più.
Nel secondo caso osserviamo il trasferimento della rabbia su obiettivi sostitutivi.
Questi due meccanismi erano verosimilmente presenti anche nell’uomo ai primordi, ma sono divenuti per lui inefficaci nel corso dell’evoluzione e hanno perso significatività: nell’uomo l’aggressività si è differenziata dall’istinto e dai funzionamenti autoregolatori e di difesa della specie e si è impostata su fattori culturali ed ambientali.
È quindi un’aggressività non più utile alle funzioni biologiche fondamentali, ma una forza connotata come negativa e distruttiva.
È quella che E. Fromm (1975) in “Anatomia della distruttività umana” chiama aggressività maligna o distruttività per distinguerla da quella benigna o difensiva comune alle specie animali come istinto programmato legato a interessi biologici vitali.
Essa è specifica proprio dell’uomo ed è connessa alla sua struttura sociale, essendo appresa attraverso i rapporti sociali ed è quindi sostenuta dalla cultura.
I suoi comportamenti fondamentali sono trasmessi mediante forme sociali di apprendimento e tra ciò che trasmette la cultura c’è anche la valorizzazione dell’aggressività.
In particolare, secondo l’autore, l’aggressività ha assunto un vero e proprio valore culturale essendosi dimostrata vantaggiosa per acquisire o aumentare il potere.
D’altra parte la cultura è, in ispecie, lo strumento fondamentale regolante il comportamento umano, il rapporto tra i gruppi e la condotta sociale in generale e ha sempre tentato di contenere la violenza con leggi e norme, religioni, regole morali e ideali affinché si segnassero i limiti della tollerabilità: l’etica o la religione inibiscono l’aggressività tra individui, ma al contempo la valorizzano, in alcune istituzioni, soprattutto quando indirizzata versi nemici o culture difformi o potenzialmente minacciose.
Sarebbe necessario un intero manuale per esporre le teorie psicologiche e psicoanalitiche che spiegano il comportamento aggressivo.
Possiamo rifarci alla psicologia generale per cui la rabbia è una reazione che emerge fin dalla nascita e ci si porta dietro per sempre: nel primo anno di vita, la mancanza di contatto materno o l’assenza di soddisfazione orale sono all’origine di frustrazione da cui scaturiscono impotenza e rabbia. Negli anni successivi il panorama delle frustrazioni si amplia, ma la reazione di rabbia è la medesima e il bambino deve imparare a gestirla: è quella che si definisce educazione emotiva, che se manca può portare in età adulta a diversi problemi comportamentali fino al disturbo borderline di personalità.
Intelligenza Emotiva ed aggressività negli ultimi decenni sono state oggetto di numerose ricerche dalle quali è emerso è che i soggetti aggressivi manifestano deficit di attenzione, bassi livelli di competenza sociale e scarsa responsività empatica.
In particolare, sembrerebbe che mostrino difficoltà nell’identificazione dei cues emotivi, nella comprensione emotiva e nell’elaborazione delle emozioni.
Nella psicoanalisi freudiana, il comportamento umano è legato al delicato equilibrio tra le istanze fondamentali della personalità Io, Es e Super-Io, paragonabili rispettivamente alla componente psicologica, biologica e sociale-morale dell’uomo: tutti i conflitti della personalità e tutti i conflitti tra un soggetto e l’ambiente sociale possono ricondursi allo scontro tra Es e Super-Io là dove l’Io sopraffatto – non ricevendo supporto dall’equilibrio tra le altre due istanze – vive una situazione di pericolo che genera angoscia e quindi rabbia.
Benedetta Laudi
(continua)