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EDITORIALE – Schwa

Lo “scevà” (dal tedesco schwa derivante dall’ebraico shĕvā che -senza tanti fronzoli- significa: niente) è il nome di un simbolo grafico ‘ə’ utile per indicare “l’assenza di vocale seguente o la presenza di una vocale senza qualità e senza quantità (ex: Treccani)”, onde per i glottologi trattasi di un suono vocalico indistinto, una sorta di troncatura della parola alla quale si applica finalizzata a evitare la distinzione fra maschile e femminile e a renderla pertanto neutra.

Lo “scevà”, che nella lingua italiana la quale ha vocali distinte e nette non esiste, ma solo in taluni dialetti, viene indicato con una ‘e’ (‘ə’) rovesciata.

La sperimentazione (non di rado con effetti involontariamente comici o incomprensibili ai più) e l’interesse cui è attualmente oggetto non è di ordine letterario, giacché in questo ambito certo non se ne sente la mancanza, ma politico-sociale e risponde al tentativo di superare, da parte di coloro che ne fanno un problema, il conflitto di genere che si intende presente in determinate parole e di sterilizzare -secondo i canoni ora correnti del gusto politicamente corretto- il ricorso a un tipo di maschile tradizionalmente usato nella lingua parlata e scritta per comprendere anche il femminile, il così detto maschile generalizzato.

Il vezzo di pensare, illudendosi, che i problemi della vita reale, nella specie le ingiustizie e le disuguaglianze, si risolvano intervenendo sulle parole ha la coda lunga: l’antico bidello è stato convertito in ‘collaboratore scolastico’, ma la sua funzione è sempre quella e, nella categoria, ci sono coloro (maschile generalizzato che comprende, ahinoi, anche le bidelle) che esplicano bene o non bene la loro funzione esattamente come prima.

Il cieco è stato trasformato in ‘non vedente’ o ‘privo della vista’, ma non gli sono stati ridati gli occhi. L’orate frates liturgico, che certo non escludeva nell’invocazione le donne dal cospetto del Signore è divenuto ‘fratelli e sorelle’ (prima i maschi e poi le femmine: non è ancora stato eccepito, ma c’è tempo e finirà che le signore saranno fatte passare cavallerescamente per prime).

E nella nostra insonne pubblica amministrazione ci sarà forse qualcuno che già si starà arrovellando intorno al compito di opportunamente femminilizzare il noto e ubiquitario termine ‘agente’ e non è escluso ne esca un bel ‘agenta’ o qualcosa di simile.

A proposito, poi, di ingiustizie e disuguaglianze trattate a livello semantico pochi casi giungono al livello di guardia (per l’intelligenza) di ‘negro’ trasformato in ‘nero’ dimenticando o non sapendo che il termine italiano deriva direttamente dal latino negrus e che non ha mai avuto, né in latino né in italiano, valore dispregiativo. E inoltre che nulla ha da spartire con il dispregiativo, questo sì, americano nigger: ogni lingua ha la sua cultura, ma intervenire sulla propria scimmiottandone una diversa è semplicemente discutibile oltre che indice di ignoranza e sudditanza psicologica.

In compenso, transitando dal nirvana semantico alla italica vita reale, i ‘neri’ sono lasciati a raccogliere pomodori etc agli ordini dei caporali nelle ben note condizioni di legalità.

Ma c’è un altro aspetto non privo, come d’uso allorché l’orientamento spirituale e culturale lascia a desiderare, di una certa sua comicità: alcuni termini di origine greca sono sostantivi maschili con terminazione in ‘a’ (archiatra, fisiatra, psichiatra, aforisma, carcinoma etc), mentre altri ancora presentano, a un orecchio addestrato, terminazioni similmente e vagamente femminileggianti (baccalà, barbera, cavalcavia, gesuita …).

In nome della parità e non discriminazione saranno finalmente costoro (altro maschile tendenzialmente generalizzato, ma in questo caso attiene solo ai termini maschili veri e propri) liberati dalla marchiatura femminea con risultati di tutto rispetto: fisiatro o fisiatressa?

Psichiatro o psichiatressa? Cavalcavio o cavalcaviessa (in armonia con la scavalcata strada che è certamente femminile…fino a quando non sarà contestata la inammissibile violazione di par condicio di uno che sta protervamente sopra a una)?

Oppure, direttamente: fisiatr, psichiatr, cavalcav etc etc in aderenza, peraltro, con i funerei fumetti del nero Cattivik dei bei tempi andati.

Ma in verità, elevandoci ora a cose migliori e più alte (Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno), la necessità di trovare, una volta per tutte, un modo certo e indiscutibile per rendere indistinto e uguale il significato fra ‘sì’ e ‘no’ non è privo di senso o di valore, ma piuttosto pratica indispensabile per la politica -in ispecie in tempi elettorali oppure quando si devono assumere decisioni- e per la pubblica amministrazione in particolare nel suo inesorabile processo verso la sempre annunciata e men che promessa semplificazione.
Non più quindi (comprensibilmente) imbarazzati ‘qui lo dico e qui lo nego’ oppure ‘snì’ oppure mugolii più o meno accompagnati da movimenti facciali simili a smorfie, ma un chiaro, netto e inequivoco ‘sə’ oppure ‘nə’ (ambedue, peraltro, con il medesimo significato: neutro).

L’aspetto grafico non sembra di difficile soluzione (basterà aggiungere il carattere ə sulla tastiera), ma un poco più impegnativo è indubbiamente quello terra terra fonetico: c’è il rischio di mantenere, e fors’anche aumentare, i mugolii e le manipolazioni dei muscoli facciali (temporalis, nasalis, orbicularis oculi, zygomaticus minor et major, risorius, buccinator, depressor anguli oris etc etc).

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