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L’EDITORIALE – Elezioni

Doppiata la boa del 25 settembre, laboriosa come la lupinella, ma assai meno affascinante della rosea piantina adusata a ingentilire spontaneamente i campi, l’Italia, appellata e nominata quasi sempre a sproposito da parte di numerosi candidati e aspiranti e ora -se desta o meno- vedremo in seguito, si è trovata qualche significativa pur se in parte prevedibile modifica nella propria geografia politica.

Magari seguissero a ruota anche consapevoli ritocchi dell’orografia nazionale atti a diminuire il rischio dei tradizionali disastri acquei, per consuetudine dimenticati in termini di azioni correttive già la settimana seguente l’accaduto, causati dai piovaschi promossi dai mutamenti climatici in peius in atto.

La nostra Fondazione è apartitica e così la sua presente rivista Dialogando onde lasciamo volentieri i commenti e le analisi dotte post elettorali agli esperti e a chi più ne sa accontentandoci di scambiare (civilmente) impressioni e promuovere scambi di idee.

Apartitica non è, evidentemente, sinonimo di apolitica poiché chiunque pensi o consideri gli avvenimenti del proprio Paese fa politica nel senso più diretto e sostanziale del termine: si interessa cioè criticamente (nessuna accezione negativa) e legittimamente, e solo in quanto cittadino, alla vita della sua pòlis, paese, città, patria che sia.

Con buona pace dei fautori e dei paladini dell’anti-politica i quali hanno, nel tempo, palesato come sia indubbiamente sempre più facile predicare bene (si fa per dire) che razzolare male (analogamente a consimili esperienze di altri colleghi).

Una osservazione, istruttiva per i posteri, emerge guardando i comportamenti di soggetti coinvolti nel recente agone testé conclusosi almeno nella sua prima parte: i perdenti, coloro le cui galline hanno fatto l’uovo più scarso, sono i più garruli e rapidi al commento (di rado serio): non hanno imparato a controllare la lingua che batte come variabile indipendente.

C’è chi sostiene di avere vinto seppure con qualche danno (dal 17,2% al 8,8%: tre milioni di voti in meno) causato dalla partecipazione al governo del signor Draghi (a parte il valore aggiunto apportato di cui sfugge la portata), ma che rifarebbe la medesima scelta così autorevolmente confermando la diabolicità del perseverare;
c’è chi sottolinea che, pur in progressiva diminuzione la sua fortuna elettorale (dal 13,4% al 8,1%), risulterà in ogni caso indispensabile ai futuri equilibri governativi (la matematica funziona sempre allo stesso modo);
c’è chi considera la rasatura (oltre sei milioni di voti in meno) in rapporto alle precedenti elezioni (2018) come un nuovo trionfale inizio e in effetti, ai sensi della nota e ottimistica legge di Murphy, avrebbe potuto andare anche peggio, ma non c’è nessuno che appaia sfiorato dal sospetto di avere commesso qualche errore o avuto qualche responsabilità.

Il senso della quale è, come sembra, tramontato oltre l’orizzonte della cultura media dominante (analogamente alla normale educazione) sostituito, se mai, solo dal concetto di colpa comunque imputata e sostenuta da nemici di fuori o di dentro.

In compenso risulta avere votato il 64% degli aventi diritto vs il 73% del 2018 e va a mille -né potrebbe essere diverso in uno Stato che si dedica al raschiamento collettivo del barile e in una generalizzata cultura serbante nel suo DNA l’istituto dei clientes (non tanto quello dell’inizio dell’Urbe, quanto piuttosto quello a dimensione socio-assistenziale dell’età degli imperatori), la promessa del panem et circenses.

E qui si nota come i destinatari delle promesse siano più scafati di quanto a prima vista non appaiano e come il promettere il mantenimento di qualcosa di già largamente leccato (come il reddito di cittadinanza) porti maggior frutto rispetto al semplice promettere (come pensioni casalinghe, dentiere e tasse).

In particolare, quando talune promesse del passato si sono poi regolarmente date, per così dire, alla marineria. Il tema delle tasse è poi trattato da ignobile farsa: chi le paga non ci crede (per esperienza) e chi evade non ha bisogno di interventi (quieta non movere).

Indipendentemente, si capisce, da valutazioni sulle conseguenze fiscali di quelle medesime promesse che certo non interessano punto i clientes destinatari, ma forse solo coloro che, chiamati a portare non volontariamente il proprio obolo, vedono l’uso che lo Stato ne fa.

Per una fondata interpretazione della devianza psicologica circa le proprie capacità si legge bene l’articolo di Davide Caramella sull’effetto Dunning Kruger in ‘L’approfondimento’ di questo numero.

Un’altra osservazione, del pari istruttiva, è con quale facilità gli attuali statisti si facciano male da soli inciampando nelle proprie certezze e strategie: mentre il professore pisano, infatti, se ne guardava bene, altri maggiormente entusiasti non hanno esitato, appena è parso loro il momento propizio, di mandare via, con mossa bipartisan, il governo in carica (Draghi, chi?) e hanno recapitato un infiocchettato regalo a chi, indipendentemente dai prossimi risultati che (per carità di patria) confidiamo saranno in ogni modo complessivamente positivi, inciderà probabilmente il suo nome nelle tavole lapidee della storia patria per essere la prima signora che sale alla presidenza del Consiglio della res publica.

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