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L’EDITORIALE – Rito funebre

Il rito funebre è un cerimoniale umano la cui genesi si perde nella notte della evoluzione e ci sono perfino ricercatori i quali hanno ritrovato ossa di Neandertal ancora in presenza di pollini a suffragio dell’ipotesi di uno specifico trattamento riservato al cadavere da parte dei vivi circostanti.

Se si ammette che la funzione vivificatrice del polline fosse stata in qualche modo indovinata o intuita dagli umani del tempo in prospettiva misterico-magica al pari di altri inconoscibili fenomeni naturali, come a esempio il fulmine e il tuono oppure l’apparire e lo scomparire della luna e delle stelle in dipendenza del corso del sole, si potrebbe persino accreditare loro un istinto indirizzato a collocare sul cadavere qualcosa, il polline appunto, connesso alla vita o (comunque) verso la vita in qualche modo beneaugurante.

Per rimanere solo alla civiltà occidentale il rito funebre (etimologicamente dal latino funes che significa la medesima cosa) era ampiamente radicato e innestato nella comune cultura -sul piano familiare, civico-sociale, religioso e politico- anche in quanto importante componente della pietas religiosa sia nella civiltà greca (già descritto nei poemi omerici e condizione per l’accesso all’Ade) sia latina (che aveva perfino festività specifiche quali le parentalia, in onore dei Mani o defunti di casa, e le lemuria, per esorcizzare gli spiriti dei trapassati).

Il mancato onore al defunto, o ancor peggio la sua insepoltura, comportava che lo spirito rimanesse a vagare sulla terra in particolare avendo in astio  e di conseguenza perseguitando coloro che non lo avevano trattato come avrebbero dovuto.

Al punto che numerosi e preziosi documenti antichi sono urne, epitaffi, lodi funebri, incisioni e affreschi (fino a quelli che, e. g. fra gli Etruschi, erano realizzati per non essere neanche visti da alcun vivo), vasi per libagioni etc.

A tale punto era affinata la sensibilità funeraria che un condottiero come Cesare ritiene degno di osservazione (De bello gallico) come le cerimonie funebri dei barbari Galli fossero, in rapporto alla loro cultura, magnifiche e suntuose (funera sunt pro cultu Gallorum magnifica et sumptuosa).

A maggior ragione crescevano -e attenzione e partecipazione e onori- nel caso di esequie di persone insigni o che avevano ben meritato verso la repubblica o la cittadinanza (anche della provincia) cui era tributato il funus pubblicum il quale rito comprendeva in aggiunta alle tradizionali pratiche, nel Foro, l’elogio ufficiale mentre nei tempi del principato venne in uso la consacrazione del morto a opera del Senato fino a giungere poi alla sua divinizzazione (apoteosi) onde l’illustre trapassato -con il titolo di divus conferitogli per atto normativo al pari di una legge di stato- entrava a pieno titolo nella religione pubblica divenendone componente.

L’evoluzione del rito, da attenzione specifica data al singolo morto (sia essa l’aspersione sul cadavere del polline vivifico piuttosto che la sua sepoltura unitamente a oggetti personali anche preziosi, armi e cibi etc) a cura più propriamente collettiva (familiare, sociale, civica e politica) e in particolare del contesto in cui si colloca il trapasso, con orientamento non tanto più verso il defunto destinato alla cremazione o all’inumazione, quanto piuttosto verso coloro che gli sopravvivono non è invero un percorso da poco e, a seconda del punto di vista (quello da Sirio compreso), potrebbe essere considerata perfino un’involuzione: il soggetto-oggetto del rito in principio è lui in persona, il defunto, ma viene quindi gradualmente attenuato divenendo infine occasione empirica per processi nei quali soggetti-oggetti terzi sostanzialmente lo sostituiscono.

E con finalità che quantomeno in parte e per un numero variabile, ma rilevante di partecipanti nulla hanno a che vedere con la considerazione del suo destino post mortem.

Il feretro non contiene ‘nessuno’ poiché, secondo le (due) principali correnti di credenza, per la prima di esse -che non contempla Dio- colui che era vivo non lo è più, sostituito come è stato dalla morte, e la manciata di atomi che gli avevano dato forma ha già iniziato a dissolversi per ritornare nel tutto, mentre per la seconda -che contempla Dio- la polvere che costituiva l’essere inizia comunque a sua volta a ritornare polvere (e fino a qui le credenze non si contrastano), ma la sua anima (o spirito) è nella misteriosa misericordia di Dio in attesa di una nuova vita.

Il vituperato Epicuro, vissuto tre secoli prima di Cristo e capostipite di coloro che l’anima col corpo morta fanno, scrisse con magistrale semplicità la proposizione intesa ad aiutare i suoi simili (non per nulla il suo stesso nome ha il significato di ‘compagno’ o ‘soccorritore’) a convivere, contenendola razionalmente, con la paura della morte: quando tu sei vivo, la morte non c’è e quando c’è la morte non ci sei più tu.

È, di fatto, il medesimo pensiero (conscio o inconscio) cui si rifanno ancor’oggi coloro che ritengono la morte la fine totale della esistenza umana.

Sono poi ingenerose oltre che superficiali anche le accuse -rivoltegli dai posteri- di ateismo (Epicuro respingeva l’Olimpo antropomorfo brulicante di déi e dée con i medesimi, se non maggiori, difetti degli umani e la sua razionale critica all’indifferenza divina verso gli uomini è sempre valida poiché superabile solo in prospettiva di fede) e di inveterato gaudente (Epicuro, quanto mai sobrio, proponeva lo stato di piacere quale obiettivo funzionale a superare o non contribuire al dolore: accontentandosi e trovando piacere nel minimo necessario, la creatura non è più indotta ad affannarsi nella ricerca di altri piaceri la quale porta necessariamente altro dolore).

Per quanto concerne il Cristianesimo, basta riferirsi al sintetico messaggio di Gesù: la vita continua e senza voler entrare nei particolari -allo stato inconoscibili- circa il ‘come’ è interessante notare come la mentalità semita, poco propensa alla speculazione teorico-razionalizzante occidentale, e fin nella sua lingua collegata in genere alla materialità, quando intende descrivere la bellezza della vita eterna usa frequentemente la semplice, ma inequivoca figura del banchetto.

 

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