HomeDialogandoL’EDITORIALE – Scuola e immigrazione: oltre gli slogan elettorali

L’EDITORIALE – Scuola e immigrazione: oltre gli slogan elettorali

All’approssimarsi delle elezioni, in particolare politiche, i fili della corrente si scaldano e cominciano movimenti di pedine sulla scacchiera politica.

Si è ora riaccesa l’attenzione sulle scuole a forte afflusso di bambini extracomunitari e il governo, mettendo le mani avanti su di un tema sensibile, si è attivato per una soluzione normativa volta a limitare, nelle singole classi, la presenza degli stranieri secondo orientamenti già espressi, senza risultato, dal ministero.

La circolare ministeriale non era (è) vincolante, la norma viceversa sì e vedremo quindi il seguito mentre, come prevedibile, è subito montata polemica.

Evitando impostazioni ideologiche, tipiche di contrapposizioni politiche dai molti litigi e pochi successi, cosa può emergere da una analisi obiettiva?

Il sovraccarico scolastico, chiamiamolo così, di extracomunitari (particolarmente) nelle primarie esiste ovviamente là dove vivono in maggior numero gli extracomunitari e la pressione generata in classe da diffuse carenze linguistiche fa sì che la docenza sia più debole e meno efficace fino a diventare critica, a parità di condizioni, rispetto alla classe ove questa condizione non esista, onde le famiglie autoctone tendono, del tutto comprensibilmente, a indirizzarsi verso soluzioni che offrano maggior valore all’istruzione (necessaria oltre che doverosa) dei propri figli.

Di conseguenza, se appena possono, li tolgono da quella scuola per indirizzarli verso migliori lidi e hanno evidentemente ragione.

D’altra parte lo scenario è prevedibilmente destinato non a modificarsi in meglio ma, anzi, ad aggravarsi in rapporto alla costante immigrazione (non quella considerata dalla demagogica sbandierata re-immigrazione) ad afflusso legale che, in particolare, serve ad attività economiche e sociali.

E a parte il fatto che nelle primarie in genere di bambini italiani ne vanno tendenzialmente sempre meno per la denatalità.

Il Corsera ha pubblicato (21 settembre) una testimonianza forse al limite, ma tutt’altro che peregrina circa quanto accade a Monfalcone dove, alla scuola primaria, “Su 734 nuovi iscritti 560 sono stranieri” e “Fermare l’emorragia di studenti italiani non è facile”.

Monfalcone –Sentinella avanzata di italianità, nelle epiche battaglie del 1915-1918 […] (Medaglia d’argento al Valore Militare) – ha bensì retto all’urto bellico sia nel ‘15-18 sia nel ‘40-45, ma non regge alla necessità socioeconomica di lavoratori da adibire, per dirne una, al vasto indotto di Fincantieri e, non reperendo personale italiano, lo chiama dall’estero.

Non è paradossale: è quanto già avviene in numerosi altri settori produttivi (edilizia, sanità, terziario in genere, … importano perfino gli autisti degli autobus).

E a Monfalcone gli immigrati stranieri residenti sono circa il 32% del totale i cui gruppi più consistenti (31 dicembre 2025) provengono da: Bangladesh, 5677 (islamici), Romania, 1362 (ortodossi), Macedonia del Nord, 432 (ortodossi e islamici), Croazia, 387 (cattolici e ortodossi), Bosnia ed Erzegovina, 312 (islamici), Albania, 188 (islamici), Cina, 173, Ucraina, 134 (ortodossi), Tunisia, 103 (islamici), Senegal, 95 (islamici).

Ho riportato anche la rispettiva religione poiché la precedente sindaca di Monfalcone (2016 – 2024), la quale già aveva ritenuto che l’unica soluzione possibile per la scuola comunale fosse la redistribuzione degli studenti stranieri nelle scuole dei Comuni limitrofi, ha dichiarato al giornalista che “non possiamo permetterci l’islamizzazione della nostra città”.

Con il che collegando al fatto della frequenza scolastica anche la considerazione socio-religiosa.

E l’attuale sindaco, del medesimo partito (Lega) è a sua volta orientato alla ridistribuzione degli alunni.

Ma è (molto) dubbio che l’operazione, ammesso sia realizzabile, serva a qualcosa a livello scolastico e a livello di componente sociale islamica che non sia una mera contingente spalmatura territoriale del problema se -come è in prospettiva non solo a Monfalcone- l’immigrazione continuerà ad aumentare su chiamata degli imprenditori (onde il Non passa lo straniero di Pontida è al contempo irriguardoso verso il Piave e privo di senso nella realtà socio-economica attuale, tralasciando che nella serva Italia di dolore ostello gli stranieri sono sempre non solo passati, e da tutti i punti cardinali, ma anche rimasti e numerose italiche bisavole, nolenti o volenti, se li sono pure tenuti).

Oltre alle prevedibili reazioni dell’opposizione intorno al plafond scolastico (i neonazi di Alternative für Deutschland, AfD, pensano, teutonicamente, a classi differenziate) si sono levate voci più autorevoli e misurate del presidente della Repubblica e del presidente della CEI, subito fatte proprie dall’opposizione, a sottolineare la necessità di integrazione, di inclusione, di rigetto dei ghetti etc ma, occorre dirlo, un conto è affermare principi etici e comportamentali condivisibili e un conto realizzarli nella pratica e stiamo parlando, ripeto, di immigrazione a chiamata dato che numerosi concittadini hanno diverse soluzioni (v. Apocrifa di questo numero).

Fino a ora i principi sono serviti ad aprire, ma non ad aiutare e sfortunatamente a risolvere perché, come sovente, le intenzioni rimangono prive di reale seguito e di risorse attuative.

L’integrazione, o pacifica convivenza fra culture profondamente diverse, è processo faticoso, lungo e, in particolare, molto dispendioso per l’integrante se non vuole preparare per sé, o lasciare ai posteri, sacche esplosive (v. e.g. l’esperienza francese) e passa sostanzialmente proprio per l’istruzione e l’educazione: degli adulti affinché siano in grado progressivamente di parlare la lingua e  comprendere e rispettare regole e comportamenti fondamentali degli ospitanti e dei bambini, a maggior ragione e oltre a tutto con un processo un po’ più agevole perché maggiormente disponibili al cambiamento.

La scuola è sede unica e ideale per questo obiettivo socio-politico e vanno rinforzate adeguatamente le docenze (sono state annunciate risorse ad hoc, ma la cifra in sé non dice nulla ove non parametrata quantitativamente agli obiettivi) in modo da togliere, da un lato, la criticità del servizio e placare l’ansia di mandare altrove i bambini italiani e, dall’altro, di intervenire effettivamente sull’educazione (nuova) dei bambini immigrati.

L’islamizzazione non è una prospettiva, ma una realtà.

Portatori di una dottrina religiosa fondamentalmente teocratica e di valori (il ruolo della donna, a esempio) e comportamenti che differiscono totalmente dai nostri, azione politicamente migliore da attuare sarebbe proprio nei confronti dei giovanissimi per mostrare loro possibile nei fatti una diversa (e più libera) prospettiva di vita onde le rispettive credenze, in un contesto diverso da quello d’origine, potrebbero forse essere a loro volta un po’ attualizzate quantomeno in termini di (reciproca) convivenza e rispetto.

Altra soluzione non c’è, qui è il nucleo del problema, onde ricordare che il presidente della Repubblica, quando era ministro dell’istruzione, emanava circolari con analoghe prospettive (cinque stranieri al massimo per classe) non serve perché era l’anno scolastico 1989-90 e la distanza temporale misura il fatto che già c’era il problema trentasei anni fa e che, nonostante fosse noto, nessuno si è attivato.

La situazione si è nel frattempo aggravata ed è oggi di dimensioni tali da far tremare le vene e i polsi per cui sarebbe consigliabile mettersi al lavoro, piuttosto che polemizzare (a parte che si vedrà come, e. g. a Monfalcone, saranno applicate le nuove disposizioni).

Lunga è infatti la via e occorrono risorse tante e adeguate, sia umane sia finanziarie ché scorciatoie non se ne vedono e non ce ne sono: di immigrati e di bambini, islamici perché a prendere quei lavori vengono solo loro, ce ne saranno sempre di più.

Come sempre si torna al vil denaro che non basta mai e dunque forse è proprio ora di cominciare (non è mai troppo tardi) a fare pagare le tasse se non proprio a tutti quantomeno alla maggioranza dei consociati in ossequio a quell’articolo 53 della più bella Costituzione che il movimento evasori anonimi -trasversale per credo politico e colori- di elettori e di eletti, compatto sopra a ogni altro regolarmente pretermette e dimentica.

E i risultati sono ognora conseguiti con leggendaria e altrove (nel governo e pubblica amministrazione) sconosciuta efficacia.

 

LMPD