L’APPROFONDIMENTO (Pars una) – Alle origini della aggressività (2)
Alle origini della aggressività (2)
Altri autori vedono la condotta violenta, in tutte le sue gradazioni, come effetto delle diverse modalità con cui il soggetto riesce a svincolarsi dal controllo del Super-Io, mentre la normalità è identificata con il pieno controllo da parte di quest’ultimo sul mondo pulsionale e istintuale.
Nella psicologia adleriana l’uomo è guidato dalla volontà di potenza, una spinta di innata aggressività che fornisce l’energia psichica necessaria per raggiungere la superiorità sugli altri, fine ultimo di ognuno: se nel confronto con la società questa spinta porta normalmente a un sano desiderio di superarsi e di avere successo, il contatto sociale può generare senso di inferiorità e insuccesso e provocare meccanismi compensativi aggressivi disturbanti e disfunzionali.
La psicologia sociale analizza le disarmonie dell’identità personale che si costruisce attraverso l’identificazione con modelli significativi e attraverso i ruoli proposti e assunti nel tempo.
Nel percorso di crescita e di interazioni sociali un rapporto disarmonico può alterare questo processo di costruzione della personalità generando aspettative ostili sull’altro, identità negativa e acquisizione di modelli antisociali.
In generale, le varie teorie hanno privilegiato fattori biologici, fattori sociali o fattori psicologici, mentre un più recente approccio multifattoriale cerca di esaminare congiuntamente tutte le dimensioni nelle loro interconnessioni: questa nuova prospettiva ha l’importante obiettivo di capire per quale motivo, a parità di condizioni socio-ambientali, alcuni individui mettono in atto comportamenti aggressivi o violenti e altri no.
Abbiamo premesso che la corteccia prefrontale nell’uomo si è sviluppata nell’evoluzione umana ed è direttamente coinvolta nel controllo delle emozioni e della rabbia.
In questo senso sono fondamentali i progressi delle neuroscienze che negli ultimi decenni, anche grazie alle tecniche di brain imaging, hanno aiutato a comprendere le basi cerebrali del comportamento umano, normale e patologico.
Tra gli altri Pietro Pietrini, Direttore dell’Area Scientifica Multidisciplinare in Neuroscienze, Psicologia e Filosofia, Scuola IMT Alti Studi di Lucca, ha illustrato in diverse conferenze come moltissimi studi abbiano messo in relazione i comportamenti aggressivi e la mancanza di controllo sulle regioni della corteccia frontale, a partire dall’evidenza clinica che alterazioni grossolane (lesioni, formazioni tumorali) della struttura cerebrale nell’area prefrontale siano direttamente legate a comportamenti aggressivi.
Va nella stessa direzione un altro studio del prof. Pietrini in cui è stata osservata una riduzione dell’attività cerebrale dell’area prefrontale in un campione di soggetti sani (senza psicopatologie o patologie cerebrali) nel momento in cui è stato chiesto loro di mettere in atto a livello immaginifico un comportamento violento: il solo pensare di mettere in atto un comportamento aggressivo ha portato a un’inibizione dell’attività della corteccia.
Perché naturalmente il funzionamento del cervello nel comportamento aggressivo è stato studiato anche in soggetti sani e in criminali non psichiatrici: in quest’ultimo caso, a esempio, è stata osservata una riduzione di circa il 20% della sostanza grigia (materia cerebrale) nelle zone della corteccia prefrontale, dell’amigdala – organo strettamente legato alla sfera emotiva – e dei fasci neurali che collegano le varie aree del cervello.
Nessuna di queste teorie, nessun approccio metodologico, nessuno studio qui appena delineato ha indicato (e non ne ha avuta intenzione) chiaramente un nesso causale tra ambiente o fisiologia cerebrale o istanze psicologiche e comportamento aggressivo.
Quello che si evidenzia è il tentativo di studiare il comportamento umano da diversi punti di vista e con diversi strumenti così da riuscire a inquadrarlo in modo completo e multidimensionale: il contributo di queste conoscenze può sicuramente rivelarsi prezioso, per citare solo due esempi, in campo pedagogico ed educativo (penso al crescente problema della violenza tra i giovanissimi) e in campo penale (imputabilità e vizio di mente).
Benedetta Laudi
(Fine. La prima parte dell’articolo è stata pubblicata nel n. 258)