HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoL’APPROFONDIMENTO – IDENTITA’, RELAZIONI E PATOLOGIA NEL MONDO VIRTUALE

L’APPROFONDIMENTO – IDENTITA’, RELAZIONI E PATOLOGIA NEL MONDO VIRTUALE

Negli ultimi venti anni la nostra società ha subito un radicale cambiamento: il passaggio da una società “moderna” a una società “post-moderna” è stato veloce e sconvolgente. Oggi si parla di società digitale, di cyberspazio, di e-commerce, di Internet, di società “fluida” e “multirete”.

La vita digitale è diventata una realtà condivisa dalla popolazione mondiale e ogni nuova introduzione tecnologica è pensata sempre come una forma di progresso, un miglioramento in positivo delle condizioni di vita delle persone e quasi nessuno pensa ormai che questo insieme di cose potrebbe, un giorno, danneggiarci o rappresentare un potenziale danno e, in particolare, un regresso nelle relazioni tra le persone.

Ciò che sappiamo su chi ci circonda e ciò che gli altri sanno di noi si fonda essenzialmente su apparenze.

Nessuno ha accesso diretto all’interiorità altrui, all’anima e ai pensieri delle altre persone; nessuno può darsi agli altri in modo immediato senza affidarsi a una mediazione sensibile, a ciò che si manifesta ai sensi.

È il modo in cui le persone appaiono a fornire il medium dei loro rapporti reciproci e a costituire la sostanza del mondo condiviso. L’apparenza crea il legame intersoggettivo, lo istituisce e lo rappresenta rivelando la società come una rete di relazioni sensibili (B. Carnevali).

Questo estratto si lega a una novità fondamentale tra le trasformazioni subite dalla società attuale: con lo sviluppo delle nuove tecnologie sono nati anche i social network. In italiano, con il termine ‘social network’ ci si riferisce a quei servizi telematici atti a ospitare una rete sociale: è stato introdotto appositamente per riferirsi a quelle nuove configurazioni socio-tecniche che rispondo ai nomi di Facebook, Twitter, Instagram e altro; sono servizi web che consentono alle persone di costruire un profilo pubblico o semipubblico all’interno di un sistema definito, articolare una lista di altri utenti con cui instaurare delle connessioni, visualizzare e navigare la lista di connessione di questi utenti e di altri all’interno del sistema.

Come sottolineato da Riva (2010), i social network possono essere strumenti molto potenti per rafforzare l’esperienza sociale in almeno in due direzioni: da un lato, per l’identità sociale ossia la posizione della persona all’interno dei gruppi sociali; dall’altro, per la rete sociale stessa ossia l’insieme delle persone cui si è collegati da una forma qualsiasi di relazione sociale, dall’appartenenza alla stessa famiglia a una conoscenza casuale.

I social network, secondo Riva, vengono utilizzati come strumenti di espressione della propria identità sociale e come strumento di analisi dell’identità degli altri.

Chi vive nel mondo è un essere ‘pubblico’ e l’apparenza che incessantemente proietta intorno a sé, il suo aspetto, lo seguono in ogni situazione mondana come un’ombra, lo circondano e proteggono. Questo schermo sensibile condiziona tutti i nostri rapporti sociali e li media come un inseparabile biglietto da visita che, presentando anticipatamente agli altri le nostre generalità, plasma e influenza la nostra comunicazione con loro (B. Carnevali).

La virtualità non è più solo evasione, ma si configura come dimensione del reale che incide profondamente sulla struttura e sull’organizzazione della nostra mente. I social network permettono per la prima volta la creazione di reti sociali ibride, contemporaneamente costituite da legami virtuali e da legami reali, e danno vita a un nuovo spazio sociale, l’interrealtà, molto più malleabile e dinamico delle reti sociali precedenti.

Secondo Zhao (2006), Facebook rappresenta un ambiente in cui le relazioni online si basano anche su quelle offline e si miscelano con nuovi rapporti, ma a partire da un contesto di non anonimato.

Questo stato di “nonymity” (Zhao et al., 2008) apre la strada a “hoped-for possible selves” (Yurchisin et al., 2005), cioè a sé possibili auspicati. “I sé di Facebook sembrano essere identità altamente desiderabili socialmente, che gli individui aspirano ad avere offline, ma che non sono ancora stati in grado di incarnare per un motivo o per un altro” (Zhao et al. 2008, p. 1830).

Il diffondersi di forme mediatiche di relazione ha alimentato la necessità e la possibilità di riconoscere sé stessi nei racconti e nelle conferme degli altri. Oggi si ha a che fare con una soggettività nuova che solo attraverso l’altro, e il suo sguardo, diviene possibile sperimentare. Siamo di fronte a uno scenario del tutto nuovo in cui l’altro, di cui sempre meno interessa il nome, cognome, ceto sociale, diventa mezzo di conferma della propria identità ed esperienza.

Inoltre, il contatto tramite la rete e la possibilità di restare anonimi, permette agli utenti di esprimere e sperimentare diversi aspetti della propria identità che altrimenti inibizioni e/o controllo sociale spingerebbero a reprimere.

Grazie alle tecnologie digitali non è più necessario scegliere tra aspetti di sé contraddittori o sforzarsi di trovare una coerenza interiore. Nel decidere l’immagine di sé con cui si intende presentarsi è possibile scegliere tra più di un profilo, ciascuno con il proprio curriculum vitae, in modo da proporsi come una merce sempre appetibile.

La rete amplifica questa capacità di esternare i singoli aspetti della nostra identità attraverso i social network e le comunità virtuali.

L’apparenza è insomma un tessuto in tensione tra due impulsi conflittuali e ugualmente potenti: l’esibirsi e il nascondersi, la vanità e la vergogna, la decorazione e il decoro.

Darsi una forma apparente significa assumere un ruolo, una funzione. Indossando la maschera, l’individuo diventa un personaggio ovvero una persona pubblica rinunciando a portare nel mondo la propria unica, fragile individualità.

Ciò che si manifesta apertamente è solo la maschera che personalizza perché è la persona, la nostra identità per gli altri. E questa personalità apparente, fittizia, artificiale esercita nei confronti dell’interiorità psichica una funzione di rappresentanza (B. Carnevali).

Un’ultima peculiarità da evidenziare è che nell’universo digitale c’è un tassello che viene a mancare: il corpo.

Il corpo, la forma esteriore della nostra psiche, è l’abito indossato dal mondo interiore, lo strumento attraverso cui esso si mostra e agisce. Una corretta integrazione tra i processi psicologici d’identificazione e quelli di differenziazione, di cui si fa esperienza attraverso i limiti dell’Io corporeo, condiziona sostanzialmente lo sviluppo dell’identità psichica e del tipo di personalità.

È possibile sperimentare tanti ruoli, cambiare identità con frequenza, ma solo fin quanto il corpo lo permetta.

Il mondo virtuale, invece, permette di abbattere questa barriera e di sembrare chiunque si voglia andando oltre i limiti imposti dal corpo. La comunicazione nei social network è “disincarnata”, nel senso che rimuove dall’interazione il corpo e i significati che questo porta con sé.

Di conseguenza, il soggetto diventa per gli altri utenti quello che egli comunica.

Considerando la complessità del fenomeno e l’enorme stravolgimento che ha portato, è chiaro che si sono moltiplicati studi e ricerche, volti soprattutto a indagare l’uso e l’abuso di Internet in relazione ai comportamenti psicopatologici.

Lo stile patologico narcisista, sia in termini di disturbo vero e proprio sia di semplice tratto prevalente della personalità, sembra aderire perfettamente a molti attributi dell’attuale società tecno-liquida (Bauman, 2006) caratterizzata da difficoltà nelle relazioni, identità personali fragili, rapporto strumentale con la società e con gli altri utilizzato come forma di autoaffermazione personale.

Ciò che conta è essere al passo con le mode e se qualcosa non va come si desidera, basta un click e tutto si spegne. Nasce così una nuova forma di narcisismo, targata 2.0, che viene definita Narcisismo Digitale.

Il Narcisismo Digitale si esprime attraverso una serie di azioni digitali ormai molto diffuse (egosurfing, selfie, hashtag) che, superato un certo limite, smettono di essere semplice “moda” e divengono eccessive: l’essere sempre connessi e costantemente attenti a curare la propria immagine online, se da un lato contribuisce ad alimentare l’Ego dei Narcisisti Digitali, allo stesso tempo genera forme quasi di competizione tra gli attori della rete i quali si ritrovano costantemente a confrontarsi con la vita degli altri, con ciò che fanno, con i luoghi che visitano.

Viene a insinuarsi il dubbio e la paura di non vivere al meglio quanto gli altri, di non divertirsi abbastanza, di perdersi qualcosa; cresce la F.O.M.O (“Fear Of Missing Out“), la paura di essere tagliati fuori, il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi. E che ci stiamo perdendo qualcosa.

Una paura che porta a controllare in modo compulsivo il cellulare o qualsiasi altro dispositivo per vedere cosa accade ad amici, conoscenti e sconosciuti, peraltro ignorando allo stesso tempo chi ci sta di fronte (Phubbing).

Un bisogno talmente intenso che, se non soddisfatto, può sfociare in una vera e propria “crisi di astinenza” (Nomophobia).

Pravettoni (2002, 46) scrive: “Essere digitali significa essere ciò che le nostre dita fanno trapelare di noi attraverso lo schermo. Abbiamo depositato il corpo, momentaneamente, dietro la tastiera. Ci siamo estesi al di là di noi tramite il cursore”.

Queste parole rimandano a un’importante opportunità che viene offerta all’utente dei social network, ovvero la creazione di Sé possibili, una possibilità che, se utilizzata correttamente, può attivare un processo di self empowerment, definito da Bruscaglioni (1994) come quel processo di ampliamento delle possibilità che il soggetto può praticare e rendere operative e tra le quali può quindi scegliere.

Nella rappresentazione sociale l’apparenza ha anche, inevitabilmente, lo statuto di una maschera. Oggetto ambiguo per eccellenza, la maschera mostra nascondendo perché, nel momento stesso in cui rivela un aspetto della realtà, comunicandolo, ne ricopre un altro con il proprio spessore e con il proprio condizionamento: attraverso essa si mostra qualcosa che sembra essere, ma che forse non è.

Come una maschera, l’apparenza sociale è sempre sospetta, vittima dell’accusa di celare, deformare, travestire o stravolgere una realtà più profonda e più genuina.

Senza maschera, tuttavia, non potrebbero darsi né conoscenza né comunicazione alcuna perché gli esseri umani non avrebbero niente da vedere.

Quella dell’apparire, dunque, è sempre una duplice funzione: espositiva, ma anche protettiva, utile a schiudere lo spazio dell’interiorità e a farlo comunicare, ma anche a custodire il suo fragile contenuto (B. Carnevali).

Benedetta Laudi

Print Friendly, PDF & Email