APOCRIFA – Ite, missa est
L’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, partecipante al Concilio Vaticano II e, campione dei fondamentalisti-tradizionalisti, fra i più suoi fieri oppositori non ne riconobbe decisioni e indirizzi, ma in sostanziale opposizione fondò nel 1970 un’associazione di sacerdoti cattolici, di fatto autonomo movimento ecclesiale conservatore cui diede il nome di Fraternità Sacerdotale San Pio X ispirandosi alla figura di papa Sarto da Riese. Santificato da Pio XII nel 1954, Giuseppe Melchiorre Sarto, Pio X, fu pontefice tradizionalista e occhiuto difensore dell’ortodossia dottrinale, autore di numerosi importanti interventi (riforma del codice del diritto canonico, poi pubblicato nel 1917, tre anni dopo la sua morte; introduzione del canto gregoriano nella liturgia, 1903; Catechismo Maggiore, 1905; riforma della Curia, 1908; nuovo Breviario romano, 1911) e in particolare intransigente avversario del modernismo (1907) che condannò in quanto eresia delle eresie e cui fece seguito con una capillare ricerca informativa su teologi, docenti e sacerdoti sospettati di aderenze o simpatie,
La famiglia Lefebre è storica e ha dato, nel tempo, numerosi suoi componenti, uomini e donne, al clero cattolico come sacerdoti, missionari, religiosi e religiose, vescovi e anche un cardinale (Joseph-Charles Lefèbvre, arcivescovo di Bourges, nominato cardinale da Giovanni XXIII nel 1960) e un benedettino (Gaspar) liturgista autore di un Missel vespéral romain che ebbe successo e diffusione negli Anni 20 e 30 e fu tradotto in diverse lingue. Il padre di Marcel, importante e affermato industriale tessile, partecipò attivamente alla resistenza francese e dopo essere stato preso dalla Gestapo fu ucciso nel campo di Sonnenburg (Brandeburgo), mentre la madre fu terziaria francescana.
Marcel Lefebvre si formò a Roma nel Pontificio Seminario Francese (rettore Le Floch, conservatore tradizionalista su posizioni antimoderniste, antiliberali e antidemocratiche, compreso il contrasto al suffragio universale, e vicino all’Action Française movimento politico di estrema destra di ispirazione monarchica e nazionalista, antisemita, antiparlamentare e antidemocratico) in un quadro culturale-teologico improntato alla Tradizione della Chiesa e a San Tommaso e, laureatosi in filosofia e teologia a Roma, fu per oltre trent’anni molto attivo nell’Africa francese dove raggiunge significativi successi.
Nel 1948, nominato da Pio XII delegato apostolico per l’Africa francese, rappresentò la Santa Sede in 18 paesi africani (2 milioni di fedeli, 1.400 sacerdoti e 2.400 religiose) e fu primo arcivescovo metropolita di Dakar, fino al 1962, ove aumentò il numero dei cattolici e le chiese.
Nel 1962 egli tornò in Francia, a Concilio appena iniziato, ed ebbe motivi di contrasto con l’episcopato con il quale c’erano state frizioni ancora al tempo della condanna dell’Action Française da parte di papa Pio XI (1926) come contrasti c’erano anche stati con Angelo Giuseppe Roncalli (poi papa Giovanni XXIII) all’epoca in cui era nunzio apostolico in Francia (1944-1953). I motivi erano stati la ferrea opposizione di Lefebvre a innovazioni in campo ecclesiale e sociale; il rapporto con l’Islam, che Lefebvre accusava di fanatismo, e il sostegno di Lefebvre alla Cité catholique, organizzazione tradizionalista fondata in Francia nel 1946 il cui proposito era formare un’élite di laici per promuovere la ri-cristianizzare della società (Regnare Christum oportet, È necessario che Cristo regni).
Dopo aver fatto parte nel 1962 della Commissione preparatoria al Concilio e nominato da papa Giovanni XXIII assistente al Soglio Pontificio, durante il Concilio si schierò con il Coetus Internationalis Patrum (Gruppo Internazionale di Padri conciliari: gruppo di vescovi di ispirazione conservatrice e tradizionalista in ambito teologico e liturgico) e assunse un atteggiamento fortemente critico nei confronti del rinnovamento liturgico, della collegialità episcopale, dell’ecumenismo e della libertà religiosa, che avrebbero lasciato a tutte le false religioni la libertà d’espressione in uno spirito liberale ecumenico.
Il Concilio termina nel dicembre 1965 introducendo riforme volte a favorire dialogo con il mondo contemporaneo: messa nelle lingue locali, maggiore disponibilità al rapporto con le altre religioni (in particolare il rigetto della colpa collettiva ebraica per la morte di Gesù) sia come ecumenismo (fra diverse confessioni cristiane) sia come dialogo interreligioso (con religioni non cristiane), libertà religiosa, maggiore importanza al ruolo dei laici, collegialità dei vescovi, diverso rapporto (meno conflittuale) con il mondo contemporaneo.
Lefebre non accettò le indicazioni del Concilio e in particolare la messa riformata (vale a dire diversa da quella tridentina in latino), l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la libertà religiosa.
Allo scopo di mantenere viva la tradizione liturgica e più in generale la tradizione della Chiesa, fondò nel 1970 la Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX), con un proprio seminario a Ecône, in Svizzera.
Inoltre pensava che le suore dovessero aiutare e sostenere con preghiere e opere l’apostolato dei sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X per cui coinvolse la sorella, Madre Marie-Gabriel (al secolo Bernadette) di poco più giovane di lui e del pari religiosa missionaria dello Spirito Santo, nella realizzazione di quest’opera onde nel 1974 sorse anche la Congregazione delle Suore della Fraternità San Pio X, istituto religioso di cui egli stesso compilò le costituzioni per il quale furono scelti come santi patroni Pio X e la Vergine Maria sotto il nome di Nostra Signora della Compassione.
Nella storia personale e culturale-teologica di Lefebvre c’erano tutte, e anche ben riconoscibili, le radici delle sue convinzioni fondamentaliste oltre a essere palese una non comune capacità di lavoro e di aggregazione oltre che maestria organizzativa e di comunicazione.
È del tutto superfluo analizzare i motivi portati, nel tempo, a sostegno dei rifiuti e dei dinieghi perché non solo costoro (che tra l’altro protestano la loro fedeltà proprio al papa in favore del quale, sebbene egli non lo comprenda, essi agiscono), ma in generale tutti, in ogni caso e in ogni tempo, garantiscono che le scelte sono sempre fatte con sacrificio personale e solo e unicamente per il bene della Chiesa o della religione (e comunque a maggiore gloria dell’Altissimo) e per salvazione delle anime da ben più pericolose e distruttive devianze.
Né può fare specie che da duemila anni il percorso della ekklésia sia, principalmente al suo interno, connotata da contrasti e liti e dissidi quando non da violenza fisica cui non si possono negare, caso per caso, anche buona fede d’intenti sebbene le risultanze siano poi generalmente disastrose e di scandalo in particolare per i piccoli (evangelicamente parlando).
Anzi, e non certo paradossalmente, c’è chi, con qualche motivo, ritiene che la sopravvivenza comunque e in ogni caso della ekklésia in mezzo a siffatte traversie e tempeste (quest’ultima della Fraternità, tutto sommato, non certo a livello di passati scossoni), a parte l’ostilità e la persecuzione esterna, costituisca se non prova quantomeno indizio dell’esistenza del Signore, peraltro misteriosamente nascosto, giacché nessuna impresa umana è mai resistita in modalità analoghe e per tempi incomparabilmente inferiori pur dotata di potenze e mezzi ben maggiori.
Un po’ come già intuito da Gamaliele, dottore nel Sinedrio al tempo degli Apostoli (Se questa opera viene dagli uomini sarà annientata, ma se è da Dio, non potrete distruggerli, At 5, 38-39).
E come peraltro si è verificato nei secoli.
Il lato forse più curioso, e inquietante, della vicenda sta nella prospettiva storico-teologica della professata salvaguardia di una tradizione che appare irriconoscibile, se non in diretta collisione, rispetto all’insegnamento di Gesù il quale era profeta e laico e non sacerdote né teologo; non intendeva fondare una nuova religione, ma portare un annuncio e cambiare lo spirito (del tempo) liberandolo dalla forma e trapiantandolo nella sostanza del singolo cuore; non sacrificava nel tempio, ma insegnava a non avere paura di Dio; contrastava a suo rischio e pericolo sacerdoti e dottori rivolgendosi a tutti, proprio a tutti, iniziando dai peccatori che venivano tenuti al bando dai giusti; parlava e insegnava in modo da essere compreso senza necessità di interventi mediani altrui; sconfinava nei territori pagani e dava valore alla fede piuttosto che alla pratica religiosa etc etc.
Anzi la fede, rapporto personale che ciascuno può intessere con Dio (incontro), è rapporto che esiste pur non compreso né definito ed è egualmente grande pur senza celebrazioni e spiegazioni teologiche.
Chi sa chi hanno in mente come riferimento costoro per osteggiare i rapporti con le altre credenze considerato che Dio, comunque lo si chiami o lo si cerchi, è in ogni caso uno e il medesimo per tutti.
O la libertà religiosa considerato che anche quando il cristianesimo, nella specie cattolico, era potente e riempiva le chiese oltre alla politica le guerre, le ingiustizie e le iniquità hanno continuato a esserci qui come altrove.
Forse perché la fede non corrisponde, se non eccezionalmente e in pochi, alla religione.
Il presbitero cappuccino Ortensio da Spinetoli pensava che la teologia fosse sovente cultura e la religione folclore onde ambedue, cultura e folclore, divisero e mantennero (e continuano a mantenere) divisi i rispettivi credenti, laddove la fede che è ridondanza di bontà e di amore non fa che unire gli animi.
Quanto poi alla questione del latino, lingua ufficiale della ekklésia, la celebrazione della messa in latino semplicemente ed efficacemente esclude dalla comprensione di quello che avviene ed è detto intorno all’altare coloro che il latino non lo conoscono e sono la (gran) maggioranza.
Per attualizzare il concetto, è un po’ come se Gesù si fosse espresso nelle sue interlocuzioni in greco anziché in aramaico e, non per nulla, chi avesse ancora memoria delle celebrazioni in latino ricorderà come il (folto al tempo) pubblico domenicale trascorresse sonnolento, distratto o chiacchierando a bassa voce il tempo scandito da un celebrante incomprensibile che, oltre a tutto, gli dava le spalle (ad orientem) ricomponendosi, non tutti, alla Elevazione per via della campanella e pronto a girare i tacchi alla Ite, missa est universalmente riconosciuto, sebbene a spanne, come segnale di libera uscita.
Sono quindi a proposito e concrete, a questo punto, le parole di un altro presbitero con lunga esperienza e milizia di ekklésia, quando parla a proposito di umanità e civiltà dei manichini, di relazioni e volti, di chiesa che chiude oppure apre e rigenera (L’aria mi era e, a volte, lo è ancora, irrespirabile, dico l’aria delle sagrestie, l’aria dei cenacoli chiusi dove si confonde la spiritualità con il sequestro. Uscivo, esco, manca l’aria. Soffro restrizione), di un Dio sempre da cercare e non mai conquistato (Provo disagio di fronte a quelli per cui di Dio tutto è risaputo, quelli che amano le definizioni e non viene loro il sospetto che definire Dio, è farlo finire: una mostruosità. Angelo Casati, Riaprire le sorgenti).
Francesca Penazzi