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L’EDITORIALE – Le parole perdute

Espressioni come ‘Mi dispiace’ o ‘Chiedo scusa’ ricorrono sempre più frequentemente nelle cronache e ci sarebbe da chiedersi a quale ragione collegare siffatto ri-divampare di urbanità in un’epoca che da tempo ha perso di vista l’educazione, qualsivoglia cosa si intenda con questa vieta parola.

Qualche spinta d’istinto, ma di troppo nell’affollato vagone della metropolitana in orario di punta (con l’aggravante del caldo africano), uno scossone del tram che induce a schiacciare il piede dell’ignaro vicino con le infradito, un poco intenzionale tentativo di abbreviare una coda a qualche sportello, fra i pochi ancora rimasti e non sostituiti dalle liste di attesa elettroniche (‘Rimanere in linea per non perdere la priorità acquisita’ oppure, dopo avere agilmente saltabeccato sui molteplici ‘Se ha bisogno di questo schiaccia qui o là, ‘Il servizio è momentaneamente sospeso / richiamare più tardi’ etc) governate da vocette sintetizzate colme di umana partecipazione per le necessità dell’utente disperso e simili?

Mai più.

L’uso, anzi abuso considerata la frequenza delle cortesi e pressoché scomparse nella vita comune locuzioni, è migrato in bocca a chi ha giust’appunto mandato all’altro mondo o in codice rosso qualcuno con uno dei vari metodi spicci e maggiormente in uso (investimento, accoltellamento etc) a patto, si capisce, di essere preso dalla forza pubblica e di non avere avuto fortuna nel consueto rituale programma di farsi uccel di bosco.

Dicono gli esperti che le condotte siano sovente spinte dalla imitazione e così sembra accada anche per i primi comportamenti post evento.

La ripetitività delle sintetiche, e chiaramente considerate esaustive, dichiarazioni è stata invero interrotta da ultimo da uno, accoltellatore casuale, il quale ha raccontato agli sbirri che lo impacchettavano di come si fosse divertito e confidato loro che l’avrebbe rifatto volentieri alla prima occasione disponibile.

La spontanea dichiarazione è stata poi corretta, forse a seguito di suggerimento di stare un po’ più riservato, e coperta da un più generale e meno impegnativo mantello di non più memoria dell’accaduto.

Queste e consimili locuzioni, nel diritto penale prossimo venturo, dovrebbero essere considerate come aggravanti al pari dei tradizionali motivi futili e abietti.

Le parole sono per lo più considerate una prerogativa atta a differenziare l’umano dal resto della specie animale, quantomeno mammifera, ma, come ogni altra cosa, l’inflazione fa perdere loro valore e, in ispecie, significato: diventano di conseguenza rumore di fondo come quello, fastidioso oltre che inutile, che caratterizzava in tempi meno tecnologicamente avanzati le trasmissioni radio.

Parole, del pari sempre uguali nel suono (fesso) e nel significato (vacuo) sono le costanti smentite di grandi e piccoli soggetti ansiosi ognora di far conoscere, indipendentemente dal valore intrinseco o dal gradimento altrui, i propri pensieri.

All’esternazione, ove al contenuto della quale seguano rimbecchi o polemiche, viene subito fornita protezione in due modi tradizionali: le parole sono state equivocate o mal comprese (quindi la colpa è degli altri) ovvero non sono mai state pronunciate (sebbene siano state, nel caso, ascoltate da una pluralità o registrate).

I più sensibili, proprio quando la frittata è dimensionalmente eccessiva, aggiungono una protesta di scuse pelose verso chi, nel caso non voluto, si sia sentito toccato od offeso da parole che in ogni caso intendevano dire altro.

Ora, di certo la lingua patria è alquanto complessa e dotata di una varietà e sfaccettatura di significati e costruzioni che comportano rischi di cadere in errore o contraddizione e di comunicare non esattamente quello che si intenderebbe con possibilità quindi di essere effettivamente fraintesi, rischio che appare minore in lingue maggiormente scientifiche come a esempio l’inglese.

Ma locuzioni di una certa semplicità sintattica e grammaticale come, sempre a esempio, “Tizio è un cretino” o “Caio è un ladro” si prestano meno facilmente di altre più involute a essere fraintese.

Quantomeno a livello di cultura media e pur tenendo conto che, come noto, risulta che solo un cittadino su tre sia di norma in grado di comprendere quello che legge (al netto, ovviamente, di testi di fisica quantistica o di filosofia teoretica) e, inoltre, che la maggioranza non si avventura oltre il post.

Anzi, può essere istruttivo e perfino divertente (per pochi minuti, s’intende) dare una scorsa allo spazio delle così dette ‘opinioni dei lettori’ che i quotidiani on line mettono a disposizione degli abbonati osservando come sovente, oltre a infarti linguistici manifesti, si arrivi perfino a vergare una o due righe del tutto prive di senso.

Al confronto, la nota e famosa raccolta di strafalcioni scolastici ‘Io speriamo che me la cavo’ mostra la sua età e fa un passo indietro rispetto alla attualità.

D’altra parte, un popolo sostanzialmente ignorante è l’ideale di ogni governo, qualsivoglia sia colore e orientamento, onde l’organizzazione scolastica è costantemente riformata, ma ad usum delphini e senza intervenire sulle fondamenta costituite dalla classe docente.

Ove poi si aggiungano una televisione (che Popper e Condry, negli anni ’90, consideravano cattiva maestra e fin un pericolo per la democrazia a motivo del suo potere di plasmare l’opinione pubblica) ladra di tempo e algoritmi privi di responsabilità sociali e media social simili ad arene gladiatorie si può considerare quasi raggiunto, o superato, l’obiettivo.

Noi abbiamo avuto accesso, più o meno, all’antico attraverso quanto lasciato scritto nel corso del tempo e anzi, in particolare, quanto trovato di quello che fu scritto.

Onde ora non sappiamo, nel caso, se e cosa potrebbe rimanere quale vestigia della civiltà odierna a disposizione dei futuri umani, ove mai interessasse loro e non fossero stati felicemente trasportati su Marte dagli epigoni degli imprenditori spaziali di oggi (o ancora da loro medesimi se avranno nel frattempo raggiunto l’immortalità), ma certo, se accadesse, sarebbe facile immaginare che i futuri archeologici o filologi potrebbero avere sorprese e forse anche dubbi.

Fortunatamente ci sono (altresì) casi, meno noti in virtù della inesistente esposizione mediatica dei soggetti agenti, in cui parole e locuzioni mantengono senso e appropriatezza.

E in questo senso eccezione positiva, visto il soggetto coinvolto, è costituita dalle pubbliche e formali scuse presentate recentemente dalla televisione di stato magiara che, complice il nuovo corso politico, ha dichiarato il proprio sconcerto per avere in precedenza regolarmente mentito e ha temporaneamente sospeso notiziari e telegiornali in attesa di reperire, all’uopo, giornalisti di cui fidarsi.