HomeDialogandoL’EDITORIALE – Versailles e il regno delle ombre

L’EDITORIALE – Versailles e il regno delle ombre

Il G7 (Gruppo dei Sette: Germania, Francia, Italia, Regno Unito, USA, Giappone e, dal 1976, Canada) è un gruppo informale, una sorta di club, costituito nel 1975 per istanza di Francia e Germania e composto, al tempo, dai 7 Paesi più industrializzati e ricchi del mondo che producevano il 65/70 % del Pil mondiale.

Oggi il rapporto è sceso a circa il 43% (2023, dati FMI) a motivo della crescita delle economie emergenti (soprattutto Cina e India) e della generale industrializzazione diffusa in Asia unita alla maggiore integrazione globale.

Il G7 essendo un forum politico aveva e avrebbe ancora scopi di coordinamento strategico i cui macro-oggetti sono economia, crescita, commercio, crisi internazionali, sanzioni economiche, clima, energia e forse intelligenza artificiale e cybersicurezza.

I grandi (capi) si incontrano annualmente a cura e ospitalità di uno di loro a turno e questa volta è toccato a Macron che non ha esitato a sfoderare tutta la grandeur possibile fino a portare a Versailles, sulle orme del Re Sole, il taikùn che non è rimasto insensibile (Versailles non è placcato oro, è roba seria oltre che a me l’oro piace, per chi non se ne fosse accorto) e forse ha perfino intuito la differenza con la giga sala da ballo in itinere della Casa Bianca.

Servirebbe, il G7, a impostare decisioni od orientamenti sostanzialmente condivisi, ancorché non obbligatori, sulla base del comun denominatore sociopolitico che collega i suoi componenti: democrazia liberale e pluralismo.

A Évian-les-Bains -centro termale sul lago Lemano che fu sede della conferenza (luglio 1938) convocata da Roosevelt per cercare di governare il costante aumento dei rifugiati ebrei provenienti dalla Germania nazista (finì senza decidere nulla e neanche biasimare il comportamento tedesco) e più tardi (1962) ancora sede degli accordi con il Front de Libération Nationale (FNL) per la fine della guerra d’Algeria- si sono incontrati soggetti che non sembrano del tutto nello spirito, se così lo vogliamo chiamare, della tradizionale iniziativa.

Ospiti del prestigioso Hotel Royal, a suo tempo considerato uno dei più belli del mondo (e oggidì presentato al grande pubblico anche da Booking.com), essi paiono calcare una scena sostanzialmente dimessa sul piano politico internazionale per uno spettacolo di ombre sui muri.

Tre sono appesi per un filo all’ effettivo potere di rappresentanza del rispettivo Paese (Francia, Germania, Regno Unito), uno è altalenante (Italia), uno neo-sovranista (Giappone) e, in particolare, uno ha il vanto di avere coscienziosamente dissestato tutto il complesso, a iniziare dal pluralismo, e di considerare più o meno vassalli, secondo l’umore, gli ex compagni di viaggio.

Dopo Évian ha tenuto a precisare, con la consueta finezza, che la nostra presidente del Consiglio gli ha fatto pena avendogli richiesto una foto insieme. Forse è meglio considerarlo per quello che è e lasciarlo perdere.

A Davos ci fu chi indicò una possibile via quantomeno da tentare (Canada), ma è (ancora) in attesa di risposta e questa, fra le tante, è la notizia più grama.

In ogni caso il messaggio che, volenti o nolenti, trasmettono al mondo, o a chi li sta a sentire, non dista molto da un minuetto di corte in cui tutti fanno dovuti e cortesi passetti -avanti, indietro e di lato- intorno al ringhioso sovrano (I’m the boss ha precisato con garbo al G7) che, al di là di battute di rito quando è in buona, non risparmia disistima, fastidio e ostilità.

Sovrano che è arrivato tronfio e festante nella corrispondenza dell’ottantesimo suo genetliaco, celebrato con il dovuto clamore (e bene è andata che per l’occasione non abbia rinnovato giochi di gladiatori e di bestie), e allo scadere dell’ennesima minaccia ultimativa all’Iran con un accordo già magnificato come capolavoro che nessuno, prima di lui, è mai riuscito a realizzare.

E in questo, scorrendo lo spannometrico testo da lui firmato a tavola, alla cena di Versailles, forse ha anche ragione sebbene non come la intende lui.

Secondo AP (15 giugno), il presidente è da tempo un maestro dell’inganno politico (master of political misdirection) e offre volutamente ai terzi qualcosa di diverso dalla sua presidenza su cui concentrarsi e distrarsi dalle cose che non vanno bene. Con la guerra in Iran che ha spinto in alto i prezzi a partire dalla benzina e ha rinnovato preoccupazioni sull’inflazione mentre i tassi di gradimento calano, una festa di compleanno alla Casa Bianca quale nulla di simile l’America abbia mai visto può in effetti essere considerata una utile distrazione.

The Economist, con professorale acribia, ha contato una quarantina di feroci ultimatum a vuoto prima di questo ultimo cui è seguita non pace, ma intesa provvisoria per una proroga di sessanta giorni volta a condurre negoziati nel merito già destinatari di non velate fresche minacce cui la TV di stato iraniana ha già dato qualche riscontro (“cattiva fede”, “chiara violazione dei propri impegni”, “se l’aggressione continuerà, sono stati pianificati passi successivi”) ri-chiudendo Hormuz.

Secondo il Pentagono dopo i primi 2 mesi di Operazione Epic Fury sarebbero stati spesi 25 miliardi di dollari solo in munizioni, operazioni militari e perdite di equipaggiamento, ma Wall Street Journal azzarda 35 miliardi $ e analisi aggiornate a metà giugno 2026 salgono a ~50 miliardi $ [thedefensenews.com] solo come costi di guerra.

Se si considerano anche gli effetti economici le stime si alzano (per gli USA, il resto del mondo non conta) a centinaia di miliardi $ e solo in futuro saranno possibili conti reali in ogni caso a carico degli eredi e non di costoro.

E dei morti non se ne parla mai, anche perché gli USA ne hanno avuti pochissimi, trattandosi di un conflitto gestito dagli schermi (e-warfare, electronic warfare) e poi perché essi sono in gran maggioranza iraniani e libanesi e, in particolare, civili.

Secondo balbettanti stime sia ufficiali sia indipendenti, le cui forbici denotano l’aleatorietà delle valutazioni (da 2.000-8.000 a 7.000-10.000), le vittime in Iran potrebbero essere ancora molto lontane dal numero dei dissidenti eliminati dalla patria teocrazia in fine 2025 e inizio 2026: governo 3.100; ONG oltre 6.000; fonti indipendenti da 6.000 a oltre 35.000).

In Libano, il ministero della Sanità parla di poco meno di 4.000 vittime, compresi centinaia di bambini, e circa 12.000 feriti e da nessuna parte si considerano gli ingenti ulteriori danni, personali e materiali, causati dagli eventi bellici.

I prossimi giorni diranno (forse) quali degli oscillanti obiettivi della seconda guerra persiana (la prima, quella dei 12 giorni l’anno scorso, fu un fiasco gabellato per vittoria) sia stato raggiunto e in quale misura (la destabilizzazione del medioevale feroce regime, in previsione della quale i dissidenti iraniani furono ipocritamente incitati dal presidente americano a resistere, è scomparsa da tempo sia dall’agenda, peraltro sempre ufficiosa, sia dalle  estemporanee manifestazioni di pensiero), ma rimane, e neanche il G7 riesce con i suoi specchietti da allodole a medicarla, la coscienza (più che il sospetto) che il mondo sia nelle mani di ombre.

La lettura dei 14 punti dell’intesa (più sobria di quella di Gaza, 20 punti, e già ferma ai primi) che condiziona in modo approssimativo e opaco (chi e come li avranno mai scritti?) la tregua raggiunta, nonostante gli sproloqui di vittoria e allegati  vari (Se l’Iran non si comporta bene, la bombardiamo), stimola il fondato dubbio che la partita a scacchi con la morte si sia risolta a favore dell’ignobile regime iraniano (da non sottovalutare l’Orologio del Conto alla Rovescia montato nel 2017 in Piazza della Palestina a Teheran che conta i giorni fino a settembre 2040, termine dato da Khamenei senior per l’estinzione di Israele che comprensibilmente è nervoso)  e i commenti d’obbligo dei media sui risultati del G7 sulla falsariga dell’autocelebrazione finale del logorroico presidente (e. g. ‘Trump con l’Europa contro Putin’) sorvolino sul nocciolo della questione: che il mondo è nelle mani di ombre (e di alcuni assassini).