HomeDialogandoL’EDITORIALE – Giustizia tra propaganda e realtà

L’EDITORIALE – Giustizia tra propaganda e realtà

A volte sembra che la casualità presenti condizioni che dovrebbero incoraggiare il privilegio del pensiero sulla parola in libertà, ma non sempre sono considerate.

Nel pieno delle polemiche, con annesse forzature e strumentalizzazioni, della vicenda giudiziaria dell’orefice si sono ascoltate e scritte interpretazioni, o meglio opinioni, contrastanti con la realtà da parte anche di soggetti che per la funzione rivestita qualche maggior conoscenza rispetto al modo di pensare a pancia dovrebbero pur averla o, se non l’hanno, prudenza o accortezza consiglierebbero di acquisirla prima di pontificare.

La canea politica è caratterizzata dal timore di scavalcamento (a sinistra o a destra a seconda della contingente prospettiva), che peraltro regolarmente accade perché nei rapporti sociali, e a maggior ragione in quelli che concernono la pòlis, non c’è (mai) limite né al grottesco né alla malafede.

Così sono lanciati nell’arena e confusi nel polverone, artatamente distorcendoli, concetti che quantomeno nella attuale fase di civilizzazione hanno significati abbastanza definiti sebbene di non (sempre) facile valutazione.

La legittima difesa, anche dopo l’ultimo intervento legislativo (2019) che ha operato un suo più stretto collegamento con la violazione di domicilio, richiede in ogni caso il pericolo in atto e la proporzionalità oltre al non potersi evitare altrimenti l’evento.

La valutazione dei suddetti criteri è di certo sempre complessa e già i vecchi avvertivano che l’aggredito non ha la bilancia in mano (adgreditus non habet staderam in manu) per significare la delicata e precaria situazione psicologica dell’offeso, ma è palese che il prosieguo dell’azione, da difensiva a offensiva, non è più la fattispecie dell’articolo 52 del codice penale.

Se la si vuole rendere giuridicamente possibile, è necessaria una norma specifica e correttamente ha commentato il procuratore di Asti che la magistratura è tenuta ad applicare la legge, non a farla.

A farla soccorrono i legislatori, fra i quali ci sono anche, in buon numero, coloro che per ansie elettorali o di posizione dicono e promettono bestialità.

E sulla generica impreparazione al ruolo di taluni parlamentari probabilmente influisce il particolare di essere mandati a elezione per nomina fiduciaria dei rispettivi capi piuttosto che per competenza proprie.

Così come il risarcimento dei danni a favore dei familiari dei rapinatori divenuti vittime, a parte la sua quantificazione allo stato non comprensibile e se ne vedranno i criteri in sentenza, esso del pari ha sede in una specifica normativa suscettibile di modifica perché è evidente la sua potenziale, come nel caso di specie, capacità di produrre conseguenze giuridicamente assurde: di fatto un riconoscimento (diretto o indiretto) della attività di rapina: tanto varrebbe allora aprire ai soggetti praticanti l’iscrizione all’Inail per infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Sull’argomento il 14 luglio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo Disegno di legge volto, fra l’altro, a escludere responsabilità civile e risarcimento del danno quando l’evento lesivo a carico dell’agente si verifichi mentre costui sta commettendo un reato grave tassativamente indicato (violenza sessuale, atti sessuali con minorenne, violenza sessuale di gruppo, furto in abitazione e furto con strappo, rapina e sequestro di persona a scopo di estorsione).

Se ne vedrà il prosieguo.

E a complicare uno scenario già incerto per svariati motivi ecco il fermo di polizia a carico di un esagitato che si trasforma in decesso del fermato coram populo all’esito di che tutti dichiarano e fanno dichiarare di essere esenti da responsabilità avendo rispettato gli specifici protocolli.

Oltre a tutto, evento luttuoso (su cui si va ora a testare il c.d. scudo penale a favore della forza pubblica) in sostanziale concomitanza con il 25simo anniversario delle gravemente illegittime manovre di polizia in occasione del G8 di Genova a proposito delle quali l’allora procuratore di Genova, che ebbe in carico un’inchiesta da cui fuoriuscì di tutto, ha in questi giorni  in occasione del pensionamento rilasciato una lucida intervista d’addio (19 luglio, Corsera) che riaccende una cupa luce sulla vicenda in sé, su quanto avvenuto poi e, forse anche, in qualche modo ancora perdura.

Le parole del magistrato gravano come macigni su di una funzione sostanziale dello Stato verso la quale il cittadino dovrebbe avere fiducia e particolare disagio provocano i riferimenti alla subcultura alimentata nei Corpi, all’infrazione della legge funzionale al raggiungimento dell’obiettivo, alla infedeltà e ai valori traditi.

La questora di Genova, in occasione del termine del servizio giudiziario del procuratore, gli ha donato una targa (Un’altra polizia è possibile) che è al medesimo tempo ringraziamento e auspicio.

Tenendo conto che dal possibile al probabile già c’è un bel passo e non meno dal probabile al reale, ma come conclude il magistrato alla fine la forza dell’acqua è maggiore di quella del fuoco.

A patto, si capisce, che di acqua ce ne sia sempre abbastanza.