L’EDITORIALE – Deindustrializzazione, salari e debito: il difficile risveglio dell’Italia
A volte leggendo notizie dei media sembra di essere in sogno, non necessariamente piacevole, o di brancolare in un’altra dimensione.
Alla recente assemblea annuale, presenti il presidente della Repubblica e la presidente del Consiglio, il presidente di Confindustria ha fatto oggetto di analisi, esposte in tono meno confederale dell’usato, alcune tematiche fra le quali la deindustrializzazione sia italiana sia europea, il ruolo dell’Europa, le condizioni salariali e domandata una spending review da 20 miliardi per crescita, scuola e sanità.
In campo industriale, questo il senso dell’allarme, la Cina è vicina (già lo dicevano i maoisti nostrani negli anni ’60) agli europei che sono fermi e di conseguenza costoro, nella competizione, arretrano.
Bruxelles ha spalancato le porte dei mercati ai prodotti cinesi la cui patria, con l’attuale attivo al 35% della produzione manifatturiera mondiale, è già la superpotenza economica e sta colonizzando i nostri mercati.
Senza essere esperti, basta guardare dove siano fabbricate tutte (quasi) le cose di utilizzo quotidiano e no nelle varie modalità, civili e anche industriali e (facilmente) si trova P.R.C. stampigliato.
Perfino dopo avere spedito worldwide il Covid si dovette attendere che P.R.C. spedisse anche le mascherine giacché non le produceva più nessuno e, nell’attesa non breve, non ci fu alcun tentativo di metterle in produzione per via del costo eccessivo (quello che sarebbe costato il Covid, a parte i morti, non lo prevedeva nessuno).
La deindustrializzazione ha la coda molto lunga e delocalizzare (Est Europa e Cina) fu una precisa e consapevole scelta strategica imprenditoriale considerata all’epoca positiva dai più (e anche favorevole per le relazioni internazionali) sebbene fin dall’inizio non siano mancate bandierine rosse sui comportamenti dei partner cinesi.
Oltre trenta anni or sono, e. g., diverse industrie di pelletteria scoprirono come fosse facile (l’onnipresente governo & amministrazione di Pechino offrivano ponti d’oro) e redditizio produrre colà abbattendo i costi e realizzando rilevanti maggiori utili altrimenti non a portata.
I dipendenti orientali non davano fastidi, ma lavoravano senza fiatare e senza scioperi e senza ammalarsi contenti dei proverbiali “trì cücümer e un peverùn” (tre cetrioli e un peperone, secondo il detto vetero sindacale in uso al tempo nelle trattative aziendali lombarde) onde si era finalmente individuata la formula giusta.
Ma di là c’era (e c’è) una solida ed efficace, sebbene non sufficientemente considerata, politica industriale e così andò bene alcuni (pochi) anni e poi, da un lato, le silenziose formiche del Celeste Impero avendo imparato, iniziarono le esportazioni di prodotti simili di qualità inferiore, ma in costante miglioramento e in ogni caso a prezzi nemmeno confrontabili e, dall’altro, ci fu anche chi si trovò (in loco) nemmeno più padrone a casa (teoricamente) sua.
Va da sé che il processo di produrre e fare produrre in Cina è sempre aumentato essendo in ogni caso vantaggioso (un discorso a parte meriterebbe il prezzo pagato dal consumatore), ma al contempo P.R.C. ha esteso le proprie competenze dai settori più semplici da copiare a quelli più strategici e a maggior valore aggiunto: sotto gli occhi di tutti e da un bel pezzo.
Hanno costoro, come detto, una politica industriale con obiettivi reali laddove, nel Bel Paese, ci sono anche ex Fiat, Ilva, Alitalia, Ferrovie etc e il governo pensa al ponte per collegare territori che non hanno ancora neanche decenti strade ferrate.
Poi la faccenda cinese, analogamente a palla di neve che si ingrossa scendendo, è diventata valanga e non più gestibile.
Ora, se la Cina chiudesse il rubinetto delle esportazioni (cosa che ovviamente non fa perché contro ai suoi interessi nel momento in cui meglio li realizza, ma in ogni caso tiene il coltello per il manico) qua sì che si tornerebbe all’età della pietra o quasi.
Bruxelles, intendendola come Europa Unita, non è entità extraterrestre apparsa d’un tratto a disturbare i lungimiranti e liberi e autonomi manovratori, ma quello che gli Stati continentali hanno, almeno fino a ora, voluto che essa sia e che, sfortunatamente, pare continuino a volere nonostante urgenze e prospettive diverse (v. analisi e proposte, e.g., di Draghi) che la farebbero forse diventare, una volta Federazione, soggetto politico e terzo mercato mondiale in grado di produrre, competere e difendersi in autonomia.
E, non poteva mancare, altresì sono stati trasferiti al centro non pochi difetti d’origine della periferia.
Che l’Italia, come proclamato dalla presidente del Consiglio, accusi (peraltro nella specie fondatamente) Bruxelles di essere un gigante burocratico -che ha sacrificato la competitività e la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici invitando anche a superare gli approcci ideologici e a imparare dagli errori del passato in particolare sul terreno della politica industriale ed energetica europea- richiama vagamente il detto di campestre saggezza del bue che dice cornuto all’asino.
Ma è sempre più facile e più immediato criticare Bruxelles addossandole ogni colpa, oltre a quelle che ha e che le si lasciano, e usarla come parafulmine che lavorare con fatica e nel tempo per passare a un nuovo stadio di maggiore efficacia politica e operativa perché nessuno è disposto a rinunciare a quote di potere statuale nonostante sia evidente a chiunque che, singolarmente, non si va più da nessuna parte.
Sul livello delle retribuzioni Confindustria riconosce che le basse retribuzioni allontanano i giovani dall’Italia, incidono negativamente sulla qualità della vita delle persone, sulla natalità e frenano la domanda interna, ma noi da soli, con i nostri migliori contratti, non riusciremo a risolvere.
Vero che un sistema economico-sociale è meccanismo complesso dove una condizione facilmente influisce su altre e viceversa, ma è indubbio che la funzione contrattuale (qualcuno rammenta la teoria sindacale del salario come variabile indipendente? Da una esagerazione a un’altra) sia passata a una fase di stanca più che di migliori contratti (nel settore del trasporto pubblico locale, le imprese si fanno pagare il ccnl dallo Stato) e che gli imprenditori, per bocca del loro vertice, puntino a fare migliorare le condizioni dei lavoratori non tanto (anche) con gli stipendi di propria competenza quanto con strumentazioni esogene, cioè sostanzialmente di competenza altrui in particolare sotto il profilo della spesa: lotta ai contratti irregolari, investimenti, politiche per la casa.
L’auspicio, poi, di crescita dimensionale delle imprese ha la coda ancora più lunga, se possibile, della delocalizzazione.
Le imprese italiane, oltre al 99%, sono PMI (meno di 250 addetti), ma la dimensione media aziendale è circa 4 addetti e, dati ISTAT 2022, le micro (3–9 addetti) sono il 78,9%, le piccole (10–49) il 18,5%, le medie (50–249) il 2,2% e le grandi (≥250) lo 0,4%.
Il sistema nazionale è, ma non certo da oggi, un’economia sostanzialmente di micro e piccole imprese, laddove le grandi, pur rare, hanno un peso evidentemente non confrontabile in termini di occupazione e di valore aggiunto.
Non si comprende invero a chi possa andare in carico questa crescita dimensionale ab antiquo sempre invocata da ogni parte (Confindustria, governo, OO.SS., economisti, esperti e opinionisti vari etc) e non mai realizzata sebbene da trent’anni ripetuta: ci saranno forse, oppure no, condizioni di scenario che non incoraggiano movimenti in questa direzione?
Neanche la proposta di rivedere detrazioni, agevolazioni e spese è una novità (nella specie spending review per 20 miliardi di euro da riallocare un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola), ma confluisce su un tema cruciale e da tempo oggetto di approfonditi studi non mai contestati e.g. da parte di Itinerari Previdenziali, ente che ha analizzato e misurato numerosi fenomeni distorsivi dei conti pubblici indicando altresì possibili azioni.
E già che si è in tema, potrebbe aggiungersi anche qualche intervento volto a recuperare progressivamente un’evasione fiscale vergognosa che Ministero dell’Economia (MEF) e ISTAT stimano –Tax Gap, dati 2022- in circa 100 miliardi fra imposte e contributi previdenziali non pagati.
Ma questi sono campi minati e ad alta tensione oltre che politicamente sensibili in quanto pressoché ogni governante ha cooperato nel tempo (e ancora lo fa) a portare il suo mattone alla costruzione (per motivi di consenso elettorale) dell’eco-mostro fiscale che, al presente, risulta impossibile smantellare.
E infatti lo si mantiene pur, retoricamente, in parallelo e da tutte le parti invocando la disponibilità di ulteriori risorse tali da consentire alla Res publica di abbandonare il mero galleggiamento (chiamiamolo così) e iniziare magari un po’ di navigazione.
Considerando che alla fine del 2025 il debito pubblico ha un valore di circa 3,1 trilioni, aumentato rispetto al 2024 (2.97 trilioni), pari a circa 1,37 volte tutta la ricchezza prodotta in un anno (PIL), si possono valutarne talune implicazioni: spese per interessi, ridotto margine di manovra fiscale, dipendenza dai mercati finanziari etc.
Il Fmi ha proprio in questi giorni (nuovamente) contestato all’Italia il debito troppo alto e ha chiesto al governo di togliere la riduzione delle accise e di cancellare la flat tax.
Altro che sovranismo e populismo che peraltro attecchiscono meglio (e neanche tanto paradossalmente) quanto più si hanno le pezze ai pantaloni.
La presidente del Consiglio fa il suo mestiere e sottolinea che imprese e lavoratori tengono alta, meno male, la bandiera (Se l’Italia è universalmente riconosciuta come la patria del bello, del buono e del ben fatto è merito delle nostre imprese e dei lavoratori) aggiungendo che tra governo e imprese possono esserci posizioni diverse, ma l’obiettivo è lo stesso, formuletta ben collaudata e vagamente vaticana per un passabile, se non proprio ottimale, vicinato.
Si vedrà in seguito e presto cosa poi, nel caso, conseguirà a fiumi di parole confidando (una analisi del passato sarebbe istruttivo) di non giungere alla prossima assemblea e, come d’uso, ri-sentirle di nuovo.