HomeDialogandoNewsletterApocrifaAPOCRIFA – Donna, di colore e giudice

APOCRIFA – Donna, di colore e giudice

Avendo incautamente fatto del Premio Nobel per la Pace un temerario e dichiarato obiettivo politico personale, il taikùn, all’insegna del repetita iuvant, non ha mancato di ricordare al mondo e in particolare ai norvegesi, approssimandosi la tradizionale settimana dei Nobel, la propria autorevole autocandidatura avendo egli, en passant, posto fine a otto guerre e glissando (a parte il conflitto colpa degli Ucraini che comunque aveva garantito di chiudere in pochi giorni) sull’Iran dove è impantanato per la seconda volta avendo sempre iniziato lui.

Transeat sul particolare irrilevante che l’autocandidatura non sia ammessa e che le domande da presentare (da chi ne ha diritto: parlamentari, capi di stato, accademici etc) entro il 31 dicembre dell’anno precedente, ma è rimasto piccato dalla notizia che per il secondo anno (perseverare diabolicum) il Comitato di Oslo non abbia considerato il suo curriculum preferendogli una più anziana (85 anni) giurista oltre a tutto già classificata ai tempi dell’apartheid sudafricano (1948-1994) nella categoria razziale Indian-Asian (le altre erano White, Black-African e Coloured).

E a peggiorare il contesto questa volta è pure scarsa la prospettiva che la neopremiata agisca al pari di Maria Corina Machado la quale gli dedicò il premio facendogli dono della prestigiosa medaglia e in tal modo stimolando senza volerlo anche qualche interrogativo sul vittorioso blitz USA in Venezuela per la cattura del cupo e loquace Maduro colto in pigiama e da allora scomparso dai radar della comunicazione.

C’è da dire, a onore del vero, come la pace sia fra i vari argomenti del Nobel (medicina, fisica, chimica, letteratura, economia) quello forse già nominalmente più scivoloso e di più agevole contestazione perché la pace in sé (a parte quella del vangelo) si mescola all’utopia e infatti scarseggia ovunque onde appare maggiormente realistica una prospettiva di riconoscimento di attività o sforzo, più che a un singolo, a una organizzazione allo scopo di valorizzare, quantomeno, l’impegno collettivo e l’intenzione verso.

Così, e. g., sono state scelte Médecins Sans Frontières (1999), le Nazioni Unite e Kofi Annan (2001),  la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (2017), World Food Programme (2020)  e anche quest’anno il premio sembra sostanzialmente ancora proprio nella stessa direzione perché la prescelta è infatti figura di spicco nella giustizia penale internazionale e sostenitrice del diritto contro la prepotenza del più forte e avere individuato lei ricorda o sottolinea in modo drammatico la necessità di considerare le relazioni internazionali anche (e soprattutto) dalla parte delle vittime e dei crimini di guerra  al contempo ripetendo forte e chiaro che gli stati hanno la responsabilità di agire per la pace e in contrasto con scelte irresponsabili volte a indebolire le istituzioni multilaterali.

È anche curioso, ma comprensibile e in qualche misura consolante, che il Nobel per la Pace abbia avuto origine dalla resipiscenza di un grande industriale arricchitosi con l’invenzione della dinamite e la fabbrica e commercio di armi.

Nel 1888, alla morte del fratello Ludvig, un quotidiano francese scambiò la persona e pubblicò per errore il necrologio Le marchand de la mort est mort mettendo (fortunatamente per lui) Alfred Nobel davanti al turbamento e all’orrore di avere fatto fortuna per il tramite del cimitero e della distruzione onde decise costui di lasciare ai posteri qualcosa di contrario a quanto fino ad allora operato e dedicò nel testamento la sua enorme ricchezza a coloro che, in futuro, avessero reso benefici all’umanità nei campi corrispondenti alle categorie dei premi.

Navanethem ‘Navi’ Pillay è del 1941, nata a Durban in famiglia sudafricana di origine indiana tamil e cresciuta nella segregazione razziale dell’apartheid, nonostante le discriminazioni riuscì a studiare e diventare avvocato aprendo nel 1967 il primo studio legale composto da donne nella provincia del Natal: impegnata nella difesa dei diritti dei cittadini contro la repressione e, neanche a dirlo, dei diritti delle donne messe e tenute in ultima fila.

Dopo le elezioni multirazziali del 1994 fu la prima donna di colore a entrare nell’Alta Corte sudafricana e nel 1995 fu giudice presso il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, creato l’anno prima dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dopo il genocidio dei Tutsi (800.000 morti), e presiedette il medesimo Tribunale dal 1999 al 2003.

Ha quindi fatto parte nel 2003 della Corte Penale Internazionale dell’Aia (cui aderiscono 125 paesi, ma non -e l’elenco è istruttivo per via della variopinta lieta compagnia- Stati Uniti, Cina, Russia, India, Pakistan, Indonesia, Arabia Saudita, Iran, Israele, Turchia, Vietnam, Myanmar,                                                                                     Iraq, Libia,  Etiopia, Azerbaigian, Kazakistan, Cuba) ed è stata in seguito nominata Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani dal 2008 al 2014 proseguendo un percorso professionale ed etico connotato dalla coerenza nel cercare di fare prevalere la giustizia in genere come condizione preliminare per migliorare la convivenza e la civilizzazione dei popoli.  Per cui non c’è da stupirsi se il suo lavoro abbia dato fastidio a governi potenti.

In particolare, dal 2021 al 2025 la signora Pillay ha presieduto la Commissione Internazionale Indipendente delle Nazioni Unite per l’inchiesta sul Territorio Palestinese Occupato che ha pubblicato un rapporto (denegato da Tel Aviv e Washington) nel quale si riconosce a Gaza una forma di genocidio.

È da notare che risale al 1948 la Convenzione sulla Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio e che non cambia mai, anzi peggiora, la prassi di applicare o non applicare le norme a seconda dell’identità dei presunti autori, della loro importanza e delle loro alleanze.

Non è quindi casuale la scomposta reazione dello Israel Foreign Ministry che, tramite post, ha con poca decenza e maggior sprezzo del macabro scritto su X “Now that the Nobel commission has rewarded the biggest lie of the 21st century, Joseph Goebbels is certainly applauding fron hell”.

Senza dubbi o porsi domande in merito ai morti palestinesi a Gaza (stimati da UNICEF in circa 71.800, di cui bambini 21.300, e in maggioranza civili) e, inoltre, al fatto che è forse qualcuno in casa propria ad avere imparato il mestiere da Goebbels e compagnia.

LMPD