HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoL’APPROFONDIMENTO (Pars prima) – Caro diario, chi ti legge?

L’APPROFONDIMENTO (Pars prima) – Caro diario, chi ti legge?

Qualche anno fa è stato proposto, tra le tracce della prima prova dell’esame di maturità, un estratto dell’articolo di Maurizio Caminito “Profili, selfie e blog”, articolo in cui l’autore riflette sul fatto che quando cambia il modo di leggere e di scrivere, cambiano anche le forme più consolidate per trasmettere agli altri (o a se stessi) le proprie idee e i propri pensieri e fa riferimento in particolare alla scrittura diaristica: nell’epoca della rivoluzione digitale forse nessuna forma letteraria, o para-letteraria, ha subìto una mutazione pari a quella del diario.

Il diario segreto, il quaderno o il taccuino dove si annotavano pensieri, sogni e speranze destinati alla sola rilettura personale, non esiste più.

E non perché abbia cambiato aspetto, ma perché si è rovesciato il suo senso.

L’autore cita come esempio Anna Frank, che nel suo diario racconta la propria vita a un’amica immaginaria, Kitty, e a lei confida una paura che in fondo ci riguarda tutti, cioè che chi la conosce come ragazza “leggera” scopra in lei un altro lato, più serio e più bello, e la trovi ridicola e sentimentale.

Per questo ha bisogno di una pagina che non risponda, di un interlocutore che non giudichi.

Il diario, in tale tradizione, serve a questo: a ritagliare un luogo in cui il tempo rallenta e la personalità si forma per gradi, tra una correzione e un ripensamento. Si scrive in solitudine per cercare quel silenzio interiore, quella parte più profonda di sé che tra l’altro sarà successivamente il fondamento dell’incontro con gli altri.

Chi oggi scrive ancora così, con un quaderno di cui solo lui o lei ha la chiave?

Il diario dell’era digitale, che sia un blog o una pagina Facebook, nasce invece già rivolto verso l’esterno: è una rappresentazione di sé costruita e consapevole in cerca di giudizio e approvazione.

In questo modo si perde anche la dimensione temporale e processuale, quel formarsi lento della personalità, e si sostituisce la ricerca di sé con l’affermazione di sé.

Lo stesso meccanismo agisce nel suo omologo per immagini, il selfie.

Come ha osservato Ornella Tajani, con il selfie l’identità viene vissuta per procura: mostriamo di noi ciò che abbiamo selezionato, gli altri lo ricevono e i social ce lo restituiscono finché finiamo per somigliare sempre di più alla nostra immagine. L’attenzione si sposta dall’esperienza, dall’incontro, dalle paure e dalle gioie, al soggetto che le racconta.

È un tentativo di mostrare il pieno controllo degli eventi e proprio per questo facilmente ribaltabile nella paura che gli eventi ci fanno.

Lipovetsky lo dice con un’immagine efficace: oggi Narciso, più che innamorato di sé, è terrorizzato dalla vita quotidiana: viene da dire che il selfie gli serve anche da ansiolitico.

Mi viene in mente Dorian Gray.

Nel romanzo di Wilde il ritratto invecchia, si corrompe e custodisce in soffitta tutto ciò che il volto del protagonista non lascia vedere: lui resta intatto agli occhi del mondo e la verità vive nell’immagine nascosta.

Il selfie funziona al contrario: l’immagine è la parte che si mostra, scelta e ritoccata, e non c’è più una soffitta dove mettere il resto.

Il diario segreto era un po’ quella soffitta: il luogo in cui si poteva essere anche ciò che non somigliava al proprio ritratto. Senza di esso, il rischio è di fare come Dorian e somigliare, a forza di curarla, solo alla propria immagine.

La piattaforma stessa, del resto, ci istruisce a questo: le guide per costruire un profilo Facebook, che non a caso chiama “diario” la propria pagina personale, invitano a scegliere una copertina che ci rappresenti al meglio perché sarà la prima cosa che gli altri vedranno. Promettono di raccogliere in un unico racconto la storia della nostra vita e suggeriscono di mettere in evidenza i momenti preferiti e di nascondere quelli che non vogliamo mostrare: un diario con il montaggio incorporato.

Il blog adolescenziale compie un passo ulteriore valorizzando e accentuando le ambivalenze e le dissociazioni che l’adolescenza ha già in abbondanza.

Basta sfogliare la sezione per teenager dell’Huffington Post statunitense, che ospita i contributi di giovani lettori e blogger: si parla del trauma di essere rifiutati dal college prestigioso, di come comportarsi per essere accettati dai compagni, di come uscire dalla depressione prima che diventi una malattia, di come affrontare i propri e gli altrui deficit fisici.

E subito accanto, a stemperare il disagio espresso, ci sono le loro confessioni rassicuranti sui cantanti e sugli sport preferiti. Il tema è sempre lo stesso: esorcizzare l’ansia e, insieme, distinguersi dalla massa.

A questo punto sarebbe facile commentare con rimpianto i bei tempi in cui si scriveva in silenzio, mentre oggi –più che scrivere- si recita davanti a un pubblico, ma credo che sarebbe un rimpianto un po’ ingiusto e forse anche un po’ ingenuo.

Il diario segreto non è mai stato davvero solo segreto.

Anna Frank scrive a Kitty, cioè a qualcuno; e sapeva, dopo un appello alla radio, che un giorno quelle pagine avrebbero potuto essere lette, tanto che le rielaborò pensando a un pubblico.

La scrittura intima ha sempre contenuto un destinatario immaginario.

C’è poi qualcosa di prezioso in ciò che il blog adolescenziale mette in piazza: un ragazzo che racconta la paura del rifiuto, la depressione, il disagio per un corpo che sente inadeguato scopre che non è il solo. Dove un tempo la solitudine del quaderno proteggeva, ma anche isolava, oggi la condivisione crea comunità, offre parole a chi non le aveva, rompe tabù che i diari chiusi nel cassetto lasciavano intatti.

Il rischio resta quello che il diario diventi solo vetrina: confondere il racconto con la rappresentazione e consegnare la propria immagine al giudizio altrui prima ancora di averla formata. Ma non è una condanna: dipende dall’uso che ne facciamo e da quanto spazio lasciamo, accanto alla pagina pubblica, a una pagina che nessuno vedrà.

E allora forse la domanda da porsi non è se il diario segreto sia morto, ma dove cerchiamo oggi il nostro silenzio interiore, quanto spazio diamo alla riflessione su noi stessi per costruire e ricostruire la nostra personalità.

Per generazioni quel silenzio ha avuto la forma di un quaderno e di una chiave, mentre oggi dovremo costruircelo da soli, scegliendo di non mostrare tutto e di non farci approvare in tutto.

L’Anna più seria, quella che temeva di non essere presa sul serio, aveva bisogno di Kitty perché non c’era nessuno a cui dirlo. Oggi invece, pur nel “silenzio” del web, c’è chi ascolta ed è una fortuna e va difesa.

Resta però il fatto che, per parlare davvero con gli altri, bisogna prima aver imparato a parlare con sé stessi, e per farlo serve ogni tanto la certezza che nessuno stia leggendo.

Benedetta Laudi