HomeDialogandoNewsletterApprofondimentoL’APPROFONDIMENTO (Pars altera) – Pace e chiarezza nel cuore (2)

L’APPROFONDIMENTO (Pars altera) – Pace e chiarezza nel cuore (2)

Un esercizio semplice

L’esercizio della meditazione appare come il processo mentale più semplice e noioso che si sia: ci disponiamo ad ascoltare il respiro, l’aria che entra ed esce dal naso.

E lo facciamo con dedizione, finezza, accuratezza.

Senza volere nulla. Senza chiedere nulla.

È proprio questo che -lentamente- unifica la mente; la ripulisce; la rende silenziosa e chiara; la trasforma.

Mentre svolgiamo questo lavoro qualcosa accade al nostro interno.

Vi sono qualità interiori che crescono: umili e bilanciate, delicate eppure forti, limpide e cristalline che ci è richiesto di mettere in gioco in questo esercizio e che, così, si addestrano: pazienza, nobile perseveranza, impegno privo di tensione e conflitto; resa, gratuità, gentilezza, chiarezza.

Fiducia.

Amore.

Nulla sappiamo prima. Nulla sappiamo dopo. Nulla chiediamo.

Il tempo porta le sue risposte.

Coltivare un giardino

È come coltivare un giardino. Ci saranno sempre foglie da spazzare, erba da tagliare, angoli imperfetti da sistemare. Ma a cosa serve prendersi cura di un giardino se ogni tanto non ci fermiamo a osservarlo e contemplarlo anche se non è ancora perfetto?

Così, quando è il momento, ci sediamo: contempliamo la mente così come è. Forse ancora imperfetta e in subbuglio. Talvolta può essere anche un incontro piuttosto spiacevole.

Ci addestriamo a stare -con dolcezza e appropriatezza- anche nello spiacevole.

Proseguendo questo lavoro, la mente -accolta, ripulita, ben nutrita e trascesa- diventa a mano a mano sempre più stabile, limpida, benefica.

Sederci silenziosi in compagnia della mente, diventerà una piacevole dimora.

Essa, infine, non fa che riflettere il nostro comportamento del giorno: la nostra pace e cura o la nostra rabbia e fretta; la nostra chiarezza o la nostra confusione. Non fa che rispecchiare il nutrimento che ha ricevuto.

Diventiamo attenti.

Impariamo a conoscere, in modi grossolani e in modi sottili, la legge di causa-effetto che opera ineluttabilmente. Non serve che vi sia un giudice, un genitore, un coniuge, un vigile: qualcuno che ci giudichi o ci assolva. Basterà sederci in meditazione: e ciò che è, appare.

La nostra consapevolezza e il nostro sguardo interiore si fanno sempre più raffinati. Più veritiero il nostro cuore. Inderogabile il nostro impegno. Ineluttabile il frutto.

Volere e non volere; desideri, rabbie e illusioni (i veri artefici della sofferenza) svaniscono. La mente diventa penetrante, silenziosa, accurata.

È un’esperienza, tuttavia, che ha un sapore particolare: non ci verrebbe mai da dire che siamo diventati persone migliori o più pazienti o più felici. È un sapore differente: è come abitare una grande casa che però non è nostra. Ne godiamo con gratitudine e stupore, mentre al tempo stesso ce ne prendiamo cura.

Così assaporiamo al nostro interno l’operare di queste qualità che spontaneamente crescono, mentre al tempo stesso continuiamo a lavorare perché risplendano.

Come con il giardino

Lo curiamo, e un giorno vediamo che sono spuntati degli splendidi fiori. Così belli! E li guardiamo con meraviglia e contentezza! Ma essi non sono i nostri-fiori: non rispondono al nostro comando. Come la mente, non risponde al nostro comando: Sii tranquilla e felice. No. I fiori, come la mente, sbocciano da sé seguendo le leggi di natura.

E ci guardiamo bene dal cogliere questi frutti come nostri o come una meta raggiunta. Nulla ci appartiene. Possiamo solo -con un garbo, bellezza interiore e silenzio della mente infiniti- proseguire il nostro lavoro, portando chiarezza e verità nell’incessante ruota del vivere.

L’esperienza umana è di per sé limitata. La soluzione non è allargare i nostri possessi o il nostro io, ma piuttosto liberarcene del tutto. Non ce ne liberiamo cacciandoli via o rifiutandoli o isolandoci dal mondo: non sarebbe neppure possibile. Ce ne liberiamo imparando a vivere nella vastità del mondo con una delicatezza e cura senza pari.

Occorrono pazienza, forza interiore e amore*. Ma i frutti illumineranno, il nostro cuore e il mondo. Per questo ci sediamo in meditazione: perché il fiume della chiarezza, gioia e pace continui a scorrere.

Elena Greggia

(Fine. La parte precedente è stata pubblicata sul n. 161)

 

Nota

Nelle scritture buddiste, l’esercizio della meditazione e l’intero percorso insegnato dal Buddha è chiamato nobile (ariya nell’antica lingua pali) poiché ci eleva a uno stato di persone degne di rispetto: per l’impegno che richiede, le qualità limpide che necessita e fa sorgere; e per la dedizione senza deroghe alla verità, gentilezza e innocuità che domanda e che comporta. Ariya sono, pertanto, non tutti coloro che seguono questo insegnamento. Ma coloro che vi si sono dedicati a tal punto da superare la soglia d’ignoranza del proprio io e conseguire almeno il primo dei Quattro Stadi di raggiungimento spirituale e di Liberazione.

(*) nell’insegnamento del Buddha il termine amore non viene inteso in senso passionale o buonistico. Si riferisce, piuttosto, a una gentilezza incondizionata della mente, la quale origina dalla retta visione (samma-ditti). E ad un amore per la verità il quale motiva il nostro sforzo e il nostro impegno. Non appena, infatti, il praticante inizia a comprendere l’immensità quasi inimmaginabile della ignoranza del proprio io e della confusione e sofferenza che deriva dal suo agire maldestro spinto da pulsioni, abitudini e condizionamenti, sorge in lui l’urgenza di uscire da questa spirale: diventa a questo punto un sekha (discente) e qui ha inizio il suo allenamento vero e proprio. Ugualmente, per il termine bellezza.