L’EDITORIALE – Testamento biologico: un diritto civile nel cono d’ombra
Di nome fanno DAT e fra le miriadi di acronimi in uso non sempre noti si distinguono per la loro singolare funzione: sono infatti l’autunno della coscienza di cui fanno cadere a terra le foglie e lasciano esposto, lucido di pioggia e ben visibile, ogni ramo (nessuno escluso) del proprio albero personale.
Questa funzione autunnale, indipendentemente dal tempo necessario a completarla, si svolge per gradi costituiti da domande e risposte reciprocamente collegate a doppia elica, al pari del più noto DNA, e in sostanza è finalizzata a decidere e individuare, ora per allora (intendendo il futuro), di quanti e quali dei suoi rami si è disposti a deprivare o no l’albero prima che esso appassisca e secchi morendo.
Le Disposizioni Anticipate di Trattamento, alias Testamento biologico, introdotte nella legislazione nel 2017 con la legge 219 e sbrigativamente appellate DAT, sono (la) possibilità a disposizione della singola persona di esprimere oggi (ora) le proprie volontà terapeutiche che dovranno essere applicate in futuro (per allora) nel caso in cui essa venisse a trovarsi in condizione attendibilmente irreversibile di incapacità di intendere e di volere.
Nella complessa realtà etico-sociale che connota lo scenario, del pari non semplice, della salute -sovente considerata scontata e oggetto di riflessione solo quando viene a mancare, le DAT offrono un percorso snodantesi dalla comprensione di situazioni che di norma si avvertono teoriche e sfumate -a meno di non averne avuto esperienza diretta o indiretta- come, e.g., interventi di sostegno vitale medici e infermieristici o accanimento terapeutico alla individuazione e messa a punto di un percorso di cure coerente con i propri valori per sfociare poi nella scelta (esercizio di uno specifico diritto civile riconosciuto dalla legge) di quali trattamenti medici accettare e quali no ove ci si trovasse in futuro nella condizione di non poter scegliere (consenso sì o consenso no).
Il trait d’union fra fisica e metafisica è costituito, nello specifico, dai valori personali di ciascuno e in occasioni come queste essi sono un po’ come un libro, non necessariamente vecchio, ma certo coetaneo, più o meno in precedenza sfogliato che viene tratto dalla libreria, forse anche un po’ spolverato, e aperto.
E anzi, può capitare che parte, se non tutte, delle sue pagine siano ancora da tagliare come avveniva ancora per certe edizioni, fino agli anni ’70 e oltre, le quali presentavano volumi a pagine intonse e non rifilate meccanicamente.
In disponibilità solo dei maggiorenni, la diffusione nazionale del testamento biologico è mediamente uno ogni 166 abitanti (pari a circa lo 0,6% della popolazione) e in totale i depositi (che avvengono presso i Comuni di residenza) dall’entrata in vigore della legge (2017) superano di poco la soglia dei 278.000.
A parte l’aspetto non indifferente della informazione e quindi della conoscenza teorica della tematica, di norma scarsa se non inesistente in quanto, al presente, appannaggio solo di entità collettive private -come a esempio VIDAS attiva nell’assistenza ai malati terminali e quindi istituzionalmente nell’occhio del ciclone di questa materia- il pensiero del cosa/come abbia ad accadere ove intervenga per se stessi una situazione di irreversibile incapacità a prestare o meno quel consenso (che ora viene firmato automaticamente e senza badarci in ogni occasione terapeutica pur minimale) rimane molto probabilmente nel medesimo cono d’ombra che caratterizza il pensiero della morte.
Tenacemente oggetto di temerari quanto inutili tentativi di esorcismo in particolare nelle attuali moderne civiltà che all’insegna tutta commerciale dell’eterna giovinezza, del diritto alla salute e del dovere di partecipazione alla festa continua del benessere generalizzato nasconde ai sani (finché sani rimangono) gli aspetti della malattia e della morte, confondendoli e intronandoli con l’aumento della speranza di vita e i progressi delle scienze mediche (condizioni bensì reali, ma non determinanti), il pensiero tende a rimanere in genere effettivamente poco stimolato nel memento del fine vita e del termine, quasi al pari di retaggio di passate preoccupazioni superstiziose (…Non paure di morti ed in congreghe/Diavoli goffi con bizzarre streghe,…).
Ma a prescindere dalla libertà che presiede all’autonomia dell’essere umano e del suo cuore, libertà peraltro non sempre rispettata dal contesto in genere nel quale l’essere umano trascorre la vita, la realtà può ben essere nascosta o messa in disparte a prendere la polvere degli anni e coprirsi di smemoratezza e disinteresse, cosa che avviene regolarmente e anche con molto successo comunicativo ed esistenziale, ma nonostante questo essa non muta né cambia d’un millimetro.
La malattia c’è ed esiste così come la morte e, in particolare, la ancora più tragica possibilità di sopravvivere chiusi nella propria incapacità.
Senza ricorrere al vangelo, chiaro ed esplicito sul punto, onde non incorrere in sospetta ideologia religiosa (che in realtà non c’entra niente così come la religione non c’entra con la fede), è magistrale il dialogo del tutto laico che M. Bulgakov (agnostico dichiarato il quale nei sovietici anni ’30, sotto Stalin, demolisce dall’interno la logica del potere, della paura e della violenza con Ieshua Ha-Nozri, mite e disarmato profeta non diverso da quello della realtà cristiana) racconta all’inizio de Il Maestro e Margherita, nel capitolo in cui i due atei letterati marxisti ortodossi incontrano, per loro sfortuna, Voland in una calda serata primaverile moscovita allo Stagno dei Patriarchi.
E Voland dice loro che, interdetti, lo prendono come matto o spia straniera (e in questa seconda ipotesi non del tutto lontani dal vero):
In che modo l’uomo potrebbe dirigere se non solo non è in grado di predisporre un piano qualsiasi … ma non è addirittura sicuro del proprio domani […]
A un certo punto, proprio quando comincia a prenderci gusto, ecco che le capita un … ehm, ehm … un sarcoma ai polmoni […]
Non cesserebbe forse di colpo tutto questo suo dirigere e governare?
L’uomo che fino a poco prima si immaginava di dirigere un sacco di cose si trova a giacere immobile in una cassa mentre gli astanti, ben sapendo che non serve più a niente, lo bruciano nel forno […]
Sì, l’uomo è mortale, ma questo sarebbe un male da poco. Il peggio è che talvolta egli è mortale all’improvviso; ecco il punto […].
Le DAT sono un momento ideale per isolarsi dal rumore, disconoscere i vari maître à penser fasulli che parlano a vanvera (e magari, se l’esercizio riesce una volta, si può impararlo anche per il dopo), guardare il proprio albero privo di foglie, mettersi davanti allo specchio, domandarsi in cosa si crede e rispondere di conseguenza.